Language of document : ECLI:EU:C:2010:512

Causa C‑550/07 P

Akzo Nobel Chemicals Ltd

e

Akcros Chemicals Ltd

contro

Commissione europea

«Impugnazione — Concorrenza — Provvedimenti istruttori — Poteri di accertamento della Commissione — Tutela della riservatezza delle comunicazioni — Rapporto di lavoro tra un avvocato ed un’impresa — Scambi di messaggi di posta elettronica»

Massime della sentenza

1.        Impugnazione — Interesse ad agire — Presupposto — Impugnazione atta a procurare un beneficio alla parte che l’ha proposta

2.        Concorrenza — Procedimento amministrativo — Poteri di accertamento della Commissione — Potere di imporre la produzione di una comunicazione tra avvocato e cliente — Limiti — Tutela della riservatezza di tale comunicazione — Portata — Esclusione delle comunicazioni con i legali interni dell’impresa

3.        Diritto dell’Unione — Principi — Parità di trattamento — Nozione — Limiti

(Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, artt. 20 e 21)

4.        Concorrenza — Procedimento amministrativo — Poteri di accertamento della Commissione — Potere di imporre la produzione di una comunicazione tra avvocato e cliente — Limiti — Tutela della riservatezza di tale comunicazione — Portata — Esclusione delle comunicazioni con i legali interni dell’impresa

(Regolamento del Consiglio n. 1/2003)

5.        Diritto dell’Unione — Principi — Diritti della difesa — Applicazione ai procedimenti che possono concludersi con l’irrogazione di una sanzione

(Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 48, n. 2)

6.        Concorrenza — Procedimento amministrativo — Poteri di accertamento della Commissione — Potere di imporre la produzione di una comunicazione tra avvocato e cliente — Limiti — Tutela della riservatezza di tale comunicazione — Portata — Esclusione delle comunicazioni con i legali interni dell’impresa

(Artt. 101 TFUE e 102 TFUE; regolamenti del Consiglio n. 17 e n. 1/2003)

7.        Diritto dell’Unione — Effetto diretto — Diritti soggettivi — Tutela da parte dei giudici nazionali — Ricorso giurisdizionale — Principio dell’autonomia nazionale del procedimento

8.        Concorrenza — Procedimento amministrativo — Poteri di accertamento della Commissione — Potere di imporre la produzione di una comunicazione tra avvocato e cliente

(Regolamenti del Consiglio nn. 17, art. 14, n. 6, e 1/2003, art. 20, n. 6)

9.        Unione europea — Competenze esclusive — Disposizioni necessarie al funzionamento del mercato interno — Norme procedurali in materia di concorrenza — Inclusione

[Artt. 3, n. 1, lett. b), TFUE, da 101 TFUE a 103 TFUE e 105 TFUE; regolamenti del Consiglio nn. 17, art. 14, e 1/2003, art. 20]

1.        L’interesse ad agire costituisce una condizione di ricevibilità che deve perdurare fino alla decisione del giudice nel merito.

Peraltro, nell’ambito di un giudizio di impugnazione, un simile interesse sussiste fintantoché l’impugnazione, con il suo esito, può procurare un beneficio alla parte che l’ha proposta.

In materia di concorrenza, l’interesse ad agire di un’impresa avverso una decisione della Commissione con cui si rifiuta di restituirle alcuni documenti e di distruggerne le eventuali copie, a motivo della violazione della riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti nel corso di accertamenti, perdura almeno fintantoché la Commissione detiene tali documenti o una copia di questi ultimi. Invero, l’eventuale violazione della riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti nel corso di accertamenti non sorge solamente qualora la Commissione fondi una decisione di merito su un documento tutelato, ma sin dal momento in cui siffatto documento è prelevato da un funzionario della Commissione.

(v. punti 22‑23, 25)

2.        Il beneficio della tutela della riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti è subordinato a due requisiti cumulativi. Da un lato, lo scambio con l’avvocato deve essere connesso all’esercizio del diritto alla difesa del cliente e, dall’altro, si deve trattare di uno scambio proveniente da avvocati indipendenti, vale a dire avvocati non legati al cliente da un rapporto d’impiego.

Il requisito di indipendenza implica l’assenza di qualsiasi rapporto di impiego tra l’avvocato ed il suo cliente e, pertanto, la tutela in base al principio della riservatezza non si estende agli scambi all’interno di un’impresa o di un gruppo con avvocati interni.

Il concetto di indipendenza dell’avvocato viene determinato non solo in positivo, mediante un riferimento alla disciplina professionale, bensì anche in negativo, vale a dire con la mancanza di un rapporto di impiego. Un avvocato interno, nonostante la sua iscrizione all’Ordine forense e i vincoli professionali che ne conseguono, non gode dello stesso grado di indipendenza dal suo datore di lavoro di cui gode, nei confronti dei suoi clienti, un avvocato che lavora in uno studio legale esterno. Pertanto, per un avvocato interno è più difficile che per un avvocato esterno risolvere eventuali conflitti tra i suoi doveri professionali e gli obiettivi del suo cliente.

L’avvocato interno non può, indipendentemente dalle garanzie di cui gode nell’esercizio della sua professione, essere equiparato ad un avvocato esterno a causa della situazione di lavoratore subordinato in cui si trova, situazione che, per sua stessa natura, non consente all’avvocato interno di discostarsi dalle strategie commerciali perseguite dal suo datore di lavoro e che dunque influisce sulla sua capacità di agire con indipendenza professionale.

Inoltre, nell’ambito del suo contratto di lavoro, l’avvocato interno può essere chiamato a svolgere altri compiti che possono incidere sulla politica commerciale dell’impresa e che non possono che rafforzare i suoi stretti legami con il suo datore di lavoro.

Ne deriva che, tanto per la dipendenza economica dell’avvocato interno quanto per gli stretti legami con il suo datore di lavoro, l’avvocato interno non gode di un’indipendenza professionale paragonabile a quella di un avvocato esterno.

Poiché l’avvocato interno si trova in una situazione sostanzialmente diversa da quella di un avvocato esterno, e pertanto le loro situazioni non sono analoghe, nessuna violazione del principio di parità di trattamento consegue al fatto di trattare diversamente questi professionisti con riferimento alla tutela della riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti.

Peraltro, anche supponendo che la consultazione di avvocati interni, dipendenti dell’impresa o del gruppo, debba rientrare nel diritto di farsi consigliare, difendere e rappresentare, questo non esclude l’applicazione, in caso di intervento di avvocati interni, di determinate restrizioni e modalità relative all’esercizio della professione, senza che ciò debba considerarsi un pregiudizio ai diritti della difesa.

Infine, il fatto che, nell’ambito di un accertamento condotto dalla Commissione, la tutela delle comunicazioni sia limitata agli scambi con avvocati esterni non determina alcuna lesione del principio della certezza del diritto.

(v. punti 40‑41, 44‑45, 47‑49, 58‑59, 95, 106)

3.        Il principio della parità di trattamento, il quale impone che situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, a meno che tale trattamento non sia obiettivamente giustificato, costituisce un principio generale del diritto dell’Unione, sancito dagli artt. 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

(v. punti 54‑55)

4.        La Corte ha sottolineato, nella sentenza 18 maggio 1982, causa 155/79, AM & S Europe/Commissione, relativa al principio della tutela della riservatezza nei procedimenti di accertamento in materia di diritto della concorrenza, che tale settore del diritto dell’Unione deve tener conto dei principi e dei concetti comuni ai diritti degli Stati membri per quanto riguarda il rispetto della riservatezza nei confronti, tra l’altro, di talune comunicazioni tra gli avvocati ed i loro clienti. A tal fine, la Corte ha messo a confronto vari ordinamenti nazionali. Essa ha riconosciuto, sulla base di tale confronto, che, ove fossero soddisfatti determinati requisiti, la riservatezza delle comunicazioni tra gli avvocati ed i loro clienti doveva essere tutelata in base al diritto dell’Unione.

Nel corso degli anni trascorsi dalla pronuncia della sentenza AM & S Europe/Commissione, nessuna tendenza preponderante favorevole alla tutela della riservatezza delle comunicazioni con avvocati interni nell’ambito di un’impresa o di un gruppo si può individuare con riferimento agli ordinamenti giuridici dei 27 Stati membri dell’Unione europea. La situazione giuridica all’interno degli Stati membri dell’Unione non si è evoluta in misura tale da giustificare l’ipotesi di uno sviluppo della giurisprudenza nel senso del riconoscimento, agli avvocati interni, del beneficio della tutela della riservatezza.

Inoltre, sebbene il regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato, abbia introdotto un elevato numero di modifiche alle norme procedurali relative al diritto della concorrenza dell’Unione, tali norme non contengono alcun elemento che induca ad affermare che esse impongono una parificazione tra avvocati liberi professionisti ed avvocati dipendenti con riguardo alla tutela della riservatezza delle comunicazioni, dato che tale principio non risulta mai contemplato nel suddetto regolamento, ma mira a rafforzare l’ampiezza dei poteri di accertamento della Commissione, in particolare con riguardo ai documenti che possono essere oggetto di simili misure. Neppure la modifica delle norme procedurali in materia di diritto della concorrenza, derivante in particolare dal suddetto regolamento, può quindi giustificare un capovolgimento della giurisprudenza risultante dalla sentenza AM & S Europe/Commissione.

(v. punti 69‑70, 74, 76, 83, 86‑87)

5.        Il rispetto dei diritti della difesa in qualsiasi procedimento che possa concludersi con l’irrogazione di sanzioni, in particolare ammende o penalità di mora, costituisce un principio fondamentale del diritto dell’Unione che è stato sancito dall’art. 48, n. 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

(v. punto 92)

6.        I poteri di cui dispone la Commissione in base al regolamento n. 17 ed al regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato, si distinguono dal novero delle indagini che possono essere condotte a livello nazionale. I due tipi di procedimento si fondano, infatti, su una ripartizione delle competenze tra le differenti autorità garanti della concorrenza. Le norme relative alla tutela della riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti possono pertanto variare in funzione di tale ripartizione delle competenze e delle discipline ad essa relative.

Il diritto dell’Unione e il diritto nazionale in materia di concorrenza prendono in considerazione le pratiche restrittive sotto aspetti diversi. Mentre gli artt. 101 TFUE e 102 TFUE le contemplano sotto il profilo degli ostacoli che ne possono risultare per il commercio tra gli Stati membri, le leggi nazionali, ispirandosi a considerazioni proprie di ciascuna di esse, considerano le pratiche restrittive in questo solo ambito.

Conseguentemente, le imprese i cui locali sono oggetto di perquisizione, nell’ambito di un’indagine in materia di concorrenza, sono in grado di determinare i propri diritti ed i propri obblighi nei confronti delle autorità competenti e del diritto applicabile, come, ad esempio, il trattamento dei documenti che possono essere raccolti nel corso di una simile indagine e la possibilità per le imprese in questione di invocare o meno la tutela della riservatezza delle comunicazioni con gli avvocati interni. Le imprese possono quindi orientarsi utilmente in funzione delle competenze delle suddette autorità e dei loro poteri concreti in materia di raccolta di documenti.

Il principio della certezza del diritto non impone dunque il ricorso, per i due tipi di procedimento di cui sopra, a criteri identici per quanto riguarda la riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti.

(v. punti 102‑105)

7.        Conformemente al principio dell’autonomia procedurale nazionale, in mancanza di una disciplina dell’Unione in materia, spetta all’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro designare i giudici competenti e stabilire le modalità procedurali dei ricorsi intesi a garantire la tutela dei diritti spettanti ai singoli in forza del diritto dell’Unione.

Tale principio non può essere invocato avverso una decisione presa da un’istituzione dell’Unione sulla base di una normativa adottata a livello dell’Unione, che, d’altronde, non contiene alcun rinvio al diritto nazionale.

(v. punti 113‑114)

8.        L’interpretazione e l’applicazione uniformi del principio della riservatezza delle comunicazioni tra avvocati e clienti a livello dell’Unione sono indispensabili affinché gli accertamenti effettuati dalla Commissione nell’ambito di procedimenti in materia di intese possano svolgersi in condizioni di parità di trattamento per le imprese interessate. Se così non fosse, il ricorso a norme o a nozioni giuridiche di diritto nazionale e tratte dalla normativa di uno Stato membro avrebbe l’effetto di pregiudicare l’unità del diritto dell’Unione. Siffatte interpretazione ed applicazione uniformi di tale ordinamento giuridico non possono dipendere dal luogo dell’accertamento e da eventuali peculiarità normative nazionali.

In occasione degli accertamenti effettuati dalla Commissione in veste di autorità europea in materia di concorrenza, il diritto nazionale entra in gioco solo qualora le autorità degli Stati membri le prestino assistenza, in particolare qualora si tratti di vincere la resistenza dell’impresa in questione mediante l’impiego della coazione diretta, conformemente all’art. 14, n. 6, del regolamento n. 17 ed all’art. 20, n. 6, del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato. Per contro, si applica esclusivamente il diritto dell’Unione per determinare quali siano gli atti e i documenti che la Commissione è autorizzata ad esaminare e di cui può estrarre copia in occasione dei suoi accertamenti in materia di intese.

(v. punti 115, 119)

9.        Le norme procedurali in materia di concorrenza, specificate all’art. 14 del regolamento n. 17 ed all’art. 20 del regolamento n. 1/2003, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato, fanno parte delle disposizioni necessarie al funzionamento del mercato interno, la cui adozione è attribuita alla competenza esclusiva dell’Unione ai sensi dell’art. 3, n. 1, lett. b), TFUE.

Conformemente alle disposizioni dell’art. 103 TFUE, spetta all’Unione stabilire i regolamenti o le direttive utili ai fini dell’applicazione dei principi contemplati dagli artt. 101 TFUE e 102 TFUE relativi alle regole di concorrenza applicabili alle imprese. Tale competenza è diretta, fra l’altro, a garantire il rispetto dei divieti previsti dai suddetti articoli mediante l’istituzione di ammende e di penalità di mora, nonché a definire il ruolo della Commissione nell’applicazione di tali disposizioni.

In tale contesto, l’art. 105 TFUE prevede che la Commissione vigili sull’applicazione dei principi fissati dagli artt. 101 TFUE e 102 TFUE e che essa istruisca i casi di presunta infrazione.

Il principio delle competenze di attribuzione non può dunque essere fatto valere nei confronti dei poteri di accertamento della Commissione in materia di concorrenza.

(v. punti 116‑118, 120)