Language of document : ECLI:EU:C:2015:243

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE

PEDRO CRUZ VILLALÓN

presentate il 16 aprile 2015 (1)

Causa C‑580/13

Coty Germany GmbH

contro

Stadtsparkasse Magdeburg

[domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Bundesgerichtshof (Germania)]

«Proprietà intellettuale e industriale – Vendita di merce contraffatta – Direttiva 2004/48/CE – Articolo 8, paragrafi 1 e 3, lettera e) – Diritto di informazione nel contesto di un procedimento per violazione di un diritto di proprietà industriale – Normativa di uno Stato membro che consente agli istituti di credito di respingere una richiesta di informazioni relativa al titolare di un conto bancario (segreto bancario) – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articoli 8, 17, paragrafo 2, 47 e 52, paragrafo 1 – Proporzionalità della limitazione di un diritto fondamentale»





1.        La questione pregiudiziale sollevata dal Bundesgerichtshof (Corte federale di cassazione) offre alla Corte l’opportunità di approfondire in un contesto ancora inesplorato la sua giurisprudenza relativa all’articolo 8 della direttiva 2004/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale (2). Finora la Corte ha esaminato anzitutto controversie tra, da una parte, titolari di diritti di proprietà intellettuale e, dall’altra, utenti di Internet che scaricano o condividono contenuti protetti dal diritto d’autore, utenti i cui dati vengono richiesti presso i fornitori di accesso ad Internet per procedere nei loro confronti una volta identificati (3). In quest’occasione si tratta invece di un istituto di credito che, invocando il segreto bancario, rifiuta di fornire i dati necessari per perseguire civilmente coloro che, sfruttando le possibilità tecniche offerte da Internet, commercializzino prodotti contraffatti.

2.        La questione sollevata in definitiva nel caso in esame è se un terzo che non abbia partecipato ad una asserita violazione di un diritto di proprietà industriale, ma che «sia stat[o] sorpres[o] a fornire su scala commerciale servizi utilizzati in attività di violazione di un diritto» [articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2004/48] – nella fattispecie, un istituto di credito –, possa rifiutarsi, in forza della menzionata direttiva e invocando il segreto bancario, di fornire le informazioni (nello specifico, nome e indirizzo del titolare di un conto bancario) che le sono state richieste dal titolare del diritto di proprietà intellettuale o dalla persona legittimata a tutelare tale diritto (4).

I –    Ambito normativo

A –    Il diritto dell’Unione

3.        Secondo il suo considerando 10, l’obiettivo della direttiva 2004/48 è quello di ravvicinare le legislazioni degli Stati membri in materia di protezione dei diritti di proprietà intellettuale al fine di assicurare un livello elevato, equivalente ed omogeneo di protezione di tali diritti nel mercato interno. Il considerando 8 di detta direttiva enuncia che «[l]e disparità tra gli ordinamenti dei singoli Stati membri in materia di strumenti per assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale pregiudicano il corretto funzionamento del mercato interno e rendono impossibile assicurare che i diritti di proprietà intellettuale beneficino di un livello di tutela omogeneo su tutto il territorio della Comunità. Questa situazione non favorisce la libera circolazione nel mercato interno, né crea un contesto favorevole ad una sana concorrenza tra le imprese», mentre il considerando 9 della medesima direttiva ricorda che «(…) [l]a diffusione dell’uso di Internet permette una distribuzione immediata e globale dei prodotti pirata (…)».

4.        Conformemente all’articolo 2, paragrafo 3, della direttiva 2004/48, «[l]a presente direttiva fa salve: a) (…) la direttiva 95/46/CE [del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati]», come indicato anche al considerando 15 della medesima direttiva.

5.        L’articolo 3 della direttiva 2004/48 dispone quanto segue:

«1.      Gli Stati membri definiscono le misure, le procedure e i mezzi di ricorso necessari ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale di cui alla presente direttiva. Tali misure, procedure e mezzi di ricorso sono leali ed equi, non inutilmente complessi o costosi e non comportano termini irragionevoli né ritardi ingiustificati.

2.      Le misure, le procedure e i mezzi [di] ricorso sono effettivi, proporzionati e dissuasivi e sono applicati in modo da evitare la creazione di ostacoli al commercio legittimo e da prevedere salvaguardie contro gli abusi».

6.        L’articolo 8 della direttiva 2004/48, intitolato «Diritto d’informazione», così prevede:

«1.      Gli Stati membri assicurano che, nel contesto dei procedimenti riguardanti la violazione di un diritto di proprietà intellettuale e in risposta a una richiesta giustificata e proporzionata del richiedente, l’autorità giudiziaria competente possa ordinare che le informazioni sull’origine e sulle reti di distribuzione di merci o di prestazione di servizi che violano un diritto di proprietà intellettuale siano fornite dall’autore della violazione e/o da ogni altra persona che:

(…)

c)      sia stata sorpresa a fornire su scala commerciale servizi utilizzati in attività di violazione di un diritto;

(…).

2.      Le informazioni di cui al paragrafo 1 comprendono, ove opportuno, quanto segue:

a)      nome e indirizzo dei produttori, dei fabbricanti, dei distributori, dei fornitori e degli altri precedenti detentori dei prodotti o dei servizi, nonché dei grossisti e dei dettaglianti;

(…)

3.      I paragrafi 1 e 2 si applicano fatte salve le altre disposizioni regolamentari che:

(…)

e)      disciplinano la protezione o la riservatezza delle fonti informative o il trattamento di dati personali».

B –    Il diritto nazionale

7.        L’articolo 19 della legge tedesca sulla tutela dei marchi e degli altri segni distintivi, del 25 ottobre 1994, e successive modifiche (Markengesetz; in prosieguo: la «legge sui marchi»), intitolato «Diritto d’informazione», traspone nel diritto tedesco dei marchi il diritto sancito dall’articolo 8 della direttiva 2004/48. Il paragrafo 2 del summenzionato articolo 19 così recita:

«In caso di violazione manifesta o qualora il titolare del marchio o del nome commerciale abbia agito nei confronti dell’autore della violazione, il diritto può essere fatto valere (fatto salvo il disposto del paragrafo 1) anche nei confronti di ogni persona che, su scala commerciale,

1.      detenga merce oggetto di violazione di un diritto;

2.      abbia utilizzato servizi oggetto di violazione di un diritto;

3.      abbia fornito servizi utilizzati in attività di violazione di un diritto, oppure

4.      secondo le informazioni fornite da uno dei soggetti di cui ai punti 1, 2 o 3, abbia partecipato alla produzione, fabbricazione o distribuzione di tali merci o alla fornitura di tali servizi,

a meno che tale persona sia autorizzata, in virtù degli articoli da 383 a 385 del codice di procedura civile, ad astenersi dal deporre nel procedimento contro l’autore della violazione (…)».

8.        L’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, del codice di procedura civile tedesco (Zivilprozessordnung, nella versione del 5 dicembre 2005 e successive modifiche; in prosieguo: la «ZPO»), riconosce ai soggetti ai quali, per motivi inerenti al loro ufficio, professione o attività, siano stati confidati fatti che, per loro natura o a norma di legge, devono essere tenuti segreti, la facoltà di astenersi dal deporre sui fatti coperti dall’obbligo di segretezza.

II – Controversia principale e questioni pregiudiziali

9.        La domanda di pronuncia pregiudiziale è stata proposta nel contesto di una controversia tra la società tedesca Coty Germany GmbH (in prosieguo: la «Coty Germany»), licenziataria esclusiva del marchio comunitario «Davidoff Hot Water», e la Stadtsparkasse Magdeburg (in prosieguo: la «Sparkasse»).

10.      Nel gennaio 2011 la Coty Germany acquistava, tramite una piattaforma di aste su Internet, un flacone di profumo recante il marchio «Davidoff Hot Water». Essa versava il prezzo del prodotto sul conto bancario della Sparkasse indicato dal venditore. La Coty Germany, dopo avere constatato che si trattava di un prodotto contraffatto, chiedeva alla piattaforma di aste di fornirle il vero nome del titolare dell’account dal quale era stato venduto il profumo (la vendita era stata effettuata utilizzando uno pseudonimo). La persona designata ammetteva di essere titolare dell’account utente sulla piattaforma di aste, ma negava di essere il venditore del prodotto e, avvalendosi della sua facoltà di astenersi dal deporre, rifiutava di fornire ulteriori informazioni. La Coty Germany si rivolgeva quindi alla Sparkasse ai sensi dell’articolo 19, paragrafo 2, della legge sui marchi, chiedendole nome e indirizzo del titolare del conto bancario sul quale doveva essere versato il prezzo della merce contraffatta acquistata. La Sparkasse, invocando il segreto bancario, si rifiutava di fornirle tale informazione. La Coty Germany adiva pertanto il Landgericht Magdeburg (tribunale di primo grado), il quale ordinava alla Sparkasse di fornire i dati richiesti. La Sparkasse ricorreva in appello dinanzi all’Oberlandesgericht Naumburg (Corte d’appello di Naumburg), facendo valere l’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, della ZPO (richiamato dall’articolo 19, paragrafo 2, della legge sui marchi), che tutela, tra l’altro, il diritto degli istituti di credito di astenersi dal deporre nei procedimenti civili in virtù del segreto bancario. Il giudice di appello ha accolto il ricorso della Sparkasse. La Coty Germany ha quindi proposto un ricorso per cassazione dinanzi al Bundesgerichtshof, chiedendo nuovamente che sia ordinato all’istituto di credito di fornirle l’informazione richiesta.

11.      In tali circostanze, il Bundesgerichtshof ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale:

«Se l’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48/CE debba essere interpretato nel senso che tale norma osta a una normativa nazionale che, in una fattispecie come quella di cui al procedimento principale, consenta a un istituto di credito di rifiutarsi di fornire informazioni, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), di tale direttiva, su nome e indirizzo del titolare di un conto, invocando il segreto bancario».

12.      Hanno presentato osservazioni scritte nel presente procedimento la Coty Germany, la Sparkasse, la Commissione europea e il governo tedesco.

III – Sintesi delle posizioni delle parti

13.      La Coty Germany sostiene nelle sue osservazioni che l’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2004/48 osta a una norma nazionale che consenta a un istituto di credito di invocare il segreto bancario per rifiutarsi di fornire nome e indirizzo del titolare di un conto a coloro che richiedano tali dati ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), di detta direttiva. Secondo la Coty Germany, l’autore della violazione di un diritto di marchio non autorizzerà mai coloro che gli hanno fornito un servizio ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2004/48 a comunicare dati relativi alla sua identità (che sono dati personali ai sensi della direttiva 95/46) al titolare del diritto violato e, pertanto, in questi casi sorgerà sempre una controversia. La Coty Germany afferma che occorre ponderare gli interessi contrapposti avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, tenendo conto del fatto che chi vende merce chiaramente contraffatta non è meritevole di alcuna tutela riguardo alla propria identità.

14.      La Sparkasse, la quale concentra le sue osservazioni sull’irricevibilità della questione pregiudiziale, aspetto che esaminerò subito, sostiene nel merito che la Coty Germany dispone di un altro semplice mezzo per scoprire l’identità del presunto autore della violazione del diritto di marchio, ossia l’azione in sede penale, che le consentirebbe di accedere alle informazioni raccolte dal Pubblico ministero, cui non è opponibile il segreto bancario. La Sparkasse afferma peraltro che il suo diritto di astenersi dal deporre non può dipendere da una ponderazione degli interessi in gioco nel caso concreto. Essa sottolinea inoltre che un istituto di credito non è in grado di valutare, per decidere se fornire o meno le informazioni richieste, se la violazione di un marchio sia o non sia manifesta ai sensi dell’articolo 19, paragrafo 2, prima alternativa, della legge sui marchi.

15.      Il governo tedesco sostiene che l’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della direttiva 2004/48 deve essere interpretato nel senso che la risposta a una richiesta di informazioni presentata in forza di detta disposizione deve tenere conto delle circostanze del caso specifico e rispettare le esigenze del principio di proporzionalità, ponderando i diritti fondamentali in gioco. Secondo il governo tedesco, nelle circostanze del presente caso il diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati (nella fattispecie, la direttiva 95/46) non vieterebbe a priori di comunicare i dati richiesti. Inoltre, il governo tedesco osserva che nel caso di specie non è applicabile quella che esso qualifica come l’«eccezione» di cui all’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48. La norma nazionale che consente di negare le informazioni richieste invocando il segreto bancario non è una norma che disciplina il trattamento dei dati personali ai sensi della suddetta disposizione. A suo parere, si tratterebbe semmai di una norma che tutela la riservatezza delle fonti informative ai sensi del menzionato articolo 8, paragrafo 3, lettera e), nozione in cui, secondo il governo tedesco, rientrerebbe anche la riservatezza delle informazioni in sé. Pertanto, la succitata disposizione della direttiva dovrebbe essere interpretata in modo da consentire in ogni caso al giudice nazionale di ponderare i diritti fondamentali in gioco e di valutare le circostanze della singola fattispecie.

16.      Infine, la Commissione afferma nelle sue osservazioni che l’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48 non osta a una norma nazionale che consenta a un istituto di credito di invocare il segreto bancario per negare le informazioni richieste, purché la norma in questione risponda a taluni requisiti, in particolare che soddisfi i requisiti del principio di certezza del diritto, che disciplini il trattamento dei dati personali e che consenta al giudice nazionale di ponderare in ogni singolo caso i diritti fondamentali in gioco.

IV – Analisi

A –    Sulla ricevibilità

17.      Prima di analizzare la questione di merito posta dal Bundesgerichtshof, occorre esaminare la questione di ricevibilità sollevata dalla Sparkasse, convenuta nel procedimento a quo. Essa sostiene che la controversia di cui è investito il giudice del rinvio non rientra nell’ambito di applicazione della direttiva 2004/48, ma esclusivamente in quello del diritto nazionale, in quanto la richiesta di informazioni non è stata presentata nell’ambito di un procedimento relativo alla violazione di un diritto di proprietà intellettuale (articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/48, in combinato disposto con l’articolo 19, paragrafo 2, seconda alternativa, della legge sui marchi), bensì in un caso di «violazione manifesta» del marchio (articolo 19, paragrafo 2, prima alternativa, della legge sui marchi) – a suo avviso non previsto dalla menzionata direttiva –, come qui di seguito spiegato.

18.      Secondo la Sparkasse, l’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/48 non sancisce un diritto sostanziale autonomo di chiedere informazioni ad un terzo, bensì riconosce tale diritto esclusivamente nel contesto di un procedimento relativo alla violazione di un diritto di proprietà intellettuale o industriale – nel caso di specie, un marchio comunitario – e in risposta a una domanda giustificata e proporzionata del richiedente. La Sparkasse sostiene che, nella presente causa, non esiste un procedimento relativo a una violazione promosso dal titolare del marchio (o, come nella fattispecie, dalla licenziataria) contro coloro che ne hanno leso i diritti, nel cui contesto il richiedente chieda determinate informazioni ad un terzo, bensì viene esercitato un diritto sostanziale autonomo che non è disciplinato dalla direttiva, ma unicamente dal diritto nazionale.

19.      Ritengo che tale obiezione debba essere respinta. Infatti, non mi sembra irrilevante che l’ipotesi della «violazione manifesta» sia stata introdotta nella legge sui marchi, nel 2008, proprio in riferimento ai casi nei quali il titolare del diritto violato necessita delle informazioni per identificare l’autore della violazione, vale a dire nei casi in cui, per le caratteristiche specifiche del diritto processuale tedesco, che non consente di avviare un procedimento civile contro una persona non determinata, non può ancora esistere un procedimento per violazione del diritto di proprietà intellettuale, in quanto non è ancora stata identificata la persona contro la quale deve essere proposta la domanda (5).

20.      A mio parere, l’espressione utilizzata, tra l’altro, nella versione in lingua spagnola all’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/48, «en el contexto de los procedimientos relativos a una infracción de un derecho de propiedad intelectual» (6) è sufficientemente ampia da ricomprendere casi come quello in esame, in cui, sussistendo indizi sufficienti della violazione di un diritto di proprietà intellettuale («violazione manifesta»), la richiesta di informazioni è chiaramente preordinata all’obiettivo di avviare il procedimento per violazione di marchio. In tal senso si può affermare che ci troviamo «nel contesto» di un procedimento «riguardante» la violazione di un diritto di marchio (7).

21.      Pertanto, ritengo che si debba concludere che il caso di specie rientri parimenti nell’ambito di applicazione della direttiva 2004/48 e che la questione pregiudiziale sollevata dal Bundesgerichtshof sia ricevibile.

B –    Sul merito

22.      Passando ora al merito della questione, occorre precisare anzitutto che la ragion d’essere della domanda del Bundesgerichtshof, non esplicitata dai termini di quest’ultima, si trova nel dettato dell’articolo 19, paragrafo 2, della legge sui marchi. Come già rilevato, detta disposizione conferisce espressamente al terzo destinatario della richiesta di informazioni la facoltà di rifiutarsi di fornirle se, in forza degli articoli da 383 a 385 della ZPO, potrebbe astenersi dal deporre in un procedimento civile promosso contro l’autore della violazione. Nel caso di specie, la Sparkasse si è avvalsa precisamente di tale facoltà, invocando il segreto bancario (8).

23.      Ciò che occorre stabilire è se tale facoltà, prevista dal diritto tedesco, di negare le informazioni richiamandosi, in definitiva, al segreto bancario rispetti il diritto di informazione riconosciuto al titolare o al licenziatario di un marchio dall’articolo 8 della direttiva 2004/48.

24.      Il diritto di informazione di cui all’articolo 8 della direttiva 2004/48 è un diritto strumentale inteso a garantire la tutela effettiva della proprietà intellettuale, come risulta dal considerando 21 di detta direttiva. Il suo obiettivo immediato e diretto è parificare in una certa misura il diverso grado di informazione di cui dispongono i presunti autori di una violazione di un diritto di proprietà intellettuale e il titolare di tale diritto (9), con le ripercussioni sull’effettività della tutela giurisdizionale che possono derivare dal fatto che il titolare del diritto non dispone delle informazioni minime necessarie per procedere contro il presunto autore della violazione. Naturalmente, tale diritto di informazione non è un diritto assoluto e, in effetti, il medesimo articolo 8 prevede che gli Stati membri possano imporre limiti al suo esercizio. Sebbene fra tali limiti non sia espressamente previsto il segreto bancario, il paragrafo 3 di detto articolo enuncia tuttavia che «[i] paragrafi 1 e 2 si applicano fatte salve le altre disposizioni regolamentari che (…) e) disciplinano la protezione o la riservatezza delle fonti informative o il trattamento di dati personali». D’altra parte, l’articolo 2, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2004/48 limita il diritto di informazione di cui all’articolo 8 laddove stabilisce che la menzionata direttiva «fa salv[a]», tra altre, la direttiva 95/46.

25.      Nella questione pregiudiziale il giudice del rinvio menziona espressamente il solo articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48 quale disposizione che consentirebbe eventualmente di applicare il segreto bancario in quanto limite, o persino eccezione, al diritto di informazione di cui all’articolo 8, paragrafo 1, lettera c). Pertanto, la questione è se, nelle circostanze del presente caso, l’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della menzionata direttiva consenta a un istituto di credito di far valere il segreto bancario, invocando una disposizione di legge nazionale che prevede la facoltà di astenersi dal deporre in talune circostanze, per rifiutarsi di fornire le informazioni richieste nell’esercizio del diritto sancito dal paragrafo 1 del medesimo articolo 8.

26.      Devo anzitutto evidenziare che, nella presente causa, occorre concentrare l’attenzione sulla seconda ipotesi prevista dalla menzionata lettera e), relativa al trattamento dei dati personali, tralasciando la prima, che riguarda la tutela della riservatezza delle fonti informative. Mi sembra evidente che tale ipotesi non ricorra nel caso di specie, dato che non è in gioco la tutela dell’identità di una «fonte informativa».

27.      Per quanto riguarda tale seconda ipotesi prevista dall’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48, devo iniziare la mia riflessione osservando che, a mio parere, la normativa nazionale controversa, come illustrataci dal giudice del rinvio, produce due diversi effetti: in primo luogo, un effetto diretto, consistente nella «negazione» del diritto di informazione riconosciuto dall’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/48 e, in secondo luogo, un effetto indiretto, consistente nell’«incidenza» sul diritto fondamentale a una tutela giurisdizionale effettiva ed eventualmente, in definitiva, sul diritto fondamentale alla proprietà intellettuale.

28.      Occorre subito rilevare che la negazione del diritto di informazione sopra menzionata (e, indirettamente, la limitazione dei suddetti diritti fondamentali) costituisce a sua volta una conseguenza delle esigenze del «segreto bancario», che viene considerato ricompreso nell’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, della ZPO. Il giudice del rinvio chiede se l’obiettivo di tutelare il segreto bancario possa rientrare nella deroga prevista dall’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48 all’esercizio del diritto di informazione di cui al paragrafo 1 del medesimo articolo, in quanto tale diritto viene riconosciuto «fatte salve», in particolare, «le altre disposizioni regolamentari che (…) disciplinano (…) il trattamento di dati personali».

29.      In tali circostanze, potrebbe mettersi in discussione l’applicabilità della suddetta deroga al caso di specie, in quanto si potrebbe dubitare che il «segreto bancario», quale previsto dal diritto tedesco, costituisca di per sé una «disposizione regolamentare» ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48, o che l’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, della ZPO – cui rinvia l’articolo 19, paragrafo 2, della legge sui marchi – sia diretto a disciplinare il «trattamento di dati personali», come ha rilevato in particolare il governo tedesco nelle sue osservazioni (10).

30.      Tuttavia, si deve tenere a mente che in molti casi, come accade nella presente causa, la questione sollevata nel contesto dell’applicazione di tale norma è se debbano o meno essere comunicati al giudice taluni dati personali di determinate persone (11). Inoltre, si deve anche considerare che, in ogni caso, la direttiva 2004/48 contiene, all’articolo 2, paragrafo 3, lettera a), una clausola generale di rispetto delle disposizioni della direttiva 95/46 in materia di protezione dei dati personali. Di conseguenza, un’interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48 conforme al diritto fondamentale alla protezione dei dati personali sancito dall’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta») mi induce a ritenere che la normativa nazionale controversa rientri nell’ambito di applicazione della menzionata lettera e) dell’articolo 8, paragrafo 3, di detta direttiva.

31.      Così definito il significato della normativa nazionale, ritengo che, per esaminarne la compatibilità con la direttiva 2004/48, occorra anzitutto qualificarla sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali implicati. A tal riguardo va rilevato in primo luogo che l’effetto di tale normativa nazionale consiste nell’introdurre una «limitazione all’esercizio» dei diritti fondamentali alla tutela giurisdizionale effettiva e alla proprietà industriale ai sensi dell’articolo 52, paragrafo 1, della Carta. Infatti, l’interesse legittimo dell’istituto di credito a tutelare il segreto bancario, manifestazione dell’obbligo di riservatezza sul quale è basato il suo rapporto con il cliente, comporta una limitazione dei due diritti fondamentali del titolare o licenziatario del marchio (per quest’ultimo in quanto titolare di determinati diritti patrimoniali inerenti al marchio) ai sensi dell’articolo 52, paragrafo 1, della Carta, in concreto del suo diritto di proprietà intellettuale (articolo 17, paragrafo 2, della Carta) e di quello a una tutela giurisdizionale effettiva sancito dall’articolo 47 della Carta (12), strumento necessario per la protezione del primo.

32.      L’articolo 52, paragrafo 1, della Carta consente di limitare l’esercizio dei diritti fondamentali in considerazione di due finalità alternative: la limitazione deve rispondere a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione (prima alternativa) o all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui (seconda alternativa). Pur essendo consapevole del fatto che spetta al giudice nazionale individuare in definitiva l’obiettivo legittimo perseguito dalla normativa controversa, ritengo chiaro che nella presente fattispecie ci muoviamo nell’ambito della seconda alternativa (anche se non escludo che possano sussistere anche «finalità di interesse generale» ai sensi della prima, connesse all’esercizio da parte degli istituti di credito di un’attività fondamentale per il funzionamento dell’intero sistema economico). In tale senso ritengo che la limitazione della tutela giurisdizionale effettiva e del diritto di proprietà intellettuale del licenziatario del marchio per effetto del segreto bancario – in virtù del quale l’istituto di credito è tenuto a non rivelare dati concernenti l’identità del cliente e la sua attività bancaria senza il suo consenso – risponda essenzialmente all’esigenza di tutelare il diritto (parimenti riconosciuto come fondamentale dall’articolo 8 della Carta) alla protezione dei dati personali della clientela detenuti dell’istituto di credito.

33.      L’articolo 52, paragrafo 1, della Carta contiene una dettagliata disciplina delle condizioni cui è subordinata la legittimità della «limitazione» di un diritto fondamentale. A tal riguardo, la limitazione di diritti fondamentali controversa nella presente causa, per essere legittima, dovrebbe soddisfare tutti i requisiti posti dalla menzionata disposizione, vale a dire essere prevista dalla legge, rispettare il contenuto essenziale dei diritti e delle libertà implicati e, infine, essere idonea e necessaria per raggiungere lo scopo perseguito, nonché rispettare il principio di proporzionalità.

34.      Il compito di accertare se la normativa tedesca controversa soddisfi i requisiti di cui all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta incombe al giudice nazionale. Ad esso spetta valutare, in base alla sua migliore conoscenza delle peculiarità di «una fattispecie come quella di cui al procedimento principale» alle quali fa riferimento il giudice del rinvio, se, in definitiva, ricorrano o meno le circostanze che legittimano la limitazione di diritti fondamentali per effetto del segreto bancario.

35.      Nei paragrafi successivi esporrò succintamente, ricordando la giurisprudenza della Corte in materia, le indicazioni necessarie affinché il giudice nazionale possa valutare, nell’applicazione dell’articolo 52, paragrafo 1, della Carta, se l’interesse legittimo dell’istituto di credito a preservare il segreto bancario possa validamente limitare il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva di coloro che, prima di difendere dinanzi all’autorità giudiziaria i diritti derivanti da un marchio comunitario, intendano far valere il diritto di informazione loro conferito dall’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/48, e possa limitare altresì, come eventuale conseguenza ultima, il loro diritto fondamentale alla proprietà intellettuale.

1.            Legalità e contenuto essenziale

36.      L’articolo 52, paragrafo 1, della Carta stabilisce che le limitazioni «devono essere previste dalla legge», vale a dire che esse devono rispettare il principio di legalità, sicché una limitazione è possibile solo se trova sostegno in un fondamento normativo del diritto interno, fondamento che deve essere accessibile, chiaro e prevedibile (13). Tuttavia, nella presente causa, come rilevato dal giudice remittente al punto 22 della sua ordinanza di rinvio, «nell’ordinamento tedesco il segreto bancario, pur non essendo direttamente sancito da una norma di legge, è desunto dal dovere generico della banca di tutelare e di non pregiudicare gli interessi patrimoniali della sua parte». Il Bundesgerichtshof afferma inoltre che, in Germania, «la tutela del segreto bancario si evince indirettamente dall’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, della ZPO, che fonda una facoltà di astenersi dal deporre in merito a fatti che rientrino nel segreto bancario (…) [i quali] comprendono di norma anche nome e indirizzo del titolare del conto».

37.      Come ho già ricordato nelle mie conclusioni relative alla causa Scarlet Extended (14), il termine «legge» ai sensi dell’articolo 52, paragrafo 1, della Carta, deve essere inteso nella sua accezione «materiale», e non solo nella sua accezione formale, nel senso che esso può includere sia il «diritto scritto» che il «diritto non scritto» o il «diritto elaborato» dai giudici, cosicché «una giurisprudenza costante» pubblicata, quindi accessibile, e seguita dai giudici inferiori, è idonea, in determinate circostanze, a completare una disposizione legislativa ed a chiarirla al punto da renderla prevedibile.

38.      Spetta al giudice del rinvio verificare fino a che punto la giurisprudenza relativa all’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, della ZPO consenta di concludere che il segreto bancario, pur non essendo espressamente sancito da alcuna disposizione di legge del diritto tedesco, risponda ai requisiti del principio di legalità nel senso sopra indicato (nello specifico, se risponda ai requisiti di accessibilità, chiarezza e prevedibilità) e in linea di principio possa legittimare, sempre che ricorrano gli ulteriori presupposti di cui all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta, la limitazione dei summenzionati diritti fondamentali.

39.      L’articolo 52, paragrafo 1, della Carta stabilisce inoltre che la limitazione deve comunque rispettare il «contenuto essenziale» del diritto o dei diritti fondamentali interessati. A tale proposito, i dubbi più seri riguardano, in particolare, il diritto della Coty Germany alla tutela giurisdizionale effettiva. L’effettività della tutela giurisdizionale richiesta dalla licenziataria del marchio violato sembra dipendere, in Germania, e in circostanze come quelle del caso di specie, solo ed esclusivamente dal fatto che l’istituto di credito al quale viene chiesta l’informazione, il quale è vincolato da un obbligo contrattuale di riservatezza nei confronti del cliente, rinunci, per qualsiasi motivo, ad avvalersi della facoltà di astenersi dal deporre conferitogli dall’articolo 383, paragrafo 1, numero 6, della ZPO (15). È vero che, in virtù del principio dell’autonomia procedurale, spetta al diritto nazionale dei vari Stati membri stabilire le modalità di attuazione del diritto dell’Unione (cosicché, in linea di principio, ciascuno Stato membro può decidere come disciplinare il diritto di determinati soggetti di astenersi dal deporre su fatti di cui siano a conoscenza). Tuttavia, il margine di discrezionalità di cui dispongono gli Stati membri nell’esercizio di tale competenza trova un limite nell’obbligo di garantire sempre l’effettività della tutela, cosicché non sia reso praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico dell’Unione (16). In ogni caso, è evidente che il contenuto essenziale non sarebbe rispettato qualora la normativa nazionale controversa avesse l’effetto di negare ai titolari degli eventuali diritti di proprietà intellettuale il diritto ad ottenere tutela presso gli organi giurisdizionali.

2.            Proporzionalità in senso ampio

40.      Ai sensi dell’articolo 52, paragrafo 1, seconda frase, della Carta, «[n]el rispetto del principio di proporzionalità, possono essere apportate limitazioni solo laddove siano necessarie e rispondano effettivamente (…) all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui». A tal fine si dovrà valutare se, nelle circostanze della presente causa, impedire alla Coty Germany, invocando il diritto bancario, di esercitare il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva, privando così di protezione anche il suo diritto alla proprietà intellettuale, sia idoneo, necessario e proporzionato per raggiungere lo scopo legittimo perseguito, che a mio avviso, come ho già rilevato, consiste nel tutelare il diritto alla protezione dei dati relativi al presunto autore della violazione dei quali dispone l’istituto di credito presso cui quest’ultimo è titolare di un conto.

a)            Idoneità

41.      In primo luogo, per quanto riguarda il primo requisito, l’analisi dell’idoneità impone di verificare se la limitazione dei diritti fondamentali alla tutela giurisdizionale effettiva e alla proprietà intellettuale del licenziatario del marchio sia idonea a conseguire l’obiettivo perseguito, vale a dire, nei termini dell’articolo 52, paragrafo 1, della Carta, se detta limitazione «[risponda] effettivamente» all’esigenza, in questo caso, di garantire il diritto alla protezione dei dati del titolare del conto bancario.

b)            Necessità

42.      In secondo luogo, e ciò appare particolarmente importante nelle circostanze della presente causa, occorre stabilire se la limitazione sia realmente necessaria per conseguire tale obiettivo. La limitazione dei diritti fondamentali della Coty Germany sarà necessaria solo se lo scopo perseguito (la protezione da parte dell’istituto bancario dei dati del cliente) non può essere raggiunto con una misura meno restrittiva di tali diritti. Ritengo che a tale riguardo occorrerà valutare, segnatamente, se i dati chiesti dalla Coty Germany alla Sparkasse possano eventualmente essere ottenuti con altri mezzi o presso un’altra fonte, diversa dall’istituto di credito (17). In tale contesto si dovrà inoltre esaminare la reale fattibilità della proposta formulata dalla Sparkasse nelle sue osservazioni, secondo cui la Coty Germany potrebbe promuovere un procedimento penale contro ignoti per ottenere attraverso tale via il nome del presunto autore della violazione. Pertanto, il giudice nazionale dovrà stabilire se siffatto ricorso alla via penale possa essere imposto al titolare o licenziatario del marchio e, anche in via preliminare, se ciò sia possibile in pratica secondo il diritto nazionale applicabile (e, in caso affermativo, se non costituisca eventualmente un utilizzo abusivo del procedimento penale per fini ad esso estranei).

c)            Proporzionalità in senso stretto

43.      Infine, nell’analisi della proporzionalità occorrerà esaminare fino a che punto gli obiettivi di tutela di determinati diritti rispetto ad altri diritti fondamentali compensino in misura sufficiente i sacrifici che comportano. Il giudice nazionale dovrà tenere conto, tra altri elementi, del tipo e della portata delle informazioni richieste dalla Coty Germany – che, secondo quanto risulta agli atti, sembrano essere limitate allo stretto necessario per avviare un procedimento giudiziario contro il presunto autore della violazione –; del livello di prova disponibile del fatto che è stata commessa una violazione del diritto di proprietà intellettuale (18) e del fatto che il titolare del conto da identificare possa avere agito illegalmente (19), e dovrà altresì valutare fino a che punto coloro che asseritamente commercializzano prodotti contraffatti siano meritevoli di tutela in relazione alla loro identità, in particolare perché, come ha affermato la Coty Germany nelle sue osservazioni, l’indicazione di un nome e di un indirizzo corretti rientra negli obblighi di ogni operatore di buona fede negli scambi commerciali (20); l’esistenza di un danno grave al titolare del marchio protetto e le garanzie sull’uso che la Coty Germany farà dei dati ottenuti, di modo che le informazioni rivelate vengano utilizzate solo per avviare un procedimento nei confronti del presunto responsabile della violazione e non per altri fini estranei a tale obiettivo. In ogni caso, nell’ambito di siffatto esame di proporzionalità, il giudice nazionale deve tenere conto di tutti i diritti fondamentali coinvolti e procedere quindi alla ponderazione dei diritti fondamentali in gioco (21).

44.      Alla luce delle suesposte considerazioni, ritengo che l’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48 debba essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale avente l’effetto di consentire incondizionatamente ad un istituto di credito di negare, invocando il segreto bancario, informazioni concernenti nome e indirizzo del titolare di un conto bancario che le siano state richieste in forza dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della medesima direttiva. Tale effetto è compatibile con la menzionata disposizione di detta direttiva solo se costituisce il risultato di una previa valutazione, che spetta al giudice nazionale, mediante la quale sia garantita la legittimità della limitazione dei diritti fondamentali interessati dalla normativa nazionale controversa, conformemente all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

V –    Conclusione

45.      Sulla base delle considerazioni sopra svolte, propongo alla Corte di rispondere al Bundesgerichtshof che:

«L’articolo 8, paragrafo 3, lettera e), della direttiva 2004/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, deve essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale avente l’effetto di consentire incondizionatamente ad un istituto di credito di negare, invocando il segreto bancario, informazioni concernenti nome e indirizzo del titolare di un conto bancario che le siano state richieste in forza dell’articolo 8, paragrafo 1, lettera c), della medesima direttiva. Tale effetto è compatibile con la menzionata disposizione di detta direttiva solo se costituisce il risultato di una previa valutazione, che spetta al giudice nazionale, mediante la quale sia garantita la legittimità della limitazione dei diritti fondamentali interessati dalla normativa nazionale controversa, conformemente all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».


1 –      Lingua originale: lo spagnolo.


2 –      GU L 157, pag. 45. Ai sensi dell’articolo 1, seconda frase, della direttiva 2004/48, «[a]i fini della presente direttiva i termini “diritti di proprietà intellettuale” includono i diritti di proprietà industriale». Pertanto, in prosieguo utilizzerò l’espressione «proprietà intellettuale» in tale senso ampio.


3 –      V. sentenze Promusicae, C‑275/06, EU:C:2008:54; Scarlet Extended, C‑70/10, EU:C:2011:771; Bonnier Audio e a., C‑461/10, EU:C:2012:219, e UPC Telekabel Wien, C‑314/12, EU:C:2014:192, nonché ordinanza LSG-Gesellschaft zur Wahrnehmung von Leistungsschutzrechten, C‑557/07, EU:C:2009:107.


4 –      Secondo l’articolo 4 della direttiva 2004/48, gli Stati membri riconoscono la legittimazione a chiedere l’applicazione delle misure, delle procedure e dei mezzi di ricorso di cui al capo II della medesima direttiva, tra l’altro, «a tutti gli altri soggetti autorizzati a disporre [di] diritti [di proprietà intellettuale], in particolare ai titolari di licenze, se consentito dalle disposizioni della legislazione applicabile e conformemente alle medesime».


5 –      BT-Drs. 16/5048, pagg. 38 e 39, in relazione al progetto delle legge tedesca di trasposizione della direttiva 2004/48.


6 –      Il corsivo è mio. La versione spagnola, al pari di quella italiana («nel contesto dei procedimenti riguardanti la violazione di un diritto di proprietà intellettuale») e di quella portoghese («no contexto dos procedimentos relativos à violação de um direito de propriedade intelectual»), è una traduzione letterale della versione in lingua inglese, «in the context of proceedings concerning an infringement of an intellectual property right». La versione in lingua tedesca riporta letteralmente «im Zusammenhang mit einem Verfahren wegen Verletzung eines Rechts des geistigen Eigentums» (il corsivo è mio), mentre la versione in lingua francese utilizza l’espressione «dans le cadre».


7 –      In tal senso si esprimono anche Walter e Goebel nella loro analisi dell’articolo 8 della direttiva 2004/48 in Walter, M.M., e von Lewinski, S., (ed.): European Copyright Law: a commentary. Oxford, Oxford University Press, 2010, pagg. 1263 e 1264: «Paragraph 1 does not read “in the course of proceedings concerning an infringement of intellectual property rights”, but refers to such proceedings in using the formula “in the context of” such proceedings, thus emphasizing that the information must be provided with respect to infringement proceedings but not necessarily in the course of an infringement proceeding» (il corsivo è mio).


8 –      Il segreto bancario è generalmente accettato in Germania in quanto obbligo specifico di riservatezza derivante dall’obbligo generale degli istituti di credito di tutelare e non ledere gli interessi patrimoniali dei clienti, che normalmente è incluso nelle condizioni generali dei contratti che essi sottoscrivono con tali istituti ed impone a questi ultimi di respingere le richieste di informazioni relative ai loro clienti in mancanza del consenso del titolare del conto. Le condizioni generali di contratto della Stadtsparkasse Magdeburg possono essere consultate su Internet, https://www.sparkasse-magdeburg.de/pdf/vertragsbedingungen/AGB.pdf. Esse contengono un esplicito riferimento al segreto bancario (numero 1, paragrafo 1) e alle ipotesi nelle quali l’istituto può fornire informazioni relative al cliente (numero 3, paragrafo 2). Sul segreto bancario, e in particolare sul suo rapporto con la protezione dei dati, v. segnatamente Kahler, T., «Datenschutz und Bankgeheimnis», in Kahler, T., e Werner, S., Electronic Banking und Datenschutz — Rechtsfragen und Praxis, Berlino/Heidelberg: Springer, 2008, pagg. 143 e segg. e la bibliografia ivi citata.


9 –      McGuire, M.R., «Beweismittelvorlage und Auskunftsanspruch nach der Richtlinie 2004/48/EG zur Durchsetzung der Rechte des Geistigen Eigentums», Gewerblicher Rechtsschutz und Urheberrecht ‑ Internationaler Teil, 2005, pag. 15, e Haedicke, M., «Informationsbefugnisse des Schutzrechtsinhabers im Spiegel der EG-Richtlinie zur Durchsetzung der Rechte des geistigen Eigentums», in Ohly, A., e altri (ed.): Perspektiven des Geistigen Eigentums und Wettbewerbsrechts ‑ Festschrift für Gerhard Schricker zum 70. Geburtstag. Monaco, C.H. Beck, 2005, pagg. 19 e 20.


10 –      V. punti 59 e segg. di dette osservazioni.


11 –      La comunicazione del nome e dell’indirizzo del titolare del conto (presunto autore della violazione) presso la Sparkasse, richiesta dalla Coty Germany, costituirebbe, ove fosse effettuata, una comunicazione di dati personali, vale a dire di informazioni concernenti una persona fisica identificata o identificabile [secondo la definizione di cui all’articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46], nonché un «trattamento di dati personali» [secondo la definizione di cui all’articolo 2, lettera b), della medesima direttiva].


12 –      Il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva di cui all’articolo 47 della Carta è la riaffermazione del principio della tutela giurisdizionale effettiva, principio generale di diritto dell’Unione che deriva dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri (v. sentenze Unibet, C‑432/05, EU:C:2007:163, punto 37; Kadi e Al Barakaat International Foundation/Consiglio e Commissione, C‑402/05 P e C‑415/05 P, EU:C:2008:461, punto 335, e AJD Tuna, C‑221/09, EU:C:2011:153, punto 54).


13 –      V., sul punto, paragrafo 53 delle conclusioni dell’avvocato generale Kokott nella causa Promusicae, C‑275/06, EU:C:2007:454, che richiama la sentenza Österreichischer Rundfunk e a., C‑465/00, C‑138/01 e C‑139/01, EU:C:2003:294, punti 76 e 77.


14 –      C‑70/10, EU:C:2011:255, punto 99.


15 –      A tale proposito si deve ricordare quanto rilevato al paragrafo 19 delle presetni conclusioni in ordine all’impossibilità di avviare in Germania un procedimento civile contro una persona indeterminata. Come già osservato dall’avvocato generale Trstenjak nelle conclusioni relative alla causa Hypoteční banka (C‑327/10, EU:C:2011:561), «[s]e un attore non è in grado di intentare un’azione contro un convenuto che non si sia stato in grado di contattare nonostante tutte le indagini effettuate, come esigono i principi di diligenza e buona fede, il diritto dell’attore ad una tutela effettiva rischia di essere completamente privato del suo contenuto» (paragrafo 131).


16 –      V., inter alia, sentenze Safalero, C‑13/01, EU:C:2003:447, punto 49; Weber’s Wine World e a., C‑147/01, EU:C:2003:533, punto 103; Wells, C‑201/02, EU:C:2004:12, punto 67, e Unibet, C‑432/05, EU:C:2007:163, punto 43, nonché le conclusioni dell’avvocato generale Trstenjak nella causa N.S. e a., C‑411/10 e C‑493/10, EU:C:2011:610, punti 160 e 161. Il principio di effettività trova ora espressione non solo nel diritto alla tutela giurisdizionale effettiva sancito dall’articolo 47 della Carta, ma anche, nello specifico ambito in esame, nell’articolo 3 della direttiva 2004/48.


17 –      A tal riguardo, nella presente causa si deve tenere a mente che la Coty Germany aveva già tentato, senza successo, di ottenere tali informazioni dalla piattaforma di aste attraverso la quale ha acquistato il prodotto contraffatto e dalla persona che tale piattaforma ha identificato come titolare dell’account utente dal quale è stata effettuata la vendita.


18 –      A tale proposito v. sentenza Bonnier Audio e a., C‑461/10, EU:C:2012:219, punto 58, in cui la Corte ha considerato ammissibile sotto il profilo del diritto dell’Unione una normativa nazionale la quale esigeva, segnatamente, che, affinché potesse essere disposta l’ingiunzione di comunicazione dei dati richiesti, sussistessero indizi reali della violazione di un diritto di proprietà intellettuale. V. anche conclusioni dell’avvocato generale Trstenjak nella causa N.S. e a., C‑411/10 e C‑493/10, EU:C:2011:611, paragrafo 159. Si deve ricordare che, nella presente causa, il giudice remittente afferma, al punto 2 della sua decisione di rinvio, che «[i]l profumo era una contraffazione riconoscibile anche da un profano».


19 –      Diversamente dalla causa Promusicae, C‑275/06, EU:C:2008:54, in cui, come rilevato dall’avvocato generale Kokott al paragrafo 115 delle sue conclusioni, EU:C:2007:454, «[d]al fatto che un’infrazione del diritto d’autore commessa in una certa data e ora possa essere ricondotta ad un indirizzo IP non deriva necessariamente che tali azioni siano state compiute proprio dal titolare della connessione cui era stato attribuito il predetto indirizzo IP alla data e ora indicate», nella presente causa si parte, a mio avviso correttamente, dal presupposto che il titolare del conto sul quale vengono versate le somme corrispondenti al pagamento delle merci contraffatte sia la persona (o una delle persone) che traggono un vantaggio economico dalla violazione del diritto di marchio.


20 –      A tal riguardo si deve ricordare che, nella sentenza L’Oréal e a., C‑324/09, EU:C:2011:474, punto 142, la Corte ha già dichiarato che «se è certamente necessario rispettare la protezione dei dati personali, resta pur sempre il fatto che, quando agisce nel commercio e non nella vita privata, l’autore della violazione deve essere chiaramente identificabile» (il corsivo è mio). Nel presente procedimento appare chiaro che il soggetto che ha venduto il profumo contraffatto agisse «su scala commerciale» ai sensi della direttiva 2004/48, posto che, secondo quanto risulta agli atti, il giro d’affari dell’account utente della piattaforma di aste online dalla quale è stata effettuata la vendita ammontava, tra metà dicembre 2010 e metà gennaio 2011, ad oltre EUR 10 000.


21 –      In tal senso, vanno ricordate le sentenze Promusicae, C‑275/06, EU:C:2008:54, e Bonnier Audio e a., C‑461/10, EU:C:2012:219, nonché l’ordinanza LSG‑Gesellschaft zur Wahrnehmung von Leistungsschutzrechten, C‑557/07, EU:C:2009:107.