Language of document : ECLI:EU:C:2017:348

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE

NILS WAHL

presentate il 4 maggio 2017 (1)

Causa C183/16 P

Tilly-Sabco

contro

Commissione europea

«Impugnazione – Agricoltura – Restituzione all’esportazione – Regolamento (CE) n. 1234/2007 – Articoli 162 e 164 – Procedura di comitato – Regolamento (UE) n. 182/2011 – Articolo 3 – Carni di pollame – Polli congelati – Regolamento (UE) n 689/2013 – Prassi della Commissione nella fissazione delle restituzioni – Restituzione fissata a EUR 0 – Termini applicabili – Obbligo di motivazione»






1.        Con la sua impugnazione la Tilly-Sabco chiede alla Corte di annullare la sentenza pronunciata dal Tribunale nella causa T‑397/13 (2), con cui è stato respinto il ricorso della Tilly-Sabco diretto all’annullamento del regolamento n. 689/2013 (3), che fissa a zero l’importo delle restituzioni all’esportazione di polli congelati verso taluni paesi. La presente impugnazione solleva una serie di questioni giuridiche.

2.        Nella sentenza impugnata il Tribunale ha dichiarato, inter alia, che l’attuale prassi della Commissione nella fissazione delle restituzioni all’esportazione è conforme alle norme di comitatologia, in particolare all’articolo 3 del regolamento (UE) n. 182/2011 (4). In sostanza, tale prassi consiste nel presentare e adottare progetti di atti di esecuzione entro termini molto brevi al fine di minimizzare il rischio di fughe di notizie e, secondo quanto affermato dalla Commissione, di speculazioni. Inoltre, il Tribunale ha dichiarato che la Commissione non è venuta meno all’obbligo di motivazione ad essa incombente in forza dell’articolo 296 TFUE laddove, nel corso del procedimento di adozione del regolamento controverso, ha semplicemente sostituito il precedente importo delle restituzioni con il numero zero, senza modificare la motivazione esposta nel regolamento previgente rispetto al regolamento controverso. Il Tribunale ha poi respinto una serie di altri motivi di annullamento dedotti dalla ricorrente.

3.        Per le ragioni che illustrerò qui di seguito, ritengo che nessuno dei motivi di impugnazione dedotti dalla Tilly-Sabco possa essere accolto. Pertanto, propongo alla Corte di respingere la presente impugnazione.

I.      Contesto normativo

A.      Regolamento (CE) n. 1234/2007 (5)

4.        L’articolo 162 («Restituzioni all’esportazione») del regolamento n. 1234/2007 dispone quanto segue:

«1.      Nella misura necessaria per consentire l’esportazione sulla base delle quotazioni o dei prezzi praticati sul mercato mondiale ed entro i limiti che scaturiscono dagli accordi conclusi conformemente all’articolo [218 TFUE], la differenza tra queste quotazioni o prezzi e i prezzi [nell’Unione] può essere coperta da una restituzione all’esportazione per:

a)      i prodotti dei settori seguenti da esportare come tali:

(…)

viii)      carni di pollame».

5.        Ai sensi del successivo articolo 164 («Fissazione delle restituzioni all’esportazione»):

«1.      Le restituzioni all’esportazione sono le stesse per tutta [l’Unione]. Esse possono essere differenziate secondo le destinazioni, allorché ciò sia reso necessario dalla situazione del mercato mondiale o dalle particolari esigenze di taluni mercati, o dagli obblighi che scaturiscono dagli accordi conclusi a norma dell’articolo [218 TFUE].

2.      Le restituzioni sono fissate dalla Commissione.

In particolare, tale fissazione può aver luogo:

a)      periodicamente;

b)      mediante gara per i prodotti per i quali tale procedura era applicata prima della data di applicazione del presente regolamento a norma dell’articolo 204, paragrafo 2.

Tranne in caso di fissazione mediante gara, l’elenco dei prodotti per i quali è accordata una restituzione all’esportazione e l’importo di tali restituzioni sono fissati almeno una volta ogni tre mesi. L’importo della restituzione può tuttavia essere mantenuto allo stesso livello per più di tre mesi e nel periodo intercorrente può, se necessario, essere adattato dalla Commissione, senza l’assistenza del comitato di cui all’articolo 195, paragrafo 1, su richiesta di uno Stato membro o di propria iniziativa.

3.      Le restituzioni per un determinato prodotto sono fissate tenendo conto di uno o più dei seguenti aspetti:

a)      la situazione e le prospettive di evoluzione:

–      sul mercato [dell’Unione], dei prezzi del prodotto in questione e delle sue disponibilità,

–      sul mercato mondiale, dei prezzi di tale prodotto.

b)      gli obiettivi dell’organizzazione comune del mercato, volti a garantire a tale mercato una situazione equilibrata e uno sviluppo naturale sul piano dei prezzi e degli scambi;

c)      la necessità di evitare perturbazioni tali da provocare uno squilibrio prolungato tra la domanda e l’offerta sul mercato [dell’Unione];

d)      l’aspetto economico delle esportazioni previste;

e)      i limiti che derivano dagli accordi conclusi a norma dell’articolo [218 TFUE];

f)      la necessità di stabilire un equilibrio tra l’utilizzazione dei prodotti di base [dell’Unione] nella fabbricazione di merci trasformate ai fini dell’esportazione verso i paesi terzi e l’utilizzazione dei prodotti di paesi terzi, che siano stati ammessi al regime di perfezionamento;

g)      le spese di commercializzazione e le spese di trasporto più favorevoli dai mercati [dell’Unione] fino ai porti o altri luoghi di esportazione [dell’Unione], nonché le spese d’inoltro ai paesi di destinazione;

h)      la domanda sul mercato [dell’Unione];

i)      con riguardo ai settori delle carni suine, delle uova e delle carni di pollame, la differenza tra i prezzi [nell’Unione] e i prezzi sul mercato mondiale del quantitativo di cereali da foraggio necessario per produrre [nell’Unione] i prodotti di tali settori.

(…)».

6.        L’articolo 195 («Comitato»), paragrafi 1 e 2, del regolamento medesimo dispone quanto segue:

«1.      La Commissione è assistita dal comitato di gestione per l’organizzazione comune dei mercati agricoli (il “comitato di gestione”).

2.      Nei casi in cui è fatto riferimento al presente paragrafo, si applicano gli articoli 4 e 7 della decisione 1999/468/CE [(6)].

Il periodo di cui all’articolo 4, paragrafo 3, della decisione 1999/468/CE è fissato ad un mese».

B.      Regolamento (UE) n. 182/2011

7.        Il regolamento n. 182/2011 ha abrogato e sostituito la decisione 1999/468. L’articolo 3 («Disposizioni comuni») di detto regolamento così recita:

«1.      Le disposizioni comuni di cui al presente articolo si applicano a tutte le procedure di cui agli articoli da 4 a 8.

2.      La Commissione è assistita da un comitato composto da rappresentanti degli Stati membri. Il comitato è presieduto da un rappresentante della Commissione. Il presidente non prende parte alle votazioni del comitato.

3.      Il presidente sottopone al comitato il progetto di atto di esecuzione che deve essere adottato dalla Commissione.

Salvo in casi debitamente giustificati, il presidente convoca una riunione entro un termine non inferiore a quattordici giorni dalla presentazione del progetto di atto di esecuzione e del progetto di ordine del giorno al comitato. Il comitato esprime il suo parere sul progetto di atto di esecuzione entro un termine che il presidente può fissare in funzione dell’urgenza della questione. I termini sono proporzionati e offrono ai membri del comitato tempestive e effettive opportunità di esaminare il progetto di atto di esecuzione ed esprimere la loro posizione.

(…)».

8.        Il successivo articolo 5 («Procedura d’esame») prevede quanto segue:

«(…)

2.      Nei casi in cui il comitato esprime un parere positivo, la Commissione adotta il progetto di atto di esecuzione.

3.      Fatto salvo l’articolo 7, se il comitato esprime un parere negativo, la Commissione non adotta il progetto di atto di esecuzione. Qualora ritenga che sia necessario un atto di esecuzione, il presidente può sottoporre una versione modificata del progetto di atto di esecuzione allo stesso comitato entro due mesi dalla presentazione del parere negativo, ovvero presentare il progetto di atto di esecuzione entro un mese dalla suddetta presentazione al comitato di appello per una nuova delibera.

4.      Nei casi in cui non è espresso alcun parere, la Commissione può adottare il progetto di atto di esecuzione, tranne nel caso di cui al secondo comma. Se la Commissione non adotta il progetto di atto di esecuzione, il presidente può presentare al comitato una versione modificata dello stesso.

Fatto salvo l’articolo 7, la Commissione non adotta il progetto di atto di esecuzione nel caso in cui:

(…)

c)      la maggioranza semplice dei componenti del comitato sia contraria.

(…)».

9.        Ai sensi del successivo articolo 7 («Adozione di atti di esecuzione in casi eccezionali»):

«In deroga all’articolo 5, paragrafo 3, e all’articolo 5, paragrafo 4, secondo comma, la Commissione può adottare un progetto di atto di esecuzione, nel caso in cui esso debba essere adottato senza indugio per evitare il verificarsi di crisi significative dei mercati nel settore dell’agricoltura o di un rischio agli interessi finanziari dell’Unione, ai sensi dell’articolo 325 TFUE».

II.    Fatti

10.      La Tilly‑Sabco è un’impresa francese operante nel settore dell’esportazione di polli interi congelati nei paesi del Medio Oriente.

11.      Conformemente ai principi che regolano le restituzioni all’esportazione stabiliti dal regolamento n. 1234/2007 e in particolare dai suoi articoli 162 e 164, la Commissione ha fissato periodicamente, mediante regolamenti di esecuzione, l’importo delle restituzioni all’esportazione nel settore delle carni di pollame.

12.      A partire dall’adozione del regolamento (UE) n. 525/2010 (7), l’importo di dette restituzioni è gradualmente diminuito per tre categorie di polli congelati. L’importo delle restituzioni all’esportazione è stato dapprima ridotto da EUR 40 per 100 kg a EUR 32,50 per 100 kg. Dopo essere stato mantenuto dagli otto regolamenti di esecuzione successivi, detto importo è stato infine ridotto a EUR 21,70 per 100 kg ai sensi del regolamento (UE) n. 962/2012 (8).

13.      Un’ulteriore riduzione, che ha portato l’importo delle restituzioni a EUR 10,85 per 100 kg per le tre categorie di polli congelati in questione, è stata imposta dal regolamento (UE) n. 33/2013 (9). Tale importo è stato successivamente mantenuto dal regolamento (UE) n. 360/2013 (10).

14.      Con il regolamento controverso, la Commissione ha, inter alia, fissato a zero l’importo delle restituzioni all’esportazione per tre categorie di polli congelati.

15.      L’importo delle restituzioni per gli altri sei prodotti – essenzialmente pulcini ‑ elencati nell’allegato del regolamento controverso, che era stato fissato a zero dal regolamento (UE) n. 1056/2011 (11), non è stato modificato.

16.      Come emerge dall’allegato del regolamento controverso, le destinazioni interessate dalle restituzioni all’esportazione sono, in particolare, paesi del Medio Oriente.

17.      I considerando del regolamento controverso pertinenti nella specie così recitano:

«(1)      Ai sensi dell’articolo 162, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1234/2007, la differenza tra i prezzi dei prodotti elencati nell’allegato I, parte XX, di detto regolamento praticati sul mercato mondiale e i prezzi degli stessi prodotti nell’Unione europea può essere coperta da una restituzione all’esportazione.

(2)      Vista la situazione attualmente esistente sul mercato del pollame, occorre fissare restituzioni all’esportazione nel rispetto delle norme e dei criteri previsti dagli articoli 162, 163, 164, 167 e 169 del regolamento (CE) n. 1234/2007.

(3)      Ai sensi dell’articolo 164, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1234/2007, le restituzioni possono essere differenziate secondo le destinazioni, in particolare quando ciò sia reso necessario dalla situazione del mercato mondiale o dalle particolari esigenze di taluni mercati, o dagli obblighi che scaturiscono dagli accordi conclusi a norma dell’articolo [218 TFUE].

(…)

(6)      Per prevenire ogni divergenza rispetto all’attuale situazione del mercato e le speculazioni sul mercato, nonché per garantire l’efficienza della gestione è necessario che il presente regolamento entri in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.

(7)      Il comitato di gestione per l’organizzazione comune dei mercati agricoli non ha emesso un parere entro il termine stabilito dal suo presidente».

18.      Secondo i punti da 76 a 82 della sentenza impugnata, il regolamento controverso è stato adottato nel seguente contesto.

19.      Il 16 luglio 2013 la Commissione inviava ai membri del comitato di cui all’articolo 195, paragrafo 1, del regolamento n. 1234/2007 (in prosieguo: il «comitato di gestione»), tramite messaggio di posta elettronica, un documento intitolato «EU Market situation for poultry» (Situazione del mercato avicolo dell’Unione).

20.      Nel corso della riunione del comitato di gestione svoltasi nella mattinata del 18 luglio 2013, la Commissione procedeva all’esposizione della situazione del mercato avicolo. Nel pomeriggio in cui, dopo le ore 13.00, la riunione veniva ripresa, la Commissione presentava al comitato di gestione il progetto del regolamento impugnato (in prosieguo: il «progetto di regolamento»). Si trattava di una fotocopia del regolamento precedente che fissava le restituzioni all’esportazione, nella quale i riferimenti agli importi delle restituzioni erano stati barrati a matita.

21.      Il progetto di regolamento veniva poi sottoposto a votazione. Il direttore generale della DG dell’agricoltura e dello sviluppo rurale procedeva alle formalità di autocertificazione lo stesso giorno alle ore 15:46, al fine di consentire, il giorno successivo, la pubblicazione del regolamento controverso nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, affinché entrasse in vigore e fosse applicato immediatamente.

22.      Nessuno dei rappresentanti degli Stati membri riuniti nel comitato di gestione contestava il metodo o i termini applicati dalla Commissione.

III. Procedimento dinanzi al Tribunale

23.      Con atto introduttivo depositato presso la cancelleria del Tribunale il 6 agosto 2013, la Tilly-Sabco proponeva ricorso diretto all’annullamento del regolamento controverso. A sostegno del ricorso, la Tilly-Sabco deduceva cinque motivi di annullamento, vale a dire: i) violazione di una forma sostanziale e sviamento di procedura; ii) vizio procedurale e incompetenza; iii) carenza di motivazione; iv) violazione di legge o errore manifesto di valutazione e v) violazione del principio di tutela del legittimo affidamento.

24.      In pari data, la Tilly-Sabco chiedeva al Tribunale di sospendere l’applicazione del regolamento controverso nelle more del ricorso di annullamento. Con ordinanza del 29 agosto 2013, la Repubblica francese veniva autorizzata ad intervenire a sostegno della ricorrente. Con ordinanza del 26 settembre 2013, il presidente del Tribunale respingeva la domanda di sospensione (12).

25.      Con ordinanza del 7 aprile 2014, la Doux SA veniva autorizzata ad intervenire a sostegno della domanda di annullamento della Tilly-Sabco.

26.      In esito all’udienza pubblica tenutasi il 22 aprile 2015, il Tribunale respingeva il ricorso di annullamento della Tilly-Sabco condannando la medesima a sopportare le proprie spese, comprese quelle relative al procedimento sommario. Il Tribunale condannava inoltre la Commissione, la Repubblica francese e la Doux a sopportare le proprie spese.

IV.    Procedimento dinanzi alla Corte e conclusioni delle parti

27.      Con l’impugnazione, depositata presso la Corte il 31 marzo 2016, la Tilly-Sabco chiede che la Corte voglia:

–        annullare la sentenza impugnata, salvo nella parte relativa alla ricevibilità del ricorso;

–        in applicazione dell’articolo 61 dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea, statuire definitivamente sulla controversia e annullare il regolamento controverso;

–        condannare la Commissione alle spese di primo grado e di impugnazione.

28.      Nella propria comparsa di risposta, depositata presso la cancelleria della Corte il 17 giugno 2016, la Commissione chiede che la Corte voglia:

–        respingere l’impugnazione;

–        condannare la ricorrente alle spese.

29.      Le parti hanno esposto le proprie difese orali all’udienza tenutasi il 1o marzo 2017.

V.      Analisi

A.      Osservazioni preliminari

30.      A sostegno dell’impugnazione, la Tilly-Sabco deduce quattro motivi, per lo più suddivisi in vari capi. In sostanza, la ricorrente sostiene che il Tribunale ha interpretato erroneamente: i) l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011, ii) l’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007, iii) l’articolo 296 TFUE e iv) l’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007 ovvero è incorso in un manifesto errore di valutazione nell’applicazione della disposizione medesima. Esaminerò tali motivi di impugnazione in ordine successivo, dopo avere riassunto le posizioni delle parti.

31.      Il primo motivo di impugnazione sembra essere il più delicato. Tale motivo riguarda la legittimità della prassi seguita dalla Commissione nei propri rapporti con il comitato di gestione nell’ambito della fissazione dell’importo delle restituzioni all’esportazione. La Commissione ha informato il Tribunale (v. punto 79 della sentenza impugnata) che tale prassi risale al 1962.

32.      A tale questione si ricollega il fatto che l’oggetto del presente procedimento è un regolamento modellato su un regolamento di tenore pressoché identico, da esso abrogato e sostituito e rispetto al quale sono state modificate solo alcune cifre. Siffatti «regolamenti tipo» sollevano, a loro volta, questioni concernenti l’obbligo di motivazione e la possibilità per la Commissione di interrompere di fatto, fissando a zero l’importo della restituzione, l’adozione dei cosiddetti strumenti normativi agricoli periodici ai sensi del regolamento n. 1234/2007.

33.      Occorre, inoltre, menzionare il fatto che, con due sentenze pronunciate in pari data della sentenza impugnata, il Tribunale ha respinto i ricorsi di annullamento proposti dalla Doux (13) e dalla Repubblica francese (14) contro il regolamento controverso. Tali sentenze sono passate in giudicato, non essendo state impugnate dinanzi alla Corte.

34.      Infine, ai punti da 28 a 68 della sentenza impugnata il Tribunale ha osservato che ricorrevano tutti i requisiti previsti dall’articolo 263, quarto comma, TFUE e, in particolare, che il regolamento controverso non comporta alcuna misura di esecuzione (15). La Commissione, che ha contestato la legittimazione della ricorrente ad agire dinanzi al Tribunale (16), non ha contestato tale passo della sentenza impugnata. Pertanto, non occorre che la Corte esamini d’ufficio se la sentenza impugnata abbia statuito correttamente in merito a tale questione (17).

B.      Primo motivo di impugnazione: erronea interpretazione dell’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 da parte del Tribunale

1.      Argomenti delle parti

35.      Nel primo capo del primo motivo di impugnazione, la ricorrente sostiene che il Tribunale ha erroneamente interpretato, ai punti da 70 a 146 della sentenza impugnata, la nozione di «termine proporzionato» di cui all’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011. La presentazione del progetto di regolamento ad una riunione iniziata dopo le 13.00 e conclusasi alle 15.46 non rispetterebbe, a suo parere, un termine proporzionato. Essa sostiene inoltre, nella replica, che non è mai stata contestata la possibilità per i privati di far valere una violazione del regolamento n. 182/2011 e che il mancato riconoscimento di tale possibilità costituisce una violazione dell’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»).

36.      Nel secondo capo del medesimo motivo di impugnazione, la Tilly-Sabco sostiene che il Tribunale è incorso in un errore di interpretazione e/o in una contraddizione, ai punti 86, da 110 a 115 e 128 della sentenza impugnata, nell’applicazione del criterio dell’urgenza. A suo parere, il Tribunale non potrebbe dichiarare l’assenza dell’urgenza, da un lato, e nel contempo, dall’altro, sottolineare il rischio di fughe di notizie che potrebbe giustificare la presentazione del progetto di regolamento durante la riunione, rischio che, in ogni caso, esso non considera equivalente a un’urgenza. Nella replica, la Tilly‑Sabco richiama il regolamento interno tipo (18) in relazione alla decisione 1999/468, secondo cui ricorre estrema urgenza «[i]n particolare quando è minacciata la salute umana o animale».

37.      Con il terzo capo del presente motivo di impugnazione, la ricorrente sostiene che il Tribunale avrebbe confuso, ai punti da 92 a 108 della sentenza impugnata, il termine per l’invio dei documenti relativi alla situazione del mercato con il termine applicabile alla presentazione del progetto di regolamento. I pochi minuti rimasti dopo che i membri del comitato di gestione avevano ricevuto il progetto di regolamento costituirebbero un termine estremamente breve o addirittura non sarebbero un termine, il che avrebbe impedito a detto comitato di esaminare tutte le circostanze rilevanti.

38.      Nel quarto capo del presente motivo di impugnazione, la ricorrente sostiene che confermando, ai punti da 111 a 118 della sentenza impugnata, la prassi della Commissione risalente al 1962, il Tribunale ha violato l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011. A suo parere, nulla avrebbe impedito alla Commissione di riformulare tale regolamento per adeguare la propria prassi.

39.      Infine, nel quinto capo del motivo di impugnazione in esame, la Tilly-Sabco sostiene che il Tribunale si è contraddetto dichiarando, da un lato, al punto 149 della sentenza impugnata, che la Commissione avrebbe indicato che la fissazione delle restituzioni a zero era basata sulla situazione di mercato dell’epoca, e affermando successivamente, dall’altro, al punto 255 della medesima sentenza, che la Commissione avrebbe indicato che la riduzione progressiva degli importi applicabili costituiva il risultato di una situazione in evoluzione e, quindi, non della situazione corrente.

40.      La Commissione contesta tali argomenti.

2.      Valutazione

41.      Esaminerò questo motivo di impugnazione nel suo complesso, dato che tutti suoi capi (salvo il quinto) riguardano essenzialmente presunti errori che il Tribunale avrebbe commesso, sotto vari profili, nell’interpretazione dell’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011.

42.      Nella sentenza impugnata, il Tribunale ha ritenuto, al punto 91, che l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 non osta, in linea di principio, alla presentazione di un progetto di regolamento nel corso di una riunione. Dopo avere analizzato le circostanze del procedimento sfociato nell’adozione del regolamento controverso, Il Tribunale ha poi dichiarato, al successivo punto 108, che il termine tra la presentazione del progetto del regolamento impugnato e la messa ai voti era sufficiente per offrire ai membri del comitato di gestione effettive opportunità di esaminare il progetto di regolamento ed esprimere la loro posizione. Ha quindi considerato, al successivo punto 114, che la decisione in ordine alla questione dell’urgenza, cui fa riferimento l’articolo 3, paragrafo 3, del menzionato regolamento, spetta alla Commissione e che il criterio di controllo giurisdizionale è limitato all’accertamento dell’esistenza di un errore manifesto di valutazione o di uno sviamento di potere. Il Tribunale ha concluso, ai punti 119 e 120 della sentenza medesima, che il termine per il parere del comitato di gestione era proporzionato e la valutazione dell’urgenza da parte della Commissione non risultava viziata né da un errore manifesto di valutazione né da uno sviamento di potere, e che pertanto la Commissione non era incorsa nella violazione della disposizione citata. Inoltre, ai successivi punti 123 e 124, il Tribunale ha inoltre dichiarato che, laddove la ricorrente intendesse dedurre un motivo di annullamento fondato sulla violazione del regolamento interno del comitato di gestione (19), è precluso ai privati far valere una violazione di tale regolamento. Ai successivi punti da 125 a 129 ha infine rilevato, a fini di completezza, che quand’anche la Commissione avesse violato l’articolo 3, paragrafo 3, di detto regolamento, il termine fissato si era dimostrato sufficiente e, pertanto, un’eventuale violazione non comportava l’annullamento del regolamento controverso.

43.      Anzitutto, sebbene la Tilly-Sabco sostenga effettivamente nella propria impugnazione che nel caso in esame non è stata invocata alcuna urgenza tale da giustificare un trattamento accelerato, il suo argomento specifico relativo alla nozione di «urgenza» utilizzata nel regolamento interno (v. supra, paragrafo 36) non è stato sollevato nell’impugnazione ed è pertanto tardivo, poiché nulla nella comparsa di risposta della Commissione giustificava la presentazione di tale argomento nella replica della ricorrente (20). Tuttavia, nell’assunto che sia ricevibile, tale argomento specifico andrebbe respinto, in quanto i privati non possono invocare regolamenti interni di tal genere, come illustrerò in prosieguo.

44.      Passo ora all’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011. Esso contiene tre distinte disposizioni.

45.      Anzitutto, esso prevede che la Commissione deve convocare una riunione entro un termine non inferiore a quattordici giorni dalla presentazione del progetto di atto di esecuzione e del progetto di ordine del giorno al comitato, «[s]alvo in casi debitamente giustificati» (in prosieguo: la «prima disposizione»).

46.      Inoltre, esso stabilisce che il comitato di gestione deve esprimere il proprio parere sul progetto di atto di esecuzione entro un termine che la Commissione può fissare «in funzione dell’urgenza della questione» (in prosieguo: la «seconda disposizione»).

47.      Infine, esso enuncia che i termini devono essere «proporzionati» e offrire ai membri del comitato «tempestive e effettive opportunità» di esaminare il progetto di atto di esecuzione ed esprimere la loro posizione (in prosieguo: la «terza disposizione»).

48.      Dal tenore letterale dell’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 emerge chiaramente che non esiste alcun termine tassativo. Anche laddove viene menzionato un termine fisso – come nel caso della prima disposizione –, tale termine può essere modificato. Pertanto, concordo con il Tribunale sul fatto che l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 non esclude, in linea di principio, che un progetto di atto di esecuzione possa essere presentato nel corso di una riunione di comitato.

49.      A riprova della correttezza di tale conclusione, le prime due disposizioni, che impongono specifici obblighi di agire rispettivamente alla Commissione e al comitato di gestione e stabiliscono i relativi termini, sembrano effettivamente confermare la possibilità di fissare termini brevi. Lo stesso vale per la terza disposizione, che assume la funzione di regola generale.

50.      Tuttavia, le tre disposizioni in questione sono tutte imperfette: il regolamento n. 182/2011 non precisa cosa debba intendersi per «casi debitamente giustificati», «urgenza», «proporzionati» o «tempestive e effettive opportunità». Pertanto, dette disposizioni sembrano simili più a una dichiarazione politica che non a una norma inderogabile. In particolare, mi sembra che la risposta alle questioni se sia «debitamente giustificato» abbreviare il termine di presentazione al comitato di gestione del progetto di atto di esecuzione nonché del progetto di ordine del giorno ai sensi della prima disposizione, e se il termine fissato al comitato per esprimere il suo parere sia «proporzionato» ai sensi della terza disposizione, dipenda interamente dalle circostanze.

51.      Per quanto riguarda la seconda disposizione, essa non si riferisce, in realtà, ai casi di urgenza, ma utilizza piuttosto l’espressione «in funzione dell’urgenza della questione in esame», che è tutt’altra cosa. Tale espressione non escluderebbe neppure la possibilità di fissare un termine lungo in casi urgenti e uno breve in casi non urgenti. Ad ogni modo, la seconda disposizione non riserva il trattamento accelerato ai casi urgenti. Ciò trova conferma in altre disposizioni del regolamento n. 182/2011.

52.      Infatti, sotto il profilo contestuale, la possibilità di agire rapidamente in caso di urgenza – o meglio di estrema urgenza – è menzionata in una disposizione diversa, ossia l’articolo 8, paragrafo 5, del regolamento n. 182/2011 (21). È significativo che detta disposizione non preveda la possibilità di prorogare i termini ivi indicati.

53.      Analogamente, l’articolo 7 del regolamento n. 182/2011, che deroga all’articolo 5, paragrafi 3 e 4, del medesimo regolamento, istituisce una procedura speciale con cui la Commissione può adottare un progetto di atto di esecuzione nel caso in cui esso «debba essere adottato senza indugio» per evitare il verificarsi di crisi significative dei mercati nel settore dell’agricoltura o di un rischio agli interessi finanziari dell’Unione. L’effetto utile di tale disposizione diminuirebbe o addirittura verrebbe meno se, per effetto della seconda disposizione, la Commissione potesse chiedere al comitato di gestione di presentare il suo parere su un progetto di atto di esecuzione entro un termine molto breve solo qualora si tratti di una questione urgente.

54.      Inoltre, la formulazione programmatica dell’articolo 196 («Organizzazione del comitato di gestione»), del regolamento n. 1234/2007, secondo cui «[l]’organizzazione delle riunioni del comitato di gestione (…) tiene conto in particolare dell’ambito delle sue competenze, delle specificità dell’argomento da trattare e della necessità di disporre di competenze adeguate», avvalora la tesi secondo cui i termini di cui all’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 sono flessibili e la Commissione può fissarli discrezionalmente.

55.      A ciò si aggiunga che, sotto il profilo teleologico, il regolamento n. 182/2011 è inteso a garantire che le procedure relative al controllo da parte degli Stati membri dell’esercizio delle competenze di esecuzione attribuite alla Commissione siano chiare, efficaci e proporzionate alla natura degli atti di esecuzione e che riflettano sia le disposizioni istituzionali del Trattato FUE, sia l’esperienza acquisita e la prassi in uso per l’attuazione della decisione 1999/468/CE. In particolare, la procedura di esame dovrebbe garantire che gli atti di esecuzione non possano essere adottati dalla Commissione se non sono conformi al parere del comitato di gestione (22). Per contro, lo scopo di detta procedura non è garantire che gli atti di esecuzione non possano essere adottati dalla Commissione nel caso in cui operatori privati sollevino obiezioni al riguardo.

56.      A questo punto, azzarderei a tracciare un parallelo. La Corte ha, infatti, consentito agli Stati membri di far valere la violazione di regolamenti interni (23) e ha inoltre dichiarato che le istituzioni non possono discostarsi da tali regolamenti senza modificarli (24). Tuttavia, essa ha altresì dichiarato ripetutamente che lo scopo del regolamento interno di un’istituzione è organizzarne il funzionamento interno nell’interesse della buona amministrazione. Di conseguenza, i privati non possono eccepire la pretesa violazione di tali regolamenti, in quanto essi non sono preordinati alla loro tutela (25). Solo nel caso in cui una disposizione di tali regolamenti costituisca una forma sostanziale diretta a garantire la certezza del diritto – quale un’autenticazione di atti – la violazione di tale disposizione può giustificare un ricorso di annullamento (26). Tale ipotesi non ricorre nella presente impugnazione.

57.      Come accennato supra al paragrafo 50, le nozioni utilizzate in tutte e tre le disposizioni contenute nell’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 sono imprecise. Per tale motivo, dette nozioni devono essere adeguatamente concretizzate in specifiche norme di procedura (27). Ciò è stato fatto con il regolamento interno del comitato di gestione. Pertanto, mi sembra che sussisterebbe un rischio di elusione della giurisprudenza citata nel paragrafo precedente qualora si accogliesse la tesi secondo cui i privati potrebbero trarre regole tassative da norme di rango superiore quale l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 redatte, presumibilmente in modo deliberato, in termini vaghi ed elastici dal legislatore dell’Unione.

58.      Ciò non rimette in discussione il fatto che le norme previste dal regolamento n. 182/2011 sono sia vincolanti sia direttamente applicabili ai sensi dell’articolo 288 TFUE e che pertanto, in linea di principio, i privati come la ricorrente possono far valere tali norme dinanzi ai giudici dell’Unione al fine di contestare la validità di strumenti adottati in violazione di detto regolamento. Essi potrebbero contestare, ad esempio, il fatto che non si sia tenuta alcuna riunione. Tuttavia, ciò non toglie che anche in assenza di norme specifiche in senso contrario, generalmente le norme di comitatologia non conferiscono diritti ai privati (28). Nel caso di specie, i termini fissati dall’articolo 3, paragrafo 3, del menzionato regolamento sono troppo imprecisi per attribuire un diritto azionabile ai singoli (29). Tale riconoscimento non equivale a una violazione dei diritti conferiti alla ricorrente dall’articolo 47 della Carta.

59.      Per quanto riguarda il controllo esercitato dal Tribunale, ne condivido il rilievo secondo cui la Corte ha dichiarato, nella sentenza Germania/Commissione, che la valutazione relativa al trattamento urgente di una questione nell’ambito di una riunione di comitato spetta alla Commissione e che criterio di riferimento di controllo giurisdizionale è limitato all’esistenza di un errore manifesto o di uno sviamento di potere (30). Tuttavia, tale dichiarazione si fonda sull’interpretazione del regolamento interno dello specifico comitato coinvolto in quel caso, in cui uno Stato membro – non un privato – contestava la valutazione della Commissione relativa all’urgenza della materia. Pertanto, detta sentenza non è direttamente pertinente nella presente impugnazione, mentre avrebbe potuto esserlo nel contesto di un ricorso di annullamento proposto dalla Repubblica francese. Tuttavia, è significativo che detto Stato membro non abbia impugnato il regolamento controverso né per una violazione dell’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011, né per una violazione del regolamento interno del comitato di gestione (31).

60.      Di conseguenza, ritengo che il Tribunale abbia correttamente dichiarato che la Commissione non ha violato l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011. Nessuno degli argomenti dedotti dalla ricorrente rimette in causa tale conclusione.

61.      Infatti, gli argomenti sollevati nei primi tre capi del primo motivo di impugnazione non sono idonei ad avvalorare le conclusioni della ricorrente, in quanto l’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 non conferisce agli esportatori, nelle circostanze del caso di specie, il diritto azionabile di contestare il modo in cui la Commissione interagisce con il comitato di gestione.

62.      Inoltre, la ricorrente sostiene a torto, nel terzo capo del suddetto motivo di impugnazione, che dinanzi al Tribunale sono state prodotte prove sufficienti affinché esso dichiarasse che il comitato di gestione non disponeva di tutti gli elementi necessari per giungere a una conclusione. L’articolo 3, paragrafo 3, del regolamento n. 182/2011 impone alla Commissione di presentare a tale comitato solo il progetto di atto di esecuzione e il progetto di ordine del giorno, e nessun altro documento. Pertanto, strettamente parlando, la Commissione non era tenuta a rivelare al comitato di gestione il suo calcolo teorico dell’importo delle restituzioni all’esportazione basato sulla differenza tra i prezzi sul mercato dell’Unione e quelli sul mercato mondiale (in prosieguo: il «calcolo teorico») (32). Come emergerà anche dai successivi paragrafi 107 e 108, non è fondata la tesi della ricorrente secondo cui le restituzioni all’esportazione sarebbe finalizzate a compensare lo squilibrio tra il mercato dell’Unione e quelli mondiali consentendo agli operatori di esportare, il che presuppone che la Commissione e il comitato di gestione tengano conto della situazione degli esportatori.

63.      Il quarto capo del primo motivo di impugnazione risulta parimenti viziato, poiché vale in entrambi i sensi; come osservato dalla Commissione all’udienza, essa considerava legittima la propria prassi e non avvertiva l’esigenza di modificare le norme di comitatologia, a prescindere dalla durata della prassi in questione.

64.      Il quinto capo del primo motivo di impugnazione non verte sulla questione se il comitato di gestione abbia avuto tempo sufficiente per riflettere sul progetto di regolamento, bensì su un presunto contrasto tra la procedura scelta e i considerando del regolamento controverso. Tale questione costituisce piuttosto l’oggetto del terzo motivo di impugnazione, che esaminerò infra ai paragrafi 78 e segg. Ad ogni modo, al punto 149 della sentenza impugnata il Tribunale non ha esposto il proprio parere, bensì quello della Commissione. Pertanto, esso non può essersi contraddetto adottando la posizione della Commissione. In ogni caso, una situazione di mercato può essere attuale (esistente) e allo stesso tempo in via di sviluppo, sicché non ravviso alcuna contraddizione in termini.

65.      Riassumendo, poiché tutte le cinque parti del primo motivo di impugnazione devono essere disattese, detto motivo va respinto nel suo complesso.

66.      Inoltre, alla luce di tale conclusione, ritengo che non occorra esaminare se la concessione di un termine più lungo al comitato di gestione ai fini dell’esame del progetto di regolamento avrebbe potuto determinare un esito diverso per quanto riguarda la fissazione degli importi delle restituzioni all’esportazione (33).

C.      Secondo motivo di impugnazione: interpretazione erronea dell’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007 e contraddittorietà della motivazione fornita del Tribunale

1.      Argomenti delle parti

67.      La Tilly-Sabco sostiene che il Tribunale, avendo respinto al punto 200 della sentenza impugnata il suo argomento secondo cui il regolamento controverso non costituirebbe uno «strumento agricolo periodico», non ha analizzato tale nozione, sebbene la subdelegazione di cui trattasi abbia fornito tali strumenti al direttore generale competente. Poiché il regolamento controverso non sarebbe stato sostituito da un nuovo regolamento, non potrebbe trattarsi di uno «strumento agricolo periodico» coperto dalla suddetta subdelegazione – a prescindere dalla sua motivazione – e pertanto il Tribunale, secondo la ricorrente, avrebbe commesso un errore ritenendo che lo fosse. Nella replica, la ricorrente afferma che il mancato rinnovo dipendeva da un orientamento prestabilito e che il Tribunale non ha sanzionato la Commissione per non avere tenuto conto delle «prospettive di evoluzione» di cui all’articolo 163, paragrafo 3, lettera a), del regolamento n. 1234/2007, durante la riunione di comitato del 18 luglio 2013, o per non avere convocato una riunione nell’ottobre del 2013 al fine di valutare nuovamente il livello delle restituzioni all’esportazione.

68.      La Commissione respinge tali argomenti.

2.      Valutazione

69.      Il motivo in esame deve essere respinto.

70.      Anzitutto, concordo con la Commissione sul fatto che la portata esatta del terzo motivo di impugnazione non è chiara. In generale, gli argomenti della ricorrente riguardano, nel complesso, più il regolamento controverso che la sentenza impugnata.

71.      Ad ogni modo, dal momento che tale motivo di impugnazione è fondato su una violazione dell’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007, nella parte in cui la Tilly-Sabco sostiene che il Tribunale ha omesso di esaminare se il regolamento controverso fosse uno «strumento agricolo periodico» coperto dalla subdelegazione pertinente e quali fossero le conseguenze di tale qualificazione, è sufficiente rilevare che l’articolo 164, paragrafo 2, di detto regolamento non menziona detta nozione. Il fatto che l’articolo 164, paragrafo 3, lettera a), del regolamento n. 1234/2007 si riferisca alle «prospettive di evoluzione» non modifica questa constatazione. Pertanto, è irrilevante se il Tribunale abbia omesso di analizzare la suddetta nozione.

72.      Inoltre, respingendo, al punto 200 della sentenza impugnata, l’argomento della ricorrente secondo cui il regolamento controverso non costituirebbe uno «strumento agricolo periodico», il Tribunale non ha qualificato a contrario detto provvedimento come tale, né ha riconosciuto il valore giuridico di detta nozione. Esso ha semplicemente respinto l’argomento secondo cui il regolamento controverso non sarebbe uno «strumento agricolo periodico» non essendo stato rinnovato.

73.      In ogni caso, la ricorrente interpreta erroneamente l’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007. Mentre il primo comma di detta disposizione enuncia che «[l]e restituzioni sono fissate dalla Commissione», il secondo comma dispone che «tale fissazione può aver luogo» o «periodicamente» o «mediante gara». Il terzo comma enuncia che l’importo delle restituzioni «[è] fissat[o] almeno una volta al mese», ma «può tuttavia essere mantenuto allo stesso livello per più di tre mesi». Pertanto, la Commissione poteva mantenere l’importo fissato per più di tre mesi. A tal riguardo, l’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007 non definisce le modalità di tale mantenimento. Pertanto, anche se il regolamento controverso avrebbe potuto prevedere una data di scadenza, ciò non era richiesto dalla menzionata disposizione, dato che, in mancanza di tale data, il regolamento controverso avrebbe semplicemente continuato ad essere applicato, con conseguente mantenimento dell’importo fissato (34).

74.      Per quanto riguarda l’argomento secondo cui il mancato rinnovo costituirebbe il risultato di un orientamento prestabilito, la ricorrente ha precisato all’udienza che la propria tesi si fonda essenzialmente su due elementi. In primo luogo, essa fa valere che, durante la riunione dell’ottobre 2013, il comitato di gestione non ha discusso la questione se mantenere o rinnovare il regolamento controverso. In secondo luogo, essa sostiene che il verbale della riunione del 18 luglio 2013 dimostra che la fissazione delle restituzioni all’esportazione era stata interrotta.

75.      Anzitutto, i rapporti intercorrenti tra la Commissione e il comitato di gestione in seguito all’adozione del regolamento controverso non possono rimettere in discussione la validità di detto regolamento, che dev’essere valutata in funzione della situazione di fatto e di diritto esistente al momento in cui tale regolamento è stato adottato (35). Inoltre, gli elementi sui quali si è basata la ricorrente implicano che debbano essere esaminati i fatti di causa, compito che non spetta alla Corte nell’ambito di un’impugnazione. Infine, e in ogni caso, la ricorrente ha torto sotto entrambi gli aspetti: la Commissione ha affermato in udienza, senza essere contraddetta, che l’ordine del giorno della riunione di comitato dell’ottobre 2013 conteneva un punto secondo cui il comitato di gestione avrebbe potuto essere chiamato ad esprimere il proprio parere riguardo a un progetto di regolamento recante fissazione delle restituzioni all’esportazione per il settore delle carni di pollame. Ciò trova conferma nel verbale della suddetta riunione tenutasi il 17 ottobre 2013 (36). Inoltre, a prescindere dal valore interpretativo di un verbale di una riunione di comitato in relazione alla validità delle decisioni adottate nel corso di detta riunione, il verbale della riunione di comitato del 18 luglio 2013 non fa riferimento a una «interruzione» o «sospensione», come sostenuto dalla ricorrente. Anzi, ne emerge unicamente che «la Commissione ha proposto di fissare a zero le rimanenti restituzioni». La traduzione non ufficiale in lingua francese di detto verbale, che la ricorrente ha presentato in allegato al suo atto introduttivo in primo grado, riporta erroneamente che «la Commission a proposé de supprimer les restitutions» («la Commissione ha proposto di sopprimere le restituzioni»).

76.      Infine, la ricorrente non ha sostenuto nella propria impugnazione che il Tribunale avrebbe omesso di dichiarare che una sospensione di fatto della fissazione delle restituzioni all’esportazione avrebbe potuto essere disposta solo in forza dell’articolo 162 del regolamento n. 1234/2007 e che la subdelegazione de qua non avrebbe potuto essere estesa al regolamento controverso (37). Inoltre, il difensore della ricorrente ha ammesso all’udienza che il suo argomento secondo cui il regolamento controverso non sarebbe uno «strumento agricolo periodico» era distinto e subordinato rispetto alla questione se la Commissione potesse adottare il regolamento controverso sulla base dell’articolo 164, paragrafi 2 e 3, del regolamento n. 1234/2007. Pertanto, non è certo che l’argomento fondato sulla violazione dell’articolo 162 del regolamento n. 1234/2007 sia stato sollevato in tempo utile dalla ricorrente, posto che la Corte non è tenuta ad esaminare d’ufficio il fondamento normativo del regolamento controverso (38).

77.      Qualora la Corte ritenesse, tuttavia, che tale argomento sia insito nel secondo motivo di impugnazione, esso andrebbe, a mio avviso, respinto. Infatti, l’articolo 162, paragrafo 1, del regolamento n. 1234/2007 non conferisce ad alcun organo dell’Unione il potere di istituire, disciplinare o abolire un regime di restituzioni all’esportazione. In ogni caso, la decisione di fissare a zero dette restituzioni non equivale di per sé ad un’abolizione. La fissazione a zero è solo una modulazione o un adeguamento particolare dell’importo delle restituzioni in una determinata situazione. La circostanza che la Commissione abbia scelto di fissare l’importo a zero per un certo periodo non rimette in discussione il fatto che essa può (ri)fissare l’importo delle restituzioni all’esportazione, né tanto meno suggerisce che essa abbia illegittimamente abolito il sistema di restituzioni all’esportazione. Dalla giurisprudenza emerge che la Corte ha già avuto modo di dichiarare che la Commissione non può essere criticata in ragione del fatto che, anziché annunciare la sospensione di un premio relativo allo zucchero denaturato per l’alimentazione animale, ha preferito fissarlo a zero, «secondo un metodo abituale nel diritto tributario e accolto dal diritto [dell’Unione]» (39).

D.      Terzo motivo di impugnazione: errata valutazione da parte del Tribunale della mancanza di giustificazione o di motivazione del regolamento controverso

1.      Argomenti delle parti

78.      Nel primo capo del terzo motivo di impugnazione, la ricorrente sostiene che il Tribunale ha violato l’articolo 296 TFUE al punto 245 e interpretato erroneamente la giurisprudenza pertinente ai punti da 226 a 231 della sentenza impugnata. A suo parere, i motivi addotti per giustificare un regolamento che fissa le restituzioni all’esportazione non possono essere gli stessi quando gli importi cambiano, soprattutto se l’importo viene fissato a zero.

79.      Nel secondo capo di tale motivo di impugnazione, la Tilly‑Sabco sostiene che dai punti 241, 291, 293, 300 e da 398 a 401 della sentenza impugnata emerge che il Tribunale è incorso in una violazione di legge applicando il metodo di calcolo della Commissione in modo da sottrarlo al controllo giurisdizionale, nonché in vari errori manifesti di valutazione. Inoltre, la ricorrente sostiene che il Tribunale ha interpretato erroneamente, ai punti 320 e 321 di detta sentenza, taluni documenti presentati dal comitato di gestione, il che indurrebbe a ritenere che la sentenza impugnata sia contraddittoria, limiti il diritto al sindacato giurisdizionale e contenga un travisamento dei fatti.

80.      Nel terzo capo di tale motivo di impugnazione, la ricorrentesostiene che il Tribunale si è contraddetto ai punti da 253 a 255 della sentenza impugnata laddove ha dichiarato che la modifica introdotta dal regolamento controverso non era strutturalmente diversa dalle modifiche precedenti, ma che essa rientrava, allo stesso tempo, nell’ambito della progressiva riduzione dell’importo delle restituzioni all’esportazione. Inoltre, la Tilly-Sabco afferma che il Tribunale ha dichiarato erroneamente, al punto 259 di detta sentenza, che la Commissione non aveva affermato di avere fissato a zero l’importo delle restituzioni in ragione di un obbligo internazionale.

81.      Con il quarto capo del terzo motivo di impugnazione, la Tilly‑Sabco asserisce che la sentenza impugnata contiene una contraddizione tra, da un lato, i punti 53 e 54, nei quali si riconosce che gli esportatori non presenteranno alle autorità nazionali domande di restituzione all’esportazione qualora l’importo applicabile venga fissato a EUR 0, e dall’altro, i punti 267 e 268, nei quali non si esclude la possibilità che le autorità nazionali concedano restituzioni all’esportazione di importo pari a EUR 0, anche se con tutta probabilità non verranno presentate domande.

82.      La Commissione contesta tali argomenti.

2.      Valutazione

83.      L’obiettivo dei singoli capi del terzo motivo di impugnazione è poco chiaro. Secondo la mia interpretazione, la Tilly-Sabco sostiene, in sostanza, che il Tribunale ha omesso di censurare la Commissione per violazione dell’obbligo di motivazione ad essa incombente (primo e terzo capo del motivo), si è contraddetto e/o ha commesso errori in vari passi della sentenza impugnata (secondo, terzo e quarto capo) e ha erroneamente ridotto il criterio del controllo giurisdizionale (secondo capo). Esaminerò queste tre questioni in ordine successivo.

a)      L’obbligo di motivazione

84.      Secondo costante giurisprudenza, la motivazione prescritta dall’articolo 296 TFUE dev’essere adeguata alla natura dell’atto e deve fare apparire in forma chiara e non equivoca l’iter logico seguito dall’istituzione da cui esso promana, in modo da consentire agli interessati di conoscere le ragioni del provvedimento adottato e permettere al giudice competente di esercitare il proprio controllo. La necessità della motivazione dev’essere valutata in funzione delle circostanze del caso, in particolare del contenuto dell’atto, della natura dei motivi esposti e dell’interesse che i destinatari dell’atto, o altre persone da questo interessate direttamente e individualmente, possano avere a ricevere spiegazioni. La motivazione non deve necessariamente specificare tutti gli elementi di fatto e di diritto pertinenti, in quanto l’accertamento del se la motivazione di un atto soddisfi i requisiti di cui all’articolo 296 TFUE va effettuato alla luce non solo del suo tenore, ma anche del suo contesto e del complesso delle norme giuridiche che disciplinano la materia (40).

85.      Nel caso di atti di portata generale, la motivazione può limitarsi a indicare, da un lato, la situazione complessiva che ha condotto alla sua adozione e, dall’altro, gli obiettivi generali che esso si prefigge (41). In particolare, non è necessario che la motivazione dei regolamenti specifichi i vari elementi di fatto o di diritto, talvolta molto numerosi e complessi, dei regolamenti, qualora questi siano in armonia con la normativa di cui fanno parte. Di conseguenza, se il regolamento mette in evidenza i punti essenziali del fine perseguito dall’istituzione, è eccessivo pretendere una motivazione specifica per ciascuna delle scelte tecniche da essa operate (42).

86.      La Corte è stata chiamata ad esaminare l’obbligo di motivazione con specifico riferimento a una serie di decisioni o di altri atti coerenti (in altre parole, una prassi amministrativa). Essa ha riconosciuto che il grado di precisione della motivazione di una decisione deve essere proporzionato alle possibilità materiali ed alle condizioni tecniche o al tempo disponibile per la sua adozione (43). La Corte ha quindi accettato che, sebbene l’atto che rientri nell’ambito di una prassi amministrativa possa essere motivato sommariamente, in particolare con un richiamo a tale prassi, l’autorità dell’Unione deve sviluppare il proprio ragionamento in modo esplicito laddove un atto vada notevolmente al di là di quelli precedenti (44).

87.      La censura sollevata dalla ricorrente riguarda precisamente questo punto. La Tilly-Sabco sostiene che la Commissione, fissando a zero l’importo delle restituzioni all’esportazione, non poteva semplicemente «riciclare» la motivazione esposta in un regolamento precedente, in quanto il regolamento controverso andava notevolmente al di là di quelli precedenti, circostanza che il Tribunale avrebbe omesso di rilevare. Secondo la Tilly‑Sabco, il Tribunale ha applicato erroneamente la giurisprudenza richiamata nel punto precedente.

88.      Tuttavia, il Tribunale non ha fatto nulla del genere.

89.      Ai punti da 223 a 231 della sentenza impugnata, il Tribunale ha correttamente richiamato la giurisprudenza richiamata supra al punto 86. Dopo avere chiesto alla Commissione di precisare la sua prassi all’epoca dei fatti (punti da 235 a 241 della sentenza impugnata), in base alla quale essa fissa l’importo della restituzione secondo due metodi indipendenti, vale a dire i) il calcolo teorico e ii) un’analisi della situazione di mercato (in prosieguo: l’«analisi di mercato»), il Tribunale ha poi respinto l’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione si sarebbe discostata da detta prassi (punti da 242 a 262 della sentenza impugnata).

90.      Considero corretta la decisione del Tribunale.

91.      Infatti, in primo grado, la ricorrente non ha sostenuto che la Commissione non avesse seguito la consueta prassi procedurale (v. punto 242 della sentenza impugnata) (45). Ciò che secondo la ricorrente si discostava dalla prassi della Commissione all’epoca dei fatti sarebbe stata la modifica sostanziale introdotta dal regolamento controverso.

92.      Tuttavia, è evidente che il Tribunale ha respinto giustamente questa tesi, in quanto i motivi che hanno indotto la Corte, nella sentenza Silos, ad annullare il regolamento in discussione in quella causa sono manifestamente assenti nel presente caso. In detta sentenza, la Corte ha individuato tre distinti motivi che, nel loro complesso, l’hanno indotta a ritenere, in conclusione, che la Commissione si fosse discostata dalla propria prassi abituale e che, pertanto, la motivazione addotta non fosse sufficiente (46).

93.      In primo luogo, il regolamento precedente a quello contestato in quel caso aveva aumentato l’importo delle restituzioni sui mangimi in questione, mentre quello oggetto di contestazione lo aveva ridotto.

94.      In secondo luogo, l’importo delle restituzioni era stato ridotto – di punto in bianco – da ECU 74,93 per tonnellata a zero.

95.      In terzo luogo, il regolamento controverso in quel caso era stato adottato appena una settimana dopo quello applicabile in precedenza.

96.      Per contro, come rilevato ai punti da 8 a 11 della sentenza impugnata, l’importo della restituzione per i prodotti a base di carne di pollame congelata è stato gradualmente ridotto – senza essere temporaneamente aumentato – nell’arco di un periodo di tre anni, dall’importo iniziale di EUR 40 per 100 kg del 17 giugno 2010 a EUR 32,50 per 100 kg, poi a EUR 21,70 per 100 kg e quindi a EUR 10,85 per 100 kg, per essere infine fissato a zero il 18 luglio 2013 dal regolamento controverso. Quest’ultimo è stato adottato tre mesi dopo quello precedentemente applicabile, termine espressamente previsto dall’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007. Questi fatti non sono contestati.

97.      È quindi evidente che il regolamento controverso si collocava, nel quadro dei regolamenti n. 1234/2007 e n. 182/2011, in una procedura uniforme che si era ripetuta costantemente, in cui i regolamenti erano stati adottati sulla base di criteri espressamente menzionati nel regolamento n. 1234/2007 e perfettamente noti agli operatori economici. Inoltre, dal contenuto del regolamento controverso non emergono differenze significative rispetto ai suoi predecessori. La situazione è analoga a quella oggetto della sentenza Delacre (47).

98.      Non modifica tale conclusione il fatto che il regolamento controverso fissi a zero l’importo della restituzione senza fornire una motivazione diversa rispetto a quella dei regolamenti precedenti. Oltre a quanto rilevato supra al paragrafo 77 in ordine alla legittima facoltà della Commissione di fissare a zero le restituzioni all’esportazione, la riduzione introdotta dal regolamento controverso ha semplicemente seguito la medesima tendenza alla riduzione dell’importo delle restituzioni in questione. Diversamente opinando, si giungerebbe alla conclusione paradossale che l’obbligo di motivazione sarebbe stato rispettato se la Commissione avesse invece proposto di fissare l’importo delle restituzioni a EUR 0,01 per 100 kg. Pertanto, il Tribunale non è incorso in un errore laddove ha dichiarato, al punto 245 della sentenza impugnata, che il solo fatto che l’importo delle restituzioni all’esportazione sia stato fissato a zero non significa automaticamente che la Commissione si sia discostata dalla propria prassi precedente e che la modifica di tali importi sia inerente al sistema della loro fissazione periodica, sicché la stessa motivazione può valere per importi molto diversi e anche per un importo fissato a zero. Il richiamo operato dalla ricorrenti alla sentenza National Iranian Oil Company (48), che sostanzialmente riproduce la giurisprudenza citata al precedente paragrafo 86 relativa al settore delle misure del congelamento dei capitali, non dimostra che il regolamento controverso sia andato notevolmente al di là dei suoi predecessori.

99.      Ne consegue che gli argomenti della Tilly‑Sabco, secondo cui il Tribunale avrebbe interpretato erroneamente l’articolo 296 TFUE, devono essere respinti.

b)      Dichiarazioni contraddittorie e altri argomenti

100. In primo luogo, non sussistono la contraddizione e lo snaturamento delle prove che secondo la ricorrente emergerebbero dai punti 320 e 321 e della sentenza impugnata. Il fatto che il Tribunale abbia dichiarato, da un lato, che gli importi aumentavano più rapidamente delle esportazioni e, dall’altro, che il valore delle importazioni diminuiva, non sono dichiarazioni reciprocamente contraddittorie e non comportano affatto uno snaturamento delle prove. A tale riguardo, la ricorrente non indica con precisione gli elementi di prova che sarebbero stati snaturati dal Tribunale e non dimostra gli errori di valutazione che avrebbero portato a tale snaturamento (49).

101. In secondo luogo, per quanto riguarda i punti da 253 a 255 della sentenza impugnata, che secondo la Tilly‑Sabco sarebbero contraddittori, tenuto conto della riduzione graduale, dettata da ragioni politiche, dell’importo delle restituzioni all’esportazione, dalla lettura delle due dichiarazioni in questione non emerge alcun contrasto, a prescindere dai meriti della tesi della Tilly‑Sabco.

102. In terzo luogo, la ricorrente addebita erroneamente al Tribunale di aver omesso di affermare, al punto 259 della sentenza impugnata, che l’importo delle restituzioni all’esportazione era stato fissato sulla base di un impegno assunto a livello internazionale. L’affermazione della Commissione, contenuta nel controricorso dinanzi al Tribunale, secondo cui l’«evoluzione della [politica agricola comune] tiene conto dei negoziati in corso nell’ambito del ciclo di Doha dell’Organizzazione mondiale del commercio [“WTO”] e della posizione adottata in tale contesto dall’Unione in relazione alle restituzioni», non è affatto riferita a uno specifico obbligo internazionale.

103. Infine, non ravviso alcuna contraddizione tra, da un lato, i punti 53 e 54 della sentenza impugnata, i quali riconoscono che gli esportatori non chiederanno restituzioni all’esportazione se l’importo applicabile è stato fissato a EUR 0 e, dall’altro, i punti 267 e 268, che non escludono la possibilità che le autorità nazionali concedano restituzioni all’esportazione per un importo pari a EUR 0, anche se con tutta probabilità non verranno presentate domande. Infatti, l’interpretazione data dalla Tilly-Sabco a tali passi non tiene conto del loro contesto: ai punti 53 e 54, il Tribunale ha esaminato se il regolamento controverso «comporti» misure di esecuzione al fine di accertare la legittimazione ad agire ai sensi dell’articolo 263, quarto comma, TFUE. Tuttavia, l’analisi svolta ai punti 267 e 268 verte su una questione completamente diversa, ossia se l’articolo 164, paragrafo 2, del regolamento n. 1234/2007 consenta di fissare a zero le restituzioni all’esportazione. Se le due questioni fossero collegate, come suggerito dalla ricorrente, forse essa non sarebbe stata legittimata a promuovere il presente procedimento.

104. Alla luce delle suesposte considerazioni, l’argomento della ricorrente secondo cui il Tribunale si sarebbe contraddetto, travisando i fatti e interpretando erroneamente le memorie della Commissione, dev’essere respinto.

c)      Indebita riduzione dello standard di controllo giurisdizionale

105. Il Tribunale ha individuato correttamente, al punto 276 della sentenza impugnata, il criterio di controllo giurisdizionale applicabile, vale a dire che il legislatore dell’Unione dispone di ampia discrezionalità in materia agricola. Ciò vale per la decisione se rivedere le norme vigenti in relazione ai polli congelati. Conseguentemente, il controllo giurisdizionale deve limitarsi ad accertare che il provvedimento di cui trattasi non sia viziato da errore manifesto o da sviamento di potere, ovvero che l’autorità in questione non abbia manifestamente ecceduto i limiti del suo potere discrezionale (50).

106. La ricorrente non contesta la sentenza impugnata in quanto non sarebbe stato correttamente individuato il criterio di controllo giurisdizionale. Né censura detta sentenza per aver applicato surrettiziamente un criterio ad essa meno favorevole (51), o in quanto il criterio applicato violerebbe l’articolo 47 della Carta. Semmai, la Tilly-Sabco sembra contestare essenzialmente l’interpretazione data dal Tribunale alla portata del potere discrezionale conferito alla Commissione dall’articolo 164 del regolamento n. 1234/2007. Come osservato dalla Commissione, questo capo del terzo motivo sembra derivare dal disaccordo generale tra le parti in ordine allo scopo delle restituzioni all’esportazione.

107. A tale proposito, occorre rammentare che il sistema delle restituzioni all’esportazione è finalizzato ad attuare la stabilizzazione del mercato comune e provvedere che sia reso possibile lo smercio di prodotti agricoli nei paesi terzi (52). In particolare, le restituzioni all’esportazione non mirano ad assicurare all’esportatore un reddito adeguato. Il loro scopo consiste piuttosto nel consentire di inserirsi in maniera effettiva e flessibile in un mercato soggetto a rapidi cambiamenti. Inoltre, le frequenti modifiche costituiscono una delle caratteristiche principali del sistema del diritto agrario dell’Unione e la normativa deve essere costantemente adeguata alle diverse circostanze economiche e alle diverse priorità politiche (53).

108. A mio parere, il Tribunale ha correttamente dichiarato, al punto 293 della sentenza impugnata, che, tenuto conto dell’impiego dei termini «uno o più» all’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007, la Commissione può attribuire maggiore rilievo ad uno degli aspetti elencati in detta disposizione. La Commissione può perfino limitare legittimamente il suo esame ad un unico aspetto. Nel caso di specie, il Tribunale ha dichiarato, al punto 291 della sua sentenza, che la Commissione aveva sottolineato l’esigenza, menzionata all’articolo 164, paragrafo 3, lettera b), di detto regolamento, di garantire al mercato una situazione equilibrata e uno sviluppo naturale sul piano dei prezzi e degli scambi (54).

109. Contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, tale rilievo non si pone in contrasto con il punto 401 (55) della sentenza impugnata. Infatti, il Tribunale non ha ivi affermato che gli aspetti elencati all’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007 rivestirebbero la medesima importanza. In realtà, il Tribunale ha risposto all’argomento della ricorrente secondo cui la Commissione si sarebbe contraddetta dichiarando di attribuire pari importanza ai metodi del calcolo teorico e dell’analisi di mercato, ma dando poi maggior rilievo, nell’analisi finale, alla seconda. Tuttavia, questi due metodi non sono «aspetti» ai sensi dell’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007, ma semmai strumenti per fissare a un livello adeguato l’importo delle restituzioni all’esportazione. Pertanto, la ricorrente interpreta erroneamente la sentenza impugnata.

110. Gli altri argomenti contenuti in questo capo del terzo motivo di impugnazione si basano, nella parte in cui risultano comprensibili e ricevibili, su una serie di errori di interpretazione e/o di esposizioni errate del contenuto di detta sentenza.

111. In primo luogo, al punto 401 della sentenza impugnata il Tribunale si è pronunciato sull’argomento della ricorrente menzionato al punto 400 della medesima sentenza. Tale constatazione rappresenta la valutazione di detto giudice e pertanto non può costituire un travisamento delle tesi delle parti. In ogni caso, la ricorrente non ha sostenuto che il Tribunale abbia statuito ultra petita.

112. In secondo luogo, è chiaramente erronea l’affermazione della ricorrente secondo cui il Tribunale avrebbe dichiarato, al punto 300 della sentenza impugnata, che «la documentazione presentata al comitato di gestione non contiene spiegazioni circa il calcolo teorico dell’importo delle restituzioni» (56).

113. Infine, è infondata l’affermazione secondo cui il Tribunale avrebbe commesso un errore omettendo di chiedere alla Commissione di fornirgli il calcolo teorico, e pertanto non avrebbe potuto valutare se l’equilibrio raggiunto tra il calcolo teorico della Commissione e la sua analisi di mercato costituisse un errore manifesto di valutazione. In primo luogo, non spetta alle parti, bensì al Tribunale, decidere se adottare misure di organizzazione del procedimento e/o istruttori, qualora lo ritenga necessario (57). In secondo luogo, al punto 398 della sentenza impugnata il Tribunale ha dichiarato che, sebbene il calcolo teorico avesse prodotto un risultato positivo, come riconosciuto dalla Commissione, quest’ultima poteva legittimamente fissare a zero l’importo delle restituzioni all’esportazione in base ai fattori indicati al punto 292 di detta sentenza (58). Pertanto, anche in mancanza di dettagli relativi al calcolo teorico, il Tribunale ha potuto valutare le differenze tra i due metodi. Infine, la tesi della ricorrente equivale, in sostanza, a chiedere al Tribunale di esercitare un potere discrezionale che il regolamento n. 1234/2007 riconosce invece alla Commissione.

114. Ne consegue che questo capo del terzo motivo di impugnazione va disatteso e che, conseguentemente, detto motivo dev’essere respinto in toto.

E.      Quarto motivo di impugnazione: violazione dell’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007 o errore manifesto di valutazione

1.      Argomenti delle parti

115. Nel primo capo del quarto motivo di impugnazione, la Tilly‑Sabco sostiene che il Tribunale si è contraddetto laddove ha esaminato se la Commissione avesse tenuto in debita considerazione gli aspetti elencati all’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007, in quanto esso ha confrontato un calo dei prezzi registrato negli Stati Uniti d’America nel 2013, menzionato al punto 301 della sentenza impugnata, con la situazione sul mercato brasiliano tra il 2009 e il 2013, menzionata al punto 302 di detta sentenza, e che il Tribunale avrebbe dovuto tenere conto dei dati più recenti disponibili.

116. Nel secondo capo del quarto motivo di impugnazione, la ricorrente afferma che il Tribunale ha violato l’articolo 164, paragrafo 3, lettera b), del regolamento n. 1234/2007 confermando, al punto 289 della sentenza impugnata, la tesi della Commissione secondo cui la differenza di prezzo rispetto alla carne di pollame proveniente dal Brasile non comportava il pagamento di restituzioni all’esportazione. Inoltre, a suo parere, il Tribunale avrebbe parimenti violato detta disposizione limitando il proprio controllo al mercato mondiale, senza prendere in esame il mercato dell’Unione.

117. Nel terzo capo di tale motivo di impugnazione, la Tilly-Sabco asserisce che il Tribunale ha omesso, al punto 366 della sentenza impugnata, di censurare la Commissione per non avere tenuto conto della situazione reale della domanda di polli e si è contraddetto al punto 368 di tale sentenza. Inoltre, la Tilly-Sabco sostiene che il Tribunale ha omesso, ai punti 350 e seguenti della medesima sentenza, di tenere conto delle ripercussioni dall’aumento dei mangimi sui margini dei produttori. Essa contesta al Tribunale di non avere tratto le debite conseguenze dagli errori della Commissione rilevati ai punti da 350 a 356, 360 e 361 di detta sentenza, e di avere snaturato gli elementi di prova al punto 369 della stessa, i quali, secondo la ricorrente, dimostravano una tendenza al ribasso della domanda di carne di pollame nel 2013.

118. La Commissione contesta tali argomenti.

2.      Valutazione

119. I tre capi del motivo di impugnazione in esame contengono quelle che costituiscono, sostanzialmente, una serie di diverse censure relative al sindacato effettuato dal Tribunale sull’esercizio, da parte della Commissione, del potere discrezionale conferitole dall’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007. Ritengo che nessuno di tali capi sia fondato e li esaminerò in ordine successivo.

120. Anzitutto, la contraddizione che secondo la Tilly-Sabco emergerebbe tra i punti 300 e 301 della sentenza impugnata non sussiste: il fatto che il Tribunale, nell’esame dell’evoluzione dei prezzi dei polli freschi, abbia tenuto conto solo del 2013 per gli Stati Uniti d’America non significa che esso si sia contraddetto prendendo in considerazione un periodo più ampio per il Brasile. Nulla nel tenore testuale dell’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007 impone alla Commissione di limitare a periodi specifici la sua analisi comparativa delle evoluzioni di prezzo (anche se, probabilmente, un approccio diverso vanificherebbe lo scopo di tale comparazione). Sebbene la ricorrente osservi correttamente che l’articolo 164, paragrafo 3, lettera a), di detto regolamento fa riferimento alla «situazione» sui mercati dell’Unione e mondiale, come rilevato al precedente al paragrafo 108, la Commissione può attribuire particolare importanza ad altri aspetti elencati all’articolo 164, paragrafo 3, del medesimo regolamento, e il Tribunale ha concluso che ciò era accaduto nel caso di specie. Ad ogni modo, i punti 300 e 301 della sentenza impugnata non sono contraddittori, avendo il Tribunale ha dichiarato in entrambi i punti che il calo dei prezzi si è verificato in detti paesi solo alla fine del 2013.

121. Inoltre, occorre respingere l’argomento della Tilly-Sabco secondo cui il Tribunale avrebbe omesso di rilevare il preteso manifesto errore di valutazione compiuto dalla Commissione omettendo di fissare ad EUR 44,73 per 100 kg le restituzioni all’esportazione, alla luce della differenza di prezzo stimata, riconosciuta al punto 289 della sentenza impugnata, tra i prezzi dei polli sul mercato interno e quelli del pollame proveniente dal Brasile. Tale differenza di prezzo potrebbe essere dovuta al fatto che i prodotti messi a confronto non erano pollame proveniente dalle stesse regioni, bensì polli e pollame. La Tilly-Sabco dimentica, inoltre, che, secondo quanto si legge nel medesimo punto, la Commissione ha osservato che i prezzi dei polli sul mercato interno erano elevati (59). Ciò ha indotto il Tribunale a dichiarare, al punto 292, che la Commissione poteva legittimamente ritenere che non occorresse fissare le restituzioni all’esportazione ad un importo positivo al fine di garantire la stabilità del mercato, punto che la ricorrente non contesta. E a ragione: come rilevato supra al paragrafo 107, le restituzioni all’esportazione non mirano ad assicurare un reddito adeguato agli esportatori. Pertanto, gli operatori non possono chiedere alla Commissione di fissare il livello delle restituzioni ad uno specifico importo.

122. Per quanto riguarda l’argomento secondo cui il Tribunale avrebbe violato l’articolo 164, paragrafo 3, lettera b), del regolamento n. 1234/2007 limitando il suo esame ad un unico mercato, sia esso il mercato interno o quello mondiale (60), questi due mercati sono entrambi menzionati solo alle lettere a) e i). Tuttavia, il Tribunale ha dichiarato che la Commissione ha attribuito particolare importanza alla lettera b), che non fa riferimento ai due mercati in questione (61).

123. Passando al terzo capo del quarto motivo di impugnazione, ritengo erronea l’affermazione della ricorrente secondo cui il Tribunale non avrebbe rilevato, al punto 366 della sentenza impugnata, che l’articolo 164, paragrafo 3, del regolamento n. 1234/2007 esige che la Commissione conosca lo stato esatto della domanda di polli nell’Unione europea e sui mercati mondiali. Al contrario, il Tribunale ha correttamente dichiarato che il prezzo costituisce il punto di incontro tra l’offerta e la domanda e che l’analisi dell’evoluzione dei prezzi tiene necessariamente conto della domanda. Inoltre, per quanto riguarda l’argomento in senso contrario della ricorrente, secondo cui un aumento dei prezzi rifletterebbe uno squilibrio nell’evoluzione dell’offerta e/o della domanda, i prezzi possono incorporare un’evoluzione pianificata dell’offerta e della domanda. Pertanto, detto argomento deve essere respinto, al pari dell’asserita contraddizione tra i punti 366 e 368 della sentenza impugnata, ravvisabile solo nel caso in cui si accolga la tesi della ricorrente relativa alla correlazione tra il prezzo e la domanda.

124. Inoltre, è infondato l’argomento della ricorrente secondo cui il Tribunale avrebbe omesso, ai punti 350 e seguenti della sentenza impugnata, di trarre le debite conseguenze dall’aumento di prezzo dei mangimi sui margini dei produttori: al punto 351 il Tribunale fa esattamente questo.

125. In penultimo luogo, l’argomento della ricorrente secondo cui dai punti da 350 a 356, 360 e 361 della sentenza impugnata emergerebbe che la Commissione avrebbe presentato al Tribunale informazioni diverse da quelle che ha fornito al comitato di gestione non è atto ad inficiare la legittimità del regolamento controverso, che dev’essere valutata sulla base non di ciò che la Commissione ha presentato al Tribunale, bensì della situazione di fatto e di diritto esistente nel momento in cui detto regolamento è stato adottato. Tale argomento è quindi inoperante. Lo stesso vale per il fatto che il Tribunale ha ritenuto necessario, al punto 360 della sentenza impugnata, sfumare quanto dichiarato dalla Commissione nel controricorso in ordine ai prezzi dei mangimi. In ogni caso, l’irrilevanza di tali circostanze risulta confermata dal fatto che, come affermato dalla Commissione, la ricorrente non ha contestato il seconda e il terzo periodo del punto 361 di detta sentenza, in cui il Tribunale ha dichiarato, inter alia, che la questione relativa al momento in cui si è verificato l’aumento dei mangimi non è decisiva.

126. Infine, per quanto riguarda la tesi secondo cui il Tribunale avrebbe snaturato gli elementi di prova al punto 369 della sentenza impugnata considerando che la Commissione aveva tenuto conto, in particolare, di un aumento della domanda di polli, tale punto contiene solo citazioni e non costituisce un accertamento dei fatti. Pertanto, esso non può contenere tale asserito snaturamento. Quanto alla censura dedotta contro il punto 371 di detta sentenza, che la ricorrente collega, nella proprio ragionamento, al precedente punto 369, non è stato dimostrato che, nel punto in questione, il Tribunale abbia snaturato tale prova o commesso un errore di diritto. Come giustamente osservato dalla Commissione, la ricorrente non contesta il punto 370 della sentenza impugnata, in cui il Tribunale ha dichiarato che le affermazioni della ricorrente relative a un rallentamento nell’aumento della produzione e del consumo di carni di pollame implicavano che l’aumento della produzione e della domanda non era cessato e che si attendeva ancora un aumento della produzione, ancorché ad un ritmo inferiore rispetto a prima.

127. Tale motivo risulta infondato e va quindi disatteso. Di conseguenza, l’impugnazione deve essere respinta in toto.

VI.    Conclusione

128. Alla luce delle suesposte considerazioni, suggerisco alla Corte di respingere l’impugnazione e di condannare la ricorrente alle spese.


1      Lingua originale: l’inglese.


2 –      Sentenza del 14 gennaio 2016, Tilly-Sabco/Commissione (T‑397/13, EU:T:2016:8; in prosieguo: la «sentenza impugnata»).


3 –      Regolamento di esecuzione della Commissione del 18 luglio 2013, recante fissazione delle restituzioni all’esportazione nel settore del pollame (GU 2013, L 196, pag. 13; in prosieguo: il «regolamento controverso»).


4 –      Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 2011, che stabilisce le regole e i principi generali relativi alle modalità di controllo da parte degli Stati membri dell’esercizio delle competenze di esecuzione attribuite alla Commissione (GU 2011, L 55, pag. 13).


5 –      Regolamento del Consiglio del 22 ottobre 2007 recante organizzazione comune dei mercati agricoli e disposizioni specifiche per taluni prodotti agricoli (regolamento unico OCM) (GU 2007, L 299, pag. 1), come modificato.


6 –      Decisione del Consiglio del 28 giugno 1999, recante modalità per l’esercizio delle competenze di esecuzione conferite alla Commissione (GU 1999, L 184, pag. 23).


7 –      Regolamento della Commissione del 17 giugno 2010, recante fissazione delle restituzioni all’esportazione nel settore del pollame (GU 2010, L 152, pag. 5).


8 –      Regolamento di esecuzione della Commissione del 18 ottobre 2012, recante fissazione delle restituzioni all’esportazione nel settore del pollame (GU 2012, L 288 pag. 6).


9 –      Regolamento di esecuzione della Commissione del 17 gennaio 2013, recante fissazione delle restituzioni all’esportazione nel settore del pollame (GU 2013, L 14, pag. 15).


10 –      Regolamento di esecuzione della Commissione del 18 aprile 2013, recante fissazione delle restituzioni all’esportazione nel settore del pollame (GU 2013, L 109, pag. 27).


11 –      Regolamento di esecuzione della Commissione del 20 ottobre 2011, recante fissazione delle restituzioni all’esportazione nel settore del pollame (GU 2011, L 276, pag. 31).


12 –      Ordinanza del 26 settembre 2013, Tilly‑Sabco/Commissione (T‑397/13 R, non pubblicata, EU:T:2013:502).


13 –      Sentenza del 14 gennaio 2016, Doux/Commissione (T‑434/13, non pubblicata, EU:T:2016:7).


14 –      Sentenza del 14 gennaio 2016 (Francia/Commissione (T‑549/13, EU:T:2016:6).


15 –      V. punti da 39 a 68 della sentenza impugnata.


16 –      V. punto 27 della sentenza impugnata. In particolare, la Commissione non ha contestato che il regolamento controverso fosse un atto regolamentare né che la ricorrente fosse direttamente interessata dallo stesso; v. punti 33 e 38 di detta sentenza.


17 –      Ai sensi dell’articolo 150 del regolamento di procedura della Corte di giustizia, applicabile al procedimento di impugnazione in virtù dell’articolo 190, paragrafo 1, del medesimo codice, «la Corte può decidere d’ufficio (…) di statuire sui motivi di irricevibilità di ordine pubblico con ordinanza motivata» (il corsivo è mio); v. altresì sentenza del 27 febbraio 2014, Stichting Woonlinie e a./Commissione (C‑133/12 P, EU:C:2014:105, punto 32). La questione se un provvedimento impugnato «comporti» una misura di esecuzione ai sensi dell’articolo 263, quarto comma, TFUE forma attualmente oggetto delle impugnazioni pendenti dinanzi alla Grande Sezione della Corte; v. cause C‑244/16, Industrias Químicas del Vallés/Commissione, e C‑384/16 P, European Union Copper Task Force/Commissione.


18 –      Regolamento interno tipo – Decisione 1999/468/CE del Consiglio – Regolamento interno del comitato (…) (GU 2001, C 38, pag. 3, nota 6).


19 –      Il regolamento interno del comitato di gestione è stato prodotto dalla Commissione nel procedimento di primo grado in allegato al controricorso.


20 –      Articolo 127, paragrafo 1, del regolamento di procedura della Corte di giustizia, applicabile al procedimento di impugnazione in virtù dell’articolo 190, paragrafo 1, del medesimo regolamento. In ogni caso, il regolamento interno non è pertinente se il comitato in questione si è dotato di un proprio regolamento, come nel caso in esame; v. sentenza del 25 ottobre 2005, Germania e Danimarca/Commissione (C‑465/02 e C‑466/02, EU:C:2005:636, punto 31).


21 –      L’articolo 8 («Atti di esecuzione immediatamente applicabili»), paragrafo 5, del regolamento n. 182/2011 dispone che, «[n]ei casi in cui la Commissione adotti misure provvisorie antidumping o compensative, si applica la procedura di cui al presente articolo. La Commissione adotta tali misure dopo aver consultato o, in casi di estrema urgenza, avere informato gli Stati membri. In quest’ultimo caso, le consultazioni si svolgono al più tardi nei dieci giorni successivi alla notifica agli Stati membri delle misure adottate dalla Commissione» (il corsivo è mio). V. anche considerando 16 del regolamento.


22 –      V. considerando 5 e 11 del regolamento n. 182/2011.


23 –      V., a titolo di esempio, sentenze del 14 gennaio 1987, Germania/Commissione (278/84, EU:C:1987:2, punti da 12 a 16), e del 10 febbraio 1998, Germania/Commissione (C‑263/95, EU:C:1998:47, punti da 26 a 32).


24 –      Sentenza del 23 febbraio 1988, Regno Unito/Consiglio (68/86, EU:C:1988:85, punto 48).


25 –      Sentenze del 7 maggio 1991, Nakajima/Consiglio (C‑69/89, EU:C:1991:186, punti 49 e 50), e del 13 settembre 2007, Common Market Fertilizers/Commissione (C‑443/05 P, EU:C:2007:511, punto 145).


26 –      Sentenze del 15 giugno 1994, Commissione/BASF e a. (C‑137/92 P, EU:C:1994:247, punti 76 e 77), e del 13 settembre 2007, Common Market Fertilizers/Commissione (C‑443/05 P, EU:C:2007:511, punti 147 e 148).


27 –      A tale proposito cfr. sentenza del 15 giugno 1994, Commissione/BASF e a. (C‑137/92 P, EU:C:1994:247, punto 72).


28 –      Per una critica relativa all’assenza di legittimazione ad agire dei privati con riguardo alle procedure di comitato, v. conclusioni dell’avvocato generale Geelhoed nelle cause riunite Alliance for Natural Health e a. (C‑154/04 e C‑155/04, EU:C:2005:199, paragrafi da 80 a 85). La Corte non ha annullato il provvedimento controverso in detta causa; v. sentenza del 12 luglio 2005, Alliance for Natural Health e a. (C‑154/04 e C‑155/04, EU:C:2005:449, punti 81 e 82).


29 –      V., per analogia, sentenza dell’11 gennaio 2001, Monte Arcosu (C‑403/98, EU:C:2001:6, punti 26 e 28).


30 –      V. sentenza del 14 gennaio 1987, Germania/Commissione (278/84, EU:C:1987:2, punto 13). V. altresì, per quanto riguarda lo standard del controllo giurisdizionale relativo all’esistenza di un rischio di perturbazione sugli scambi di prodotti agricoli, sentenza del 25 gennaio 1979, Racke (98/78, EU:C:1979:14, punti 4 e 5).


31 –      V. sentenza del 14 gennaio 2016, Francia/Commissione (T‑549/13, EU:T:2016:6, punto 18).


32 –      V., per analogia, sentenza del 15 marzo 2006, Italia/Commissione (T‑226/04, non pubblicata, EU:T:2006:85, punti da 38 a 41).


33 –      V., al riguardo, sentenza del 25 ottobre 2005, Germania e Danimarca/Commissione (C‑465/02 e C‑466/02, EU:C:2005:636, punti 36, 38 e 40), in cui la Corte ha dichiarato che il fatto che una riunione fosse stata convocata con meno di quattordici giorni di anticipo e che non esistesse una versione in lingua tedesca dei documenti che sarebbero stati discussi in detta riunione non poteva avere alcun effetto sul provvedimento adottato in definitiva.


34 –      La revoca di un atto delle istituzioni è una misura eccezionale che ha effetti retroattivi e può quindi essere soltanto esplicita; v., in tal senso, sentenza dell’8 novembre 2001, Silos (C‑228/99, EU:C:2001:599, punto 19).


35 –      Sentenza del 22 settembre 2016, Parlamento/Consiglio (C‑14/15 e C‑116/15, EU:C:2016:715, punto 48 e giurisprudenza ivi citata).


36 –      Sintesi elaborata il 22 ottobre 2013 della 435a riunione del comitato per l’Organizzazione comune dei mercati agricoli del 17 ottobre 2013, documento n. ARES REG agri.ddg2.c.4(2013) 3316233, punto 9.1.1 (disponibile all’indirizzo https://ec.europa.eu/agriculture/sites/agriculture/files/committees/cmo-management/2013/435.pdf).


37 –      Infatti, salvo una citazione di detta disposizione nella parte iniziale dell’impugnazione, non viene fatto riferimento all’articolo 162, paragrafo 1, del regolamento n. 1234/2007 in nessun punto della parte dedicata agli argomenti in diritto. Nella replica, la ricorrente richiama detta disposizione solo per rispondere a una questione preliminare sollevata dalla Commissione nella comparsa di risposta in relazione alla finalità del sistema di restituzioni all’esportazione.


38 –      Sentenza del 10 dicembre 2013, Commissione/Irlanda e a. (C‑272/12 P, EU:C:2013:812, punto 28 e giurisprudenza ivi citata).


39 –      Sentenza del 14 marzo 1973, Westzucker (57/72, EU:C:1973:30, punto 8). Restituzione all’esportazione e denaturazione dello zucchero, sotto alcuni aspetti, hanno identiche funzioni nell’ambito dell’organizzazione comune del mercato; v. conclusioni dell’avvocato generale Mayras nella causa Westzucker (57/72, EU:C:1973:20, paragrafo 2).


40 –      Sentenze del 2 aprile 1998, Commissione/Sytraval e Brink’s France (C‑367/95 P, EU:C:1998:154, punto 63), e del 10 marzo 2016, HeidelbergCement/Commissione (C‑247/14 P, EU:C:2016:149, punto 16).


41 –      Sentenze del 9 settembre 2004, Spagna/Commissione, (C‑304/01, EU:C:2004:495, punto 51), e del 9 giugno 2016, Pesce e a. (C‑78/16 e C‑79/16, EU:C:2016:428, punto 89).


42 –      Sentenze del 28 ottobre 1982, Lion e a. (292/81 e 293/81, EU:C:1982:375, punto 19); del 22 gennaio 1986, Eridania zuccherifici nazionali e a. (250/84, EU:C:1986:22, punto 38), e del 6 luglio 2000, Eridania (C‑289/97, EU:C:2000:363, punto 40).


43 –      Sentenze del 1o dicembre 1965, Schwarze (16/65, EU:C:1965:117, pag. 924), e del 4 febbraio 1990, Delacre e a./Commissione (C‑350/88, EU:C:1990:71, punto 16).


44 –      V., in tal senso, sentenze del 26 novembre 1975, Groupement des fabricants de papiers peints de Belgique e a./Commissione (73/74, EU:C:1975:160, punto 31); del 4 febbraio 1990, Delacre e a./Commissione (C‑350/88, EU:C:1990:71, punto 15), e dell’8 novembre 2001, Silos (C‑228/99, EU:C:2001:599, punto 28).


45 –      Non modifica tale constatazione il fatto che la ricorrente sostenga nell’impugnazione, nell’ambito del secondo capo del terzo motivo concernente la pretesa riduzione indebita dei criteri di controllo giurisdizionale, di avere precisato che né essa né il Tribunale avevano avuto modo di verificare o contestare gli elementi specifici della prassi abituale della Commissione.


46 –      Sentenza dell’8 novembre 2001, Silos (C‑228/99, EU:C:2001:599, punto 29).


47 –      Sentenza del 14 febbraio 1990, Delacre e a./Commissione (C‑350/88, EU:C:1990:71, punti da 17 a 19).


48 –      Sentenza del 1o marzo 2016, National Iranian Oil Company/Consiglio (C‑440/14 P, EU:C:2016:128, punti 60 e segg.).


49 –      V., per tutte, sentenza del 30 novembre 2016, Commissione/Francia e Orange (C‑486/15 P, EU:C:2016:912, punto 99 e giurisprudenza ivi citata).


50 –      Sentenza del 30 giugno 2016, Lidl (C‑134/15, EU:C:2016:498, punto 47); v. altresì, nello stesso senso, sentenza del 9 marzo 2017, Doux (C‑141/15, EU:C:2017:188, punto 26).


51 –      Come avvenuto nella fattispecie in esame nelle conclusioni dell’avvocato generale Sharpston nella causa KME Germany e a./Commissione (C‑272/09 P, EU:C:2011:63, paragrafi da 71 a 73).


52 –      Mentre il considerando 65 del regolamento n. 1234/2007 afferma che «[u]n mercato unico [dell’Unione] implica un regime unico di scambi alle frontiere esterne [dell’Unione]. Tale regime di scambi dovrebbe comprendere i dazi all’importazione e le restituzioni all’esportazione, e dovrebbe stabilizzare, in linea di massima il mercato comunitario. Il regime di scambi dovrebbe basarsi sugli impegni assunti nell’ambito dei negoziati commerciali multilaterali dell’Uruguay Round», il considerando 77 del medesimo regolamento indica che «[l]a possibilità di concedere restituzioni all’esportazione verso i paesi terzi sulla base della differenza tra i prezzi praticati [nell’Unione] e quelli praticati sul mercato mondiale, entro i limiti stabiliti dagli impegni assunti [dall’Unione] in sede OMC, dovrebbe essere finalizzata a garantire la partecipazione [dell’Unione] al commercio internazionale di alcuni dei prodotti contemplati dal presente regolamento. È opportuno limitare, in termini di valore e di quantità, le esportazioni sovvenzionate».


53 –      V. le conclusioni dell’avvocato generale Geelhoed nella causa Silos (C‑228/99, EU:C:2001:196, paragrafo 32), che cita la sentenza dell’8 aprile 1992, Wagner (C‑94/91, EU:C:1992:181, punto 18). V. anche, nel medesimo senso, sentenze del 14 marzo 1973, Westzucker (57/72, EU:C:1973:30, punti 6 e 8); del 26 gennaio 1978, Union Malt e a./Commissione (da 44/77 a 51/77, EU:C:1978:14, punti 23 e 28, in riferimento alla situazione particolare delle licenze di esportazione che fissano anticipatamente le restituzioni); del 28 ottobre 1982, Lion e a. (292/81 e 293/81, EU:C:1982:375, punto 14), e del 9 marzo 2017, Doux (C‑141/15, EU:C:2017:188, punto 36).


54 –      La Commissione, pur avendo affermato in udienza di avere preso in considerazione entrambi gli aspetti menzionati all’articolo 164, paragrafo 3, lettere a) e b), del regolamento n. 1234/2007, non ha contestato la constatazione contenuta nel punto 291 della sentenza impugnata.


55 –      Il riferimento al punto 400 della sentenza impugnata contenuto nell’impugnazione è errato, poiché detto punto espone la tesi della ricorrente.


56 –      Al punto 300 della sentenza impugnata, il Tribunale ha dichiarato che «il documento presentato al comitato di gestione non è inteso ad illustrare il calcolo teorico dell’importo delle restituzioni all’esportazione, bensì ad esporre la situazione complessiva del mercato».


57 –      V., in tal senso, ordinanza del 31 gennaio 2017, Universal Protein Supplements/EUIPO (C‑485/16 P, non pubblicata, EU:C:2017:72, punto 15 e giurisprudenza ivi citata).


58 –      Nel punto 292 della sentenza impugnata si dichiara che l’aumento del prezzo sul mercato dell’Unione, l’esistenza di margini per i produttori dell’Unione superiori alla media storica e l’aumento delle esportazioni costituiscono tutti elementi che, in linea di principio, consentono alla Commissione di ritenere, senza incorrere in un errore manifesto di valutazione, che la situazione sul mercato dell’Unione è stabile e non occorre fissare le restituzioni all’esportazione ad un importo positivo al fine di assicurare la stabilità del mercato.


59 –      Analogamente a quanto dichiarato dalla Commissione, la ricorrente non contesta la constatazione effettuata al punto 306 della sentenza impugnata, secondo cui da un documento presentato al comitato di gestione emergeva una chiara tendenza al rialzo dei prezzi sul mercato dell’Unione nel lungo e nel breve periodo.


60 –      L’impugnazione non è coerente al riguardo, in quanto vi si afferma che «il Tribunale ha tenuto conto solo dei prezzi sul mercato interno, dei costi elevati dei mangimi e della svalutazione del real brasiliano; pertanto, esso si è basato esclusivamente sul mercato mondiale».


61 –      Ciò trova conferma in altre versioni linguistiche di detta disposizione. L’impiego del plurale («marchés») nel testo in lingua francese dell’articolo 164, paragrafo 3, lettera b), del regolamento n. 1234/2007 non implica un riferimento ai mercati dell’Unione e mondiale menzionati all’articolo 164, paragrafo 3, lettere a) e i), ma semmai all’organizzazione comune del mercato, che in tale lingua assume la forma plurale («organisation commune des marchés»).