Language of document : ECLI:EU:C:2017:366

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE

NILS WAHL

presentate l’11 maggio 2017 (1)

Causa C278/16

Procedimento penale a carico di Frank Sleutjes,

in presenza di:

Staatsanwaltschaft Aachen

[domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Landgericht Aachen (Tribunale del Land, Aachen, Germania)]

«Spazio di libertà, sicurezza e giustizia – Direttiva 2010/64/UE – Articolo 3 – Diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali – Nozione di “documento fondamentale” – Decreto penale di condanna (Strafbefehl)»






1.        Il diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali all’interno dell’Unione europea garantito dalla direttiva 2010/64/UE (2) costituisce una pietra miliare nel percorso inteso a rafforzare i diritti processuali di persone indagate o imputate per un reato, in linea con il Programma di Stoccolma del Consiglio europeo (3). Come chiarito dal Consiglio dell’Unione europea, «[l]’indagato o l’imputato deve poter capire quanto accade e farsi capire. Un indagato o imputato che non parli o non capisca la lingua in cui si svolge il procedimento ha bisogno di un interprete e di una traduzione degli atti essenziali del procedimento» (4). In tale contesto, la domanda di pronuncia pregiudiziale in esame consentirà alla Corte di consolidare la propria giurisprudenza in relazione alla direttiva 2010/64 (5).

2.        Nell’ambito del procedimento principale, il Landgericht Aachen (Tribunale del Land, Aachen, Germania) chiede essenzialmente alla Corte se uno Strafbefehl (decreto penale di condanna) debba essere qualificato come un «documento fondamentale» nei procedimenti penali il quale, ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 2010/64, deve essere tradotto qualora la persona a cui è rivolto non comprenda il tedesco.

3.        Per le ragioni che seguono, propongo alla Corte di rispondere in senso affermativo alla questione sollevata.

I.      Contesto normativo

A.      Direttiva 2010/64

4.        I considerando 14, 16 e 30 della direttiva 2010/64 così recitano:

«(14)      Il diritto all’interpretazione e alla traduzione per coloro che non parlano o non comprendono la lingua del procedimento è sancito dall’articolo 6 della [Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950; in prosieguo: la «CEDU»], come interpretato nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. La presente direttiva facilita l’applicazione di tale diritto nella pratica. A tal fine, lo scopo della presente direttiva è quello di assicurare il diritto di persone indagate o imputati all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali al fine di garantire il loro diritto ad un processo equo.

(…)

(16)      In taluni Stati membri un’autorità diversa da una corte avente giurisdizione in materia penale è competente per comminare sanzioni in relazione a reati relativamente minori. Questo può essere il caso, ad esempio, delle infrazioni al codice della strada commesse su larga scala e che potrebbero essere accertate in seguito a un controllo stradale. In tali situazioni, non sarebbe ragionevole esigere che l’autorità competente garantisca tutti i diritti sanciti dalla presente direttiva. Laddove la legislazione di uno Stato membro preveda l’imposizione di una sanzione per reati minori da parte di tale autorità e vi sia il diritto a presentare ricorso a una giurisdizione competente in materia penale, la presente direttiva dovrebbe quindi applicarsi solo ai procedimenti dinanzi a tale giurisdizione in seguito a tale ricorso.

(…)

(30)      La garanzia dell’equità del procedimento esige che i documenti fondamentali, o almeno le parti rilevanti di tali documenti, siano tradotti a beneficio di indagati o imputati a norma della presente direttiva. Alcuni documenti dovrebbero sempre essere considerati fondamentali a tale scopo e dovrebbero quindi essere tradotti, quali le decisioni che privano la persona della propria libertà, gli atti contenenti i capi d’imputazione e le sentenze. Le autorità competenti degli Stati membri dovrebbero stabilire, di propria iniziativa o su richiesta di indagati o imputati o del loro avvocato, quali altri documenti sono essenziali per tutelare l’equità del procedimento e che dovrebbero pertanto essere ugualmente tradotti».

5.        L’articolo 1, paragrafi da 1 a 3, della direttiva citata («Oggetto e ambito di applicazione») stabilisce quanto segue:

«1.      La presente direttiva stabilisce norme relative al diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali (…).

2.      Il diritto di cui al paragrafo 1 si applica alle persone che siano messe a conoscenza dalle autorità competenti di uno Stato membro, mediante notifica ufficiale o in altro modo, di essere indagate o imputate per un reato, fino alla conclusione del procedimento, vale a dire fino alla decisione definitiva che stabilisce se abbiano commesso il reato, inclusi, se del caso, l’irrogazione della pena e l’esaurimento delle istanze in corso.

3.      Laddove la legislazione di uno Stato membro preveda, per reati minori, l’irrogazione di una sanzione da parte di un’autorità diversa da una giurisdizione competente in materia penale e laddove l’irrogazione di tale sanzione possa essere oggetto di impugnazione dinanzi a tale giurisdizione, la presente direttiva si applica solo ai procedimenti di impugnazione dinanzi a tale giurisdizione».

6.        Ai sensi dell’articolo 3 della direttiva medesima («Diritto alla traduzione di documenti fondamentali»):

«1.      Gli Stati membri assicurano che gli indagati o gli imputati che non comprendono la lingua del procedimento penale ricevano, entro un periodo di tempo ragionevole, una traduzione scritta di tutti i documenti che sono fondamentali per garantire che siano in grado di esercitare i loro diritti della difesa e per tutelare l’equità del procedimento.

2.      Tra i documenti fondamentali rientrano le decisioni che privano una persona della propria libertà, gli atti contenenti i capi d’imputazione e le sentenze.

3.      In qualsiasi altro caso le autorità competenti decidono se sono fondamentali altri documenti. Gli indagati o gli imputati o il loro avvocato possono presentare una richiesta motivata a tal fine.

4.      Non è necessario tradurre i passaggi di documenti fondamentali che non siano rilevanti allo scopo di consentire agli indagati o agli imputati di conoscere le accuse a loro carico.

5.      Gli Stati membri assicurano che, secondo le procedure della legislazione nazionale, gli indagati o gli imputati abbiano il diritto di impugnare una decisione che dichiara superflua l’interpretazione di documenti o di passaggi degli stessi e, nel caso in cui una traduzione sia stata fornita, abbiano la possibilità di contestare la qualità della traduzione in quanto non sufficiente a tutelare l’equità del procedimento.

(…)

9.      La traduzione fornita ai sensi del presente articolo deve essere di qualità sufficiente a tutelare l’equità del procedimento, in particolare garantendo che gli imputati o gli indagati in procedimenti penali siano a conoscenza delle accuse a loro carico e siano in grado di esercitare i loro diritti della difesa».

B.      Diritto tedesco

7.        L’articolo 184 del Gerichtsverfassungsgesetz (legge sull’ordinamento giudiziario; in prosieguo: il «GVG») afferma, fra l’altro, che la lingua dei tribunali è il tedesco.

8.        L’articolo 187 del GVG, come modificato a seguito dell’attuazione delle direttive 2010/64 e 2012/13/UE (6), così dispone:

«1.      Il giudice chiede, per l’imputato o il condannato che non padroneggi la lingua tedesca ovvero sia affetto da sordità o incapace di esprimersi, laddove sia necessario ai fini dell’esercizio dei diritti riconosciutigli nel procedimento penale, l’intervento di un interprete o di un traduttore. Il giudice è tenuto a richiamare l’attenzione dell’imputato, in una lingua al medesimo comprensibile, sulla sua facoltà di poter chiedere, per l’intera durata del procedimento penale, l’assistenza a titolo gratuito di un interprete o di un traduttore.

2.      In generale, l’esercizio dei diritti processuali dell’imputato che non padroneggi la lingua tedesca richiede la traduzione scritta dei provvedimenti che comportano misure privative della libertà, nonché degli atti d’accusa, dei decreti penali di condanna e delle sentenze non passate in giudicato (…)».

9.        Ai sensi dell’articolo 37 paragrafo 3, della Strafprozessordnung (codice di procedura penale tedesco; in prosieguo: la «StPO»), «se a una parte processuale deve essere fornita ai sensi dell’articolo 187, paragrafi 1 e 2, del GVG, una traduzione della sentenza, quest’ultima dev’essere notificata unitamente alla traduzione».

10.      L’articolo 407, paragrafo 1, della StPO, concernente la possibilità di ricorrere a un decreto penale di condanna, stabilisce che «nel procedimento penale (…) le conseguenze giuridiche del reato possono essere stabilite, su richiesta scritta del Pubblico ministero, mediante un decreto penale di condanna scritto senza dibattimento. Il Pubblico ministero presenta siffatta richiesta qualora, alla luce delle risultanze dell’istruttoria, non consideri necessario il dibattimento. La richiesta suggerisce specifiche conseguenze giuridiche e, in tal modo, avviene l’esercizio dell’azione penale».

11.      L’articolo 410 della StPO, riguardante le opposizioni a un decreto penale di condanna e il passaggio in giudicato, così stabilisce:

«1.      L’imputato può proporre opposizione avverso il decreto penale di condanna entro due settimane dalla notifica, dinanzi al giudice che ha emesso il decreto, per iscritto o con dichiarazione verbalizzata dal cancelliere (…)

2.      L’opposizione può essere limitata a determinati addebiti.


3.      Il decreto penale di condanna acquisisce, in assenza di tempestiva opposizione, carattere di decisione avente autorità di cosa giudicata».

II.    Fatti, procedimento e questione pregiudiziale

12.      In data 2 novembre 2015, su richiesta della Staatsanwaltschaft Aachen (Pubblico Ministero di Aachen, Germania), l’Amtsgericht Düren (Tribunale circoscrizionale di Düren, Germania) emetteva un decreto penale di condanna (in prosieguo: «il decreto penale di condanna controverso») nei confronti del sig. Frank Sleutjes, imputato e cittadino olandese residente nei Paesi Bassi, con cui gli veniva inflitta, per omissione di soccorso, la pena pecuniaria corrispondente all’importo di EUR 30 giornalieri per 30 giorni, oltre al ritiro della patente. Le autorità competenti per il rilascio della patente di guida venivano informate che, per un periodo di nove mesi, da un lato, non dovevano consentire all’imputato di continuare a utilizzare la sua patente estera, e, dall’altro, non dovevano rilasciargli una patente tedesca.. Il decreto penale di condanna controverso precisa altresì che il ritiro ha l’effetto di un disconoscimento del diritto di utilizzo della patente in Germania. Inoltre, l’imputato veniva condannato a sostenere le spese del procedimento.

13.      Il decreto penale di condanna controverso contiene informazioni sui mezzi di ricorso disponibili. Si specifica, inter alia, che detto decreto diviene definitivo ed esecutivo in assenza di opposizione, entro due settimane dalla notifica del decreto stesso, per iscritto o con dichiarazione verbalizzata dinanzi al cancelliere, presso l’Amtsgericht ivi indicato — nella specie l’Amtsgericht Düren (Tribunale circoscrizionale di Düren). In caso di opposizione per iscritto, le informazioni sui mezzi di ricorso disponibili specificano che il termine è rispettato solo se l’atto perviene al tribunale entro due settimane. Infine, le informazioni sui mezzi di ricorso disponibili contengono, come ultimo periodo in un paragrafo a sé stante, la seguente indicazione: «L’atto di impugnazione va presentato in lingua tedesca».

14.      Il decreto penale di condanna controverso veniva notificato all’imputato in data 12 novembre 2015 mediante lettera raccomandata e in tedesco. Solo le informazioni sui mezzi di ricorso disponibili venivano notificate a quest’ultimo, contemporaneamente e in via complementare, con una traduzione in lingua neerlandese.

15.      Il 24 novembre 2015, alle ore 20.32, l’imputato inviava un’e-mail all’Amtsgericht Düren (Tribunale circoscrizionale di Düren), nella quale sollevava obiezioni, in neerlandese, al decreto penale di condanna controverso. Il 26 novembre 2015 egli chiedeva conferma all’Amtsgericht Aachen (Tribunale circoscrizionale di Aachen) — anche in questo caso in neerlandese — che la sua e-mail del 24 novembre 2015 fosse regolarmente pervenuta. Con lettera del 1o dicembre 2015, spedita in data 8 dicembre 2015, l’Amtsgericht Düren (Tribunale circoscrizionale di Düren) comunicava all’imputato che la corrispondenza con il Tribunale doveva essere presentata in lingua tedesca. In precedenza, il 1o dicembre 2015, l’attuale difensore dell’imputato aveva presentato opposizione al decreto penale di condanna controverso a mezzo fax chiedendo, contestualmente, la rimessione in termini per presentare opposizione.

16.      Con decisione del 28 gennaio 2016, l’Amtsgericht Düren (Tribunale circoscrizionale di Düren) rigettava l’opposizione presentata dall’imputato contro il decreto penale di condanna controverso dichiarandola irricevibile in quanto tardiva. Nel contempo, esso respingeva la domanda di rimessione in termini per presentare opposizione, formulata dall’imputato, ritenendola insufficientemente motivata. La suddetta decisione veniva notificata al difensore in data 2 febbraio 2016. Con fax del 4 febbraio 2016, pervenuto in pari data, questi proponeva immediato ricorso avverso tale decisione che, pertanto, è attualmente pendente dinanzi al giudice del rinvio.

17.      Il giudice del rinvio ritiene che l’imputato non padroneggi la lingua tedesca ai sensi dell’articolo 187, paragrafo 1, del GVG e che la decisione del 28 gennaio 2016 dell’Amtsgericht Düren (Tribunale circoscrizionale di Düren) sia corretta, ma che il diritto dell’Unione e, in particolare, l’articolo 3 della direttiva 2010/64, potrebbero imporre un esito diverso. A tal proposito, esso sottolinea che, diversamente dall’articolo 187, paragrafo 2, del GVG, l’articolo 37, paragrafo 3, della StPO non si riferisce a decreti penali di condanna. A suo parere, la giurisprudenza della Corte non risolve chiaramente la questione se i decreti penali di condanna debbano essere tradotti per l’imputato. Se così fosse, si dovrebbe concludere che il termine per presentare opposizione non avrebbe ancora iniziato a decorrere. Ritenendo che la direttiva 2010/64 non richieda tale interpretazione ma nutrendo dubbi alla luce, fra l’altro, delle posizioni divergenti assunte dai giudici tedeschi su tale questione, il giudice del rinvio ha deciso di sospendere il procedimento rinviando alla Corte la seguente questione pregiudiziale:

«Se l’articolo 3 della [direttiva 2010/64] debba essere interpretato nel senso che la nozione di “sentenza” di cui all’articolo 37, paragrafo 3, della [StPO] includa i decreti penali di condanna ai sensi degli articoli 407 e segg. della [StPO]».

18.      Hanno presentato osservazioni scritte il sig. Sleutjes, il governo tedesco, i governi ceco e olandese e la Commissione. Ai sensi dell’articolo 76, paragrafo 2, del Regolamento di procedura della Corte, si è soprasseduto alla trattazione orale.

III. Analisi

A.      Forma

19.      Il governo tedesco osserva che, in base a una corretta interpretazione delle norme tedesche applicabili, la nozione di «sentenza» di cui all’articolo 37, paragrafo 3, della StPO include anche i decreti penali di condanna ai sensi degli articoli 407 e segg. del medesimo atto. Tale governo ritiene dunque che la soluzione della controversia di cui al procedimento principale non dipenda dalla questione sollevata.

20.      A tal proposito, basti dire che le questioni relative all’interpretazione del diritto dell’Unione proposte dal giudice nazionale nell’ambito del contesto di diritto e di fatto che egli individua sotto la propria responsabilità, del quale non spetta alla Corte verificare l’esattezza, godono di una presunzione di rilevanza (7). Non è evidente che l’interpretazione dell’articolo 3 della direttiva 2010/64 richiesta dal giudice del rinvio sia estranea ai fatti effettivi all’origine del ricorso dinanzi ad esso proposto o al suo oggetto, che la controversia riguardante la traduzione insorta nel procedimento principale sia ipotetica, o che la Corte non disponga degli elementi di fatto o di diritto necessari per fornire una risposta utile alla questione sollevata. Pertanto, i dubbi espressi dal governo tedesco non possono porre in discussione l’ammissibilità della domanda di pronuncia pregiudiziale in esame.

21.      Tuttavia, prima facie, la formulazione della questione sottoposta lascia l’impressione che il giudice del rinvio chieda alla Corte un’interpretazione dell’articolo 37, paragrafo 3, della StPO, che la Corte medesima non è competente a fornire ai sensi dell’articolo 267 TFUE. Ciononostante, la linea argomentativa esposta nell’ordinanza di rinvio indica chiaramente che il giudice del rinvio richiede in effetti un’interpretazione dell’articolo 3 della direttiva 2010/64. Pertanto, la questione oggetto di rinvio deve essere riformulata di conseguenza.

22.      Inoltre, non seguirò il suggerimento della Commissione di riformulare la questione in modo tale da includere anche una domanda di interpretazione della direttiva 2012/13. In accordo con la presunzione di rilevanza summenzionata, non si può presumere che la questione sollevata dal giudice del rinvio sia carente in quanto scevra di riferimenti all’altra direttiva. Al contrario, nulla mi induce a ritenere che il giudice del rinvio non sia a conoscenza di tale altra direttiva: l’ordinanza di rinvio cita la sentenza nella causa Covaci (8), che interpretava anche la direttiva 2012/13. In ogni caso, qualora lo ritenga opportuno, potrebbe sottoporre alla Corte un’ulteriore questione concernente l’interpretazione di tale direttiva (9).

23.      In tale contesto mi sembra che, con la sua domanda, il giudice del rinvio chieda essenzialmente se un «documento fondamentale», in conformità all’articolo 3 della direttiva 2010/64, includa un decreto penale di condanna ai sensi degli articoli 407 e segg. della StPO.

B.      Sostanza

1.      Un decreto penale di condanna è un «documento fondamentale» ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 2010/64

24.      Il giudice del rinvio propende per una risposta negativa alla questione come riformulata al punto precedente. Per contro, tutte le parti che hanno presentato osservazioni sono di parere opposto.

25.      Prima di rispondere a tale questione, è opportuno ricordare che il procedimento previsto per l’emissione di un tale decreto penale di condanna ai sensi degli articoli 407 e segg. della StPO è semplificato e non prevede né udienza né dibattito in contradditorio. Più precisamente, la Corte ha statuito che il decreto penale di condanna previsto dal diritto tedesco è emesso sulla base di un procedimento sui generis. Infatti, tale procedimento prevede che la sola possibilità per l’imputato di beneficiare di un dibattito in contradditorio, nell’ambito del quale questi possa esercitare appieno il suo diritto di essere sentito, è data dalla proposizione di opposizione avverso il decreto stesso (10).

26.      Come era prevedibile, pertanto, la Corte ha statuito che la situazione di una persona che intende proporre opposizione avverso un decreto penale di condanna non ancora passato in giudicato e di cui è destinataria, rientra nell’ambito di applicazione di tale direttiva, per cui tale persona deve poter beneficiare del diritto all’interpretazione e alla traduzione garantito dalla direttiva 2010/64 (11).

27.      Nella sentenza Covaci, il Pubblico Ministero chiedeva al giudice nazionale di emettere un decreto penale di condanna che specificasse, tra l’altro, la necessità di proporre opposizione in lingua tedesca. Nutrendo dubbi, il giudice nazionale chiedeva alla Corte, inter alia, se la direttiva 2010/64 ostasse a norme nazionali che non consentono alla persona destinataria di un decreto penale di condanna e che non comprende il tedesco di presentare opposizione avverso detto decreto in una lingua che essa comprenda. La Corte rispondeva alla questione in senso negativo, pur aggiungendo che le autorità nazionali possono espressamente autorizzare la persona che presenta un’opposizione ad agire in tal senso qualora ritengano che quel documento costituisca un «documento fondamentale»(12).

28.      Relativamente alla traduzione del decreto penale di condanna medesimo, fulcro della questione in esame, la Corte non era chiamata ad affrontare tale questione in detta causa. Ciononostante, non sussiste alcun dubbio: alle persone indagate o imputate che non comprendono il tedesco deve essere fornita, entro un periodo di tempo ragionevole, una traduzione scritta del predetto documento, come emerge dalla formulazione, dal contesto e dallo scopo dell’articolo 3 della direttiva 2010/64.

29.      Per quanto riguarda, in primo luogo, la sua formulazione, l’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2010/64 indica «tutti i documenti che sono fondamentali per garantire che siano in grado di esercitare i loro diritti della difesa e per tutelare l’equità del procedimento». Il successivo paragrafo 2 del medesimo articolo specifica che «[t]ra i documenti fondamentali rientrano le decisioni che privano una persona della propria libertà, gli atti contenenti i capi d’imputazione e le sentenze». Come conferma il considerando 30 della direttiva in questione, tale elenco non è esaustivo (13).

30.      A differenza della Commissione, non sono così sicuro che un decreto penale di condanna debba essere assimilato agli «atti contenenti i capi d’imputazione». È senz’altro vero che la Corte ha statuito che un decreto penale di condanna è una forma di comunicazione dell’accusa a carico della persona interessata ai sensi della direttiva 2012/13 (14). Tuttavia, a differenza di atti contenenti capi d’imputazione, un decreto penale di condanna consiste in una decisione emessa da un tribunale che acquisisce autorità di cosa giudicata se, contro di essa, non viene presentata tempestivamente alcuna opposizione. Pertanto, presenta anche talune analogie con una «sentenza» ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2010/64 (15). A prescindere dal fatto che si tratti dell’una o dell’altra cosa, sembra palese che la traduzione di un decreto penale di condanna sia essenziale per garantire che la persona cui esso è destinato sia in grado di comprenderne il contenuto e, di conseguenza, di esercitare il proprio diritto alla difesa in relazione alla sanzione prevista nel medesimo. Pertanto, dovrebbe inevitabilmente essere qualificato come un «documento fondamentale» ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva in esame.

31.      In secondo luogo, il contesto della direttiva 2010/64 conferma l’idea che un decreto penale di condanna sia un «documento fondamentale» ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 2010/64.

32.      A tal proposito, in linea con il governo olandese, rivolgerei l’attenzione all’articolo 1, paragrafo 3, della direttiva 2010/64. Tale disposizione esclude dall’ambito di applicazione di detta direttiva alcune sanzioni amministrative per reati minori. Conformemente al considerando 16 della direttiva menzionata, il suo scopo consiste nell’esentare le autorità amministrative dall’obbligo, altrimenti ricadente su di esse, di garantire tutti i diritti sanciti da tale direttiva laddove sarebbe irragionevole esigerlo. Il considerando citato specifica che questo caso si verifica in particolare per le infrazioni al codice della strada commesse su larga scala e che potrebbero essere accertate in seguito a un controllo stradale, per la qual cosa un ottimo esempio potrebbe essere costituito dall’eccesso di velocità. Per contro, ciò conferma anche l’opinione secondo cui una decisione giudiziaria che può comportare l’imposizione di una sanzione per un’infrazione al codice della strada che non è un semplice eccesso di velocità, come nel caso del decreto penale di condanna controverso, è una tipica situazione alla quale si applicano i diritti sanciti dalla direttiva.

33.      Infine, lo scopo della direttiva 2010/64, che emerge chiaramente dal considerando 14 della stessa, avvalora anche l’opinione secondo cui il decreto penale di condanna deve essere riconosciuto come un «documento fondamentale» che richiede una traduzione qualora l’imputato non comprenda il tedesco. Tale scopo è quello «di assicurare il diritto di persone indagate o imputati all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali al fine di garantire il loro diritto ad un processo equo». Il diritto all’interpretazione e alla traduzione per coloro che non parlano o non comprendono la lingua del procedimento è sancito dall’articolo 6 della CEDU. Infatti, il rispetto dei requisiti relativi al processo equo garantisce che l’accusato sia a conoscenza degli addebiti contestatigli e possa difendersi (16). La direttiva facilita l’applicazione di tale diritto nella pratica.

34.      Non richiedere la traduzione di un decreto penale di condanna, che potrebbe potenzialmente condurre alla definitiva imposizione di una sanzione – in particolare se la persona cui è destinato non lo comprende perché non capisce il tedesco – pregiudicherebbe chiaramente il diritto di tale persona ad un processo equo. Vi sarebbe, infatti, un caso di denegata giustizia.

35.      Quanto affermato supra non è contraddetto dal fatto che, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 3, della direttiva 2010/64, spetta alle autorità competenti decidere se, in un determinato caso, siano fondamentali altri documenti. Invero, detta disposizione riguarda documenti che non sono già considerati fondamentali ai sensi dell’articolo 3, paragrafi 1 e 2, della direttiva (17).

36.      Nemmeno la sentenza Balogh mette in discussione la soluzione da me proposta. Detta causa riguardava un procedimento di riconoscimento, in Ungheria, degli effetti di una sentenza definitiva emessa in Austria, che condannava il sig. István Balogh a una pena detentiva nonché alle spese processuali. Il procedimento penale in Austria nei confronti del sig. Balogh era già concluso, garantendo il suo diritto alla traduzione. Ciò ha indotto la Corte a concludere che la direttiva 2010/64 non era applicabile a tale procedimento di riconoscimento (18).

37.      Dalle considerazioni che precedono discende che un documento come un decreto penale di condanna ai sensi degli articoli 407 e segg. della StPO è un «documento fondamentale» ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 2010/64. Di conseguenza, deve essere tradotto qualora la persona cui è destinato non comprenda il tedesco.

2.      Ulteriori considerazioni sul diritto alla traduzione nei procedimenti penali ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 2010/64

38.      Alla luce delle conseguenze derivanti da quanto esposto supra, emerge l’esigenza di svolgere alcune ulteriori considerazioni sul diritto alla traduzione nei procedimenti penali ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 2010/64, dal momento che potrebbero essere utili al giudice del rinvio nella soluzione della causa dinanzi ad esso pendente.

39.      Da un lato, tale diritto è universale, in quanto la direttiva 2010/64 non limita l’ambito di applicazione ratione personae riferito alle persone che possono beneficiare della tutela che esso conferisce. L’unico requisito che deve essere soddisfatto al fine di garantire detta tutela prevede che tali persone siano state messe a conoscenza del fatto di essere indagate o imputate per un reato.

40.      Dall’altro, la direttiva 2010/64 non specifica la lingua nella quale la persona indagata o imputata per un reato che non comprende la lingua del procedimento debba ricevere una traduzione dei documenti fondamentali. Nulla pertanto suggerisce che questa debba essere la lingua madre di quella persona. Al contrario, l’articolo 3, paragrafo 4, della predetta direttiva chiarisce che lo scopo della traduzione è quello di consentire agli indagati o agli imputati «di conoscere le accuse a loro carico». Sembrerebbe dunque possibile ricorrere a una lingua «franca» che detta persona comprenda, purché tale ricorso non sia fondato su ragioni arbitrarie.

41.      In particolare, quest’ultima disposizione consente agli Stati membri di non tradurre passaggi di documenti fondamentali che non siano rilevanti allo scopo di consentire a un indagato o a un imputato di conoscere le accuse a suo carico. Tuttavia, essa non consente che la traduzione di un documento fondamentale sia sostituita dalla mera offerta di informazioni integrative sui rimedi giudiziari a disposizione di quella persona in una lingua che la stessa comprende, come è avvenuto nel procedimento principale. Inoltre, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 9, della direttiva 2010/64, la traduzione – a prescindere dalla lingua scelta – deve essere di qualità sufficiente a tutelare l’equità del procedimento. A norma dell’articolo 3, paragrafo 5, del medesimo atto, l’interessato ha il diritto di presentare un ricorso, secondo le procedure della legislazione nazionale, qualora la traduzione risulti di scarsa qualità o sia stata ritenuta superflua.

42.      In ordine alla questione ratione temporis, il diritto alla traduzione nei procedimenti penali di cui all’articolo 3 della direttiva 2010/64 si applica, ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 2, della stessa, dal momento in cui l’interessato è stato messo a conoscenza di essere indagato o imputato per un reato, fino alla decisione definitiva che stabilisce se abbia commesso il reato, inclusi, se del caso, l’irrogazione della pena e le possibili procedure di ricorso. Tuttavia, non occorre che la traduzione di un documento fondamentale sia fornita contestualmente alla consegna di tale documento, giacché l’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva in questione precisa che tale traduzione deve essere fornita all’interessato soltanto entro «un periodo di tempo ragionevole». Ad ogni modo, è appena il caso di evidenziare che l’interessato deve altresì disporre di un ragionevole periodo di tempo per rendersi conto e, se del caso, rispondere al contenuto del documento fondamentale.

43.      Circa la violazione del diritto alla traduzione, la direttiva 2010/64 non indica alcuna misura specifica che gli Stati membri dovrebbero adottare. Pertanto, tale silenzio li lascia liberi di scegliere fra le varie soluzioni atte a conseguire lo scopo della disposizione in questione, in relazione alle diverse situazioni che possono presentarsi (19). Ciò può accadere, ad esempio, accogliendo una richiesta di rimessione in termini per presentare opposizione (20) o, se necessario, disapplicando la disposizione nazionale che impone un limite temporale per la presentazione di opposizioni (21).

44.      In ogni caso, è chiaro che uno Stato membro non può perseguire una persona che non comprende la lingua del procedimento basandosi su documenti fondamentali che dovrebbero essere tradotti a favore dell’interessato ma non lo sono stati. Tale condotta non solo priverebbe la direttiva di qualsiasi effetto pratico, ma violerebbe altresì i diritti della difesa e vizierebbe l’equità del processo di cui all’articolo 6 della CEDU, che la direttiva avrebbe il compito di favorire nella pratica. Pertanto, a mio avviso, è nell’interesse degli Stati membri garantire che il «periodo di tempo ragionevole» in cui le persone indagate o imputate per un reato devono ricevere tali traduzioni si mantenga il più breve possibile.

45.      Nell’ordinanza di rinvio il giudice a quo esprime il proprio parere sulle conseguenze di una violazione dell’articolo 3 della direttiva 2010/64 in relazione ai termini per proporre opposizione avverso un decreto penale di condanna. Esso afferma che la notifica del decreto penale di condanna controverso priva di una traduzione in neerlandese dell’intero testo sarebbe risultata priva di efficacia, con la conseguenza che il termine per presentare opposizione non avrebbe neppure iniziato a decorrere.

46.      A tal proposito, vorrei rammentare che, in mancanza di norme dell’Unione europea, gli Stati membri possono disciplinare i procedimenti giudiziari disponendo i termini temporali che ritengono opportuni, in virtù del principio di autonomia procedurale. Tuttavia, conformemente al principio di equivalenza, le persone indagate o imputate per un reato che non comprendono la lingua del procedimento e che di conseguenza intendono avvalersi dei propri diritti ai sensi della direttiva 2010/64 non dovrebbero essere poste in una situazione di svantaggio rispetto alle persone che comprendono quella lingua e che, in definitiva, sono più probabilmente cittadini dello Stato membro in cui viene promossa l’azione penale (22). Concordo pertanto con il giudice del rinvio nel ritenere che il termine per presentare opposizione avverso un decreto penale di condanna non dovrebbe iniziare a decorrere prima del momento in cui l’interessato riceve una traduzione adeguata del decreto stesso. Qualsiasi anticipazione potrebbe rischiare di compromettere i diritti della difesa e, analogamente, il principio di effettività (23).

IV.    Conclusione

47.      Alla luce delle considerazioni che precedono, propongo alla Corte di rispondere alla questione sottoposta dal Landgericht Aachen (Tribunale del Land, Aachen, Germania) nel senso che, in base a una corretta interpretazione dell’articolo 3 della direttiva 2010/64/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 ottobre 2010, sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali, un documento come il decreto penale di condanna ai sensi degli articoli 407 e segg. della Strafprozessordnung (codice di procedura penale tedesco) costituisce un «documento fondamentale» che, di conseguenza, deve essere tradotto qualora la persona a cui è destinato non comprenda il tedesco.


1      Lingua originale: l’inglese.


2      Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 ottobre 2010, sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali (GU 2010, L 280, pag. 1).


3      Consiglio europeo, «Programma di Stoccolma – Un’Europa aperta e sicura al servizio e a tutela dei cittadini» (GU 2010, C 115, pagg. 1 e 10).


4      Allegato alla risoluzione del Consiglio, del 30 novembre 2009, relativa a una tabella di marcia per il rafforzamento dei diritti procedurali di indagati o imputati in procedimenti penali (GU 2009, C 295, pag. 3).


5      V. sentenze del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, e del 9 giugno 2016, Balogh, C‑25/15, EU:C:2016:423.


6      Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2012, sul diritto all’informazione nei procedimenti penali (GU 2012, L 142, pag. 1).


7      V. sentenza dell’8 dicembre 2016, Eurosaneamientos e a., C‑532/15 e C‑538/15, EU:C:2016:932, punto 28 e la giurisprudenza ivi citata.


8      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686.


9      V., in tal senso, sentenza del 17 luglio 2014, Torresi, C‑58/13 e C‑59/13, EU:C:2014:2088, punto 32 e la giurisprudenza ivi citata.


10      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punti 20 e 41.


11      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punto 27.


12      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punti da 47 a 50.


13      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punto 45.


14      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punto 61.


15      A tal proposito la nozione di «sentenza» è molto ampia ai sensi della disciplina di Bruxelles concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. V., in particolare, l’articolo 2, lettera a), del regolamento (UE) n. 1215/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2012, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GU 2012, L 351, pag. 1), che stabilisce che per «decisione» s’intende «qualsiasi decisione emessa da un’autorità giurisdizionale di uno Stato membro, compresi un decreto, un’ordinanza, una decisione o un mandato di esecuzione, nonché una decisione relativa alla determinazione delle spese giudiziali da parte del cancelliere». V., al riguardo, sentenza del 2 aprile 2009, Gambazzi, C‑394/07, EU:C:2009:219, punto 23 e la giurisprudenza ivi citata.


16      V., in tal senso, sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punto 39 e giurisprudenza ivi citata.


17      Sentenza del 15 ottobre 2015, Covaci, C‑216/14, EU:C:2015:686, punto 49.


18      Sentenza del 9 giugno 2016, Balogh, C‑25/15, EU:C:2016:423, punti da 36 a 40.


19      V., per analogia, sentenza del 17 luglio 2008, Raccanelli, C‑94/07, EU:C:2008:425, punto 50 e la giurisprudenza ivi citata.


20      V., a titolo esemplificativo, sentenza del 22 marzo 2017, Tranca e a., C‑124/16, C‑188/16 e C‑213/16, EU:C:2017:228, punto 51.


21      Per un esempio sull’obbligo dei giudici nazionali, ai sensi del diritto dell’Unione, di disapplicare un’interpretazione del diritto nazionale in contrasto con il diritto dell’Unione, v. sentenza del 19 aprile 2016, DI, C‑441/14, EU:C:2016:278, punto 42 e la giurisprudenza ivi citata.


22      In relazione a un complesso di circostanze effettivamente alquanto differente, v. sentenze del 24 novembre 1998, Bickel e Franz, C‑274/96, EU:C:1998:563, punto 26, e del 27 marzo 2014, Grauel Rüffer, C‑322/13, EU:C:2014:189, punto 20.


23      Circa il termine di scadenza per presentare opposizione contro un decreto penale di condanna in relazione alla direttiva 2012/13, v. sentenza del 22 marzo 2017, Tranca e a., C‑124/16, C‑188/16 e C‑213/16, EU:C:2017:228, punto 51.