Language of document : ECLI:EU:C:2018:276

Causa C‑353/16

MP

contro

Secretary of State for the Home Department

(domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Supreme Court of the United Kingdom)

«Rinvio pregiudiziale – Politica d’asilo – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articolo 4 – Direttiva 2004/83/CE – Articolo 2, lettera e) – Condizioni per la concessione della protezione sussidiaria – Articolo 15, lettera b) – Rischio di danno grave alla salute mentale del richiedente in caso di ritorno nel suo paese di origine – Persona che è stata sottoposta a tortura nel suo paese di origine»

Massima – Sentenza della Corte (Grande Sezione) del 24 aprile 2018

Controlli alle frontiere, asilo e immigrazione – Politica d’asilo – Status di rifugiato o di beneficiario della protezione sussidiaria – Direttiva 2004/83 – Condizioni per la concessione della protezione sussidiaria – Articolo 2, lettera e), e articolo 15, lettera b) – Tortura o trattamenti inumani o degradanti – Nozione – Rischio di danno grave alla salute fisica o mentale di un cittadino di un paese terzo in caso di ritorno nel suo paese di origine a causa di un trauma derivante da atti di tortura subiti in passato – Inclusione – Presupposto – Privazione intenzionale di cure inflitta nel paese di origine – Verifica da parte del giudice nazionale

[Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 4; direttiva del Consiglio 2004/83, artt. 2, e), e 15, b)]

L’articolo 2, lettera e), e l’articolo 15, lettera b), della direttiva 2004/83/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta, letti alla luce dell’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, devono essere interpretati nel senso che è ammissibile allo status di protezione sussidiaria il cittadino di un paese terzo torturato in passato dalle autorità del suo paese di origine e non più esposto a un rischio di tortura in caso di ritorno in detto paese, ma le cui condizioni di salute fisica e mentale potrebbero, in un tale caso, deteriorarsi gravemente, con il rischio che il cittadino di cui trattasi commetta suicidio, in ragione di un trauma derivante dagli atti di tortura subiti, se sussiste un rischio effettivo di privazione intenzionale in detto paese delle cure adeguate al trattamento delle conseguenze fisiche o mentali di tali atti di tortura, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.

La presente causa riguarda pertanto non la tutela contro l’allontanamento, derivante, in forza dell’articolo 3 della CEDU, dal divieto di esporre una persona a trattamenti inumani o degradanti, ma la distinta questione relativa a se lo Stato membro ospitante sia tenuto a riconoscere lo status di protezione sussidiaria ai sensi della direttiva 2004/83 al cittadino di un paese terzo che sia stato torturato dalle autorità del paese d’origine e i cui postumi gravi a livello psicologico potrebbero accentuarsi in modo sostanziale, con il serio rischio che commetta suicidio, in caso di ritorno in tale paese.

Al riguardo, occorre ricordare che, ai sensi dell’articolo 2, lettera e), di tale direttiva, un cittadino di un paese terzo può beneficiare della protezione sussidiaria solo ove sussistano gravi e comprovati motivi di ritenere che, nel caso di ritorno nel paese di origine, egli incorra in un rischio effettivo di subire uno dei tre tipi di danno grave definiti all’articolo 15 della direttiva suddetta (v., in tal senso, sentenza del 18 dicembre 2014, M’Bodj, C‑542/13, EU:C:2014:2452, punto 30 e giurisprudenza ivi citata). Tra i danni gravi di cui all’articolo 15 della direttiva 2004/83 figurano, alla lettera b) di tale articolo, la tortura o trattamenti o sanzioni inumani o degradanti ai danni del richiedente nel suo paese di origine.

In tale contesto, occorre rilevare, in primo luogo, che la circostanza che la persona interessata abbia subito, in passato, atti di tortura perpetrati dalle autorità del suo paese di origine non consente di giustificare, di per sé, il riconoscimento del beneficio della protezione sussidiaria in un momento in cui non sussiste più alcun rischio effettivo che tali atti di tortura si riproducano in caso di ritorno in tale paese.

Occorre tuttavia rilevare, in secondo luogo, che, stante le indicazioni contenute nel fascicolo sottoposto alla Corte, la domanda di pronuncia pregiudiziale riguarda un cittadino di un paese terzo che non solo ha subito, in passato, atti di tortura da parte delle autorità del suo paese di origine, ma che, inoltre, nonostante non corra più il rischio di subire nuovamente tali atti in caso di ritorno in detto paese, soffre a tutt’oggi di gravi postumi a livello psicologico, conseguenti agli atti di tortura di cui è stato oggetto in passato, i quali postumi, secondo constatazioni mediche debitamente dimostrate, si accentuerebbero in modo sostanziale, con un serio rischio che tale cittadino commetta suicidio, se ritornasse in detto paese. Tuttavia, un tale aggravamento sostanziale non può essere considerato, di per sé, come un trattamento inumano o degradante inflitto al detto cittadino nel paese d’origine, ai sensi dell’articolo 15, lettera b), della direttiva di cui trattasi.

A tale riguardo, occorre esaminare, come suggerisce il giudice del rinvio, l’impatto che può avere l’assenza, nel paese d’origine della persona interessata, di un’infrastruttura di cure adeguate al trattamento dei postumi fisici o mentali derivanti dagli atti di tortura commessi dalle autorità di tale paese. A tale proposito, va ricordato che la Corte ha già dichiarato che le minacce gravi di cui all’articolo 15, lettera b), della direttiva 2004/83 non possono derivare semplicemente da carenze generali del sistema sanitario del paese d’origine. Il rischio di deterioramento dello stato di salute di un cittadino di un paese terzo, affetto da una grave malattia, dovuto all’assenza di terapie adeguate nel suo paese di origine, senza che sia in discussione una privazione intenzionale nei riguardi di tale cittadino dell’assistenza sanitaria, non basta a implicare il riconoscimento a quest’ultimo del beneficio della protezione sussidiaria (v., in tal senso, sentenza del 18 dicembre 2014, M’Bodj, C‑542/13, EU:C:2014:2452, punti 35 e 36).

(v. punti 28‑30, 35, 45, 49‑51, 58 e dispositivo)