Language of document : ECLI:EU:C:2020:120

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE

HENRIK SAUGMANDSGAARD ØE

presentate il 27 febbraio 2020 (1)

Causa C778/18

Association française des usagers de banques

contro

Ministre de l’Économie et des Finances

[domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Conseil d’État (Consiglio di Stato, Francia)]

«Rinvio pregiudiziale – Tutela dei consumatori – Contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali – Conto di pagamento o di risparmio – Obbligo del mutuatario di accreditare i suoi redditi su un conto di pagamento per un periodo la cui durata è stabilita dal contratto di mutuo – Vantaggio personalizzato – Direttiva 2007/64/CE – Articolo 45, paragrafo 2 – Direttiva (UE) 2015/2366 – Articolo 55, paragrafo 2 – Directive 2014/17/UE – Articolo 4, punti 26 et 27 – Pratica di commercializzazione abbinata – Pratica di commercializzazione aggregata – Articolo 12, paragrafo 1 – Articolo 12, paragrafo 2, lettera a) – Articolo 12, paragrafo 3 – Direttiva 2014/92/UE»






I.      Introduzione

1.        La domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Conseil d’État (Consiglio di Stato, Francia) verte sull’interpretazione dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), e paragrafo 3, della direttiva 2014/17/UE (2), dell’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64/CE (3), dell’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva (UE) 2015/2366 (4), nonché dell’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92/UE (5). Tali disposizioni mirano, in sostanza, ad agevolare la mobilità bancaria.

2.        Tale domanda è stata presentata in occasione di una controversia tra l’Association française des usagers de banques (in prosieguo: l’«AFUB») e il Ministre de l’Économie et des Finances (Ministro dell’Economia e delle Finanze, Francia), nell’ambito della quale l’AFUB contesta una normativa nazionale che autorizza il creditore a condizionare un’offerta di prestito immobiliare all’accredito, da parte del mutuatario, per dieci anni o, se la durata del contratto di credito è inferiore, per tale durata, di tutti i suoi stipendi o redditi assimilati su un conto di pagamento presso il creditore, purché, in contropartita, il creditore conceda al mutuatario il beneficio di un vantaggio personalizzato.

3.        L’AFUB ritiene che tale normativa disattenda l’obiettivo di agevolare la mobilità bancaria perseguito dalle direttive summenzionate. In tale contesto, il Conseil d’État (Consiglio di Stato) interroga la Corte sulla compatibilità di una siffatta normativa con le disposizioni del diritto dell’Unione esposte di seguito.

4.        Nelle presenti conclusioni, spiegherò perché ritengo che, supponendo che una normativa come quella di cui trattasi nel procedimento principale consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi della direttiva 2014/17, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare nel procedimento principale, tale direttiva non autorizzi una siffatta pratica di commercializzazione abbinata, né in forza del proprio articolo 12, paragrafo 2, lettera a), né in forza del proprio articolo 12, paragrafo 3. Per contro, poiché il giudice del rinvio ritiene che la normativa di cui al procedimento principale riguardi una pratica di commercializzazione aggregata ai sensi della direttiva 2014/17, l’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64, l’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva 2015/2366, nonché l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92, non ostano a una siffatta normativa.

II.    Quadro giuridico

A.      Diritto dell’Unione

1.      Direttiva 2007/64

5.        L’articolo 45 della direttiva 2007/64, intitolato «Recesso», al paragrafo 2 prevede quanto segue:

«Il recesso da un contratto quadro concluso per una durata superiore ai 12 mesi o per una durata indefinita non comporta spese per l’utente dei servizi di pagamento dopo la scadenza di 12 mesi. In tutti gli altri casi le spese per lo scioglimento del contratto devono essere adeguate e in linea con i costi sostenuti.»

2.      Direttiva 2015/2366

6.        La direttiva 2007/64 è stata abrogata con effetto dal 13 gennaio 2018 dalla direttiva 2015/2366, il cui articolo 55 contiene, al suo paragrafo 2, una disposizione sostanzialmente identica a quella dell’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64, salvo il fatto che il periodo di cui sopra è stato ridotto da dodici a sei mesi.

3.      Direttiva 2014/17

7.        I considerando 24 e 25 della direttiva 2014/17 sono formulati come segue:

«(24)      Date le caratteristiche particolari dei contratti di credito relativi a beni immobili residenziali è pratica comune che i creditori offrano ai consumatori una serie di prodotti o servizi acquistabili insieme con il contratto. Data la rilevanza di tali contratti per i consumatori è opportuno stabilire le norme specifiche in materia di commercializzazione abbinata. La combinazione dei contratti di credito con uno o più servizi o prodotti finanziari sotto forma di pacchetto permette ai creditori di diversificare l’offerta in uno spirito di concorrenza, purché le componenti del pacchetto possano essere acquistate anche separatamente. Se è vero che i consumatori possono beneficiare della combinazione di contratti di credito con uno o più servizi o prodotti finanziari in pacchetti, è anche vero che la mobilità dei consumatori e la loro capacità di operare scelte informate può essere ostacolata da questa stessa pratica a meno che le componenti del pacchetto non possano essere acquistate separatamente. È importante impedire pratiche quali la commercializzazione abbinata di taluni prodotti che possono indurre i consumatori a concludere contratti di credito non rispondenti al loro interesse, senza peraltro limitare la commercializzazione aggregata di prodotti potenzialmente vantaggiosa per i consumatori. Tuttavia gli Stati membri dovrebbero continuare a controllare attentamente i mercati dei servizi finanziari al dettaglio per garantire che le pratiche di pratica di vendita aggregata non distorcano la scelta del consumatore e la concorrenza nel mercato.

(25)      Di norma le pratiche di commercializzazione abbinata non dovrebbero essere ammesse, salvo che i servizi o prodotti finanziari offerti insieme con il contratto di credito non possano essere offerti separatamente in quanto parte integrante del credito, per esempio nel caso di uno scoperto garantito. In altri casi può tuttavia essere giustificato che i creditori offrano o vendano un contratto di credito insieme con un conto di pagamento, un conto di risparmio, prodotti d’investimento o pensionistici laddove, per esempio, il capitale del conto è usato per rimborsare il credito o costituisce un prerequisito della raccolta di risorse ai fini dell’ottenimento del credito, ovvero in situazioni in cui, per esempio, un prodotto d’investimento o un prodotto pensionistico privato serve da ulteriore garanzia del credito. (...)».

8.        L’articolo 4 di tale direttiva così dispone:

«Ai fini della presente direttiva si applicano le seguenti definizioni:

(...)

26.      “pratica di commercializzazione abbinata”: l’offerta o la commercializzazione di un contratto di credito in un pacchetto che comprende altri prodotti o servizi finanziari distinti, qualora il contratto di credito non sia disponibile per il consumatore separatamente;

27.      “pratica di commercializzazione aggregata”: l’offerta o la commercializzazione di un contratto di credito in un pacchetto che comprende altri prodotti o servizi finanziari distinti, in cui il contratto di credito viene messo a disposizione del consumatore anche separatamente, ma non necessariamente alle stesse condizioni praticate quando esso è offerto in maniera aggregata con i servizi accessori;

(…)».

9.        L’articolo 12 della direttiva in parola recita:

«1.      Gli Stati membri consentono le pratiche di commercializzazione aggregata, ma vietano le pratiche di commercializzazione abbinata.

2.      In deroga al paragrafo 1, gli Stati membri possono prevedere che i creditori possano chiedere al consumatore o a un familiare o parente stretto del consumatore:

a)      l’apertura o la tenuta di un conto di pagamento o di risparmio, il cui unico fine sia l’accumulo di capitale per rimborsare il credito in capitale o interessi, raccogliere risorse per ottenere il credito o fornire ulteriore garanzia per il creditore nell’eventualità di un inadempimento;

(...)

3.      In deroga al paragrafo 1, gli Stati membri possono consentire pratiche di commercializzazione abbinata qualora il creditore possa dimostrare alla pertinente autorità competente che i prodotti o le categorie di prodotti abbinati offerti, a condizioni tra loro simili, che non sono messi a disposizione separatamente, comportano un chiaro vantaggio per i consumatori tenendo debitamente conto della disponibilità e dei prezzi di prodotti analoghi offerti sul mercato. Il presente paragrafo si applica soltanto ai prodotti immessi in commercio dopo il 20 marzo 2014.

(...)»

4.      Direttiva 2014/92

10.      Il considerando 12 della direttiva 2014/92 è formulato come segue:

«(...) Tutte le disposizioni della presente direttiva dovrebbero riguardare i conti di pagamento mediante i quali i consumatori sono in grado di effettuare le seguenti operazioni: deposito di fondi e prelievo di contante, ed esecuzione e ricezione di operazioni di pagamento a favore di terzi e da questi ultimi, compresa l’esecuzione di bonifici. Di conseguenza, dovrebbero essere esclusi i conti con funzioni più limitate. Ad esempio, in linea di principio dovrebbero essere esclusi dall’ambito di applicazione della presente direttiva i conti quali i conti di risparmio, i conti di appoggio ad una carta di credito, che generalmente vengono alimentati al solo scopo di rimborsare un debito della carta di credito, i mutui a conto corrente o i conti di moneta elettronica. Tuttavia, se tali conti venissero utilizzati per operazioni di pagamento ordinarie e comprendessero tutte le funzioni sopra elencate, essi rientrerebbero nell’ambito di applicazione della presente direttiva. (...)»

11.      L’articolo 1 di tale direttiva, intitolato «Oggetto e ambito di applicazione», al suo paragrafo 6 prevede quanto segue:

«La presente direttiva si applica ai conti di pagamento mediante i quali i consumatori sono in grado almeno di:

a)      depositare fondi su un conto di pagamento;

b)      prelevare contante da un conto di pagamento;

c)      eseguire e ricevere operazioni di pagamento, compresi i bonifici, a favore di terzi e da questi ultimi.

(…)».

12.      Ai sensi del paragrafo 3 dell’articolo 12 di tale direttiva, intitolato «Spese connesse con il servizio di trasferimento»:

«3.      Gli Stati membri assicurano che eventuali spese addebitate al consumatore dal prestatore di servizi di pagamento trasferente per la chiusura del conto di pagamento detenuto presso di esso siano fissate conformemente all’articolo 45, paragrafi 2, 4 e 6 della [direttiva 2007/64 (6)]»

B.      Diritto francese

1.      La loi relative à la transparence, à la lutte contre la corruption et à la modernisation de la vie économique (legge sulla trasparenza, la lotta contro la corruzione e la modernizzazione della vita economica)

13.      Ai sensi dell’articolo 67, paragrafo II, della legge n. 2016-1691, del 9 dicembre 2016, sulla trasparenza, la lotta contro la corruzione e la modernizzazione della vita economica:

«Alle condizioni previste dall’articolo 38 della Costituzione, il governo può adottare con ordinanza, entro un termine di sei mesi a decorrere dalla data di promulgazione della presente legge, le misure previste ai sensi di legge al fine di prevedere, nel rispetto dell’articolo L. 312-1-2 del code monétaire et financier (codice monetario e finanziario), le condizioni alle quali la sottoscrizione, da parte di un consumatore, di un contratto di credito immobiliare, nonché il livello del tasso d’interesse dello stesso, possono essere abbinati all’apertura di un conto di deposito e all’accredito del proprio reddito, qualunque sia la natura o l’origine degli stessi, per la durata del credito (...)».

2.      Codice monetario e finanziario

14.      L’articolo L. 312-1-2 del codice monetario e finanziario così dispone:

«I.-1.      È vietata la vendita o l’offerta in vendita di prodotti o di prestazioni di servizi aggregati, salvo che i prodotti o le prestazioni di servizi inclusi nell’offerta aggregata possano essere acquistati individualmente o qualora siano inseparabili.

2.      È vietata la vendita o offerta di vendita di prodotti o di prestazioni di servizi effettuata al cliente che dia diritto a titolo gratuito, immediatamente o a termine, a un premio finanziario o in natura di prodotti, beni o servizi il cui valore sia superiore ad una soglia fissata, in funzione del tipo di prodotto o di servizio offerto alla clientela, da un regolamento adottato con decreto del Ministro dell’Economia, adottato previo parere del comitato consultivo istituito dall’articolo L. 614-1.

Tali disposizioni si applicano anche ai servizi di pagamento menzionati al paragrafo II dell’articolo L. 314-1.»

3.      Code de la consommation (Codice del consumo)

15.      Ai sensi dell’articolo L. 313-25 del codice del consumo, come modificato dall’ordonnance no 2017 1090, du 1er juin 2017, relative aux offres de prêt immobilier conditionnées à la domiciliation des salaires ou revenus assimilés de l’emprunteur sur un compte de paiement (ordinanza del 1° giugno 2017 relativa alle offerte di prestito immobiliare condizionate all’accredito degli stipendi o redditi assimilati del mutuatario su un conto di pagamento), nella versione applicabile ai fatti del procedimento principale:

«L’offerta di cui all’articolo L. 313-24:

(...)

10° Indica se il credito è soggetto alla condizione di accredito di cui all’articolo L. 313-25-1. In tal caso, sono indicate la durata di quest’ultima, eventualmente le spese di apertura e di tenuta del conto sul quale sono accreditati gli stipendi o i redditi assimilati, nonché la natura del vantaggio personalizzato concesso in cambio dal creditore. L’offerta deve consentire di identificare chiaramente tale vantaggio, indicandone le condizioni, di tasso o di altro tipo, alle quali essa è effettuata, e che sarebbero applicate dal creditore qualora venisse meno il requisito dell’accredito da parte del mutuatario.

(...)»

16.      L’articolo L. 313-25-1 di tale codice, introdotto dall’ordinanza del 1° giugno 2017 precedentemente menzionata, nella versione applicabile ai fatti del procedimento principale, prevede quanto segue:

«Il creditore può condizionare l’offerta di prestito menzionato all’articolo L. 313-24 all’accredito, da parte del mutuatario, dei suoi stipendi o redditi assimilati su un conto di pagamento di cui all’articolo L. 314-1 del codice monetario e finanziario, purché, in contropartita, il creditore conceda al mutuatario il beneficio di un vantaggio personalizzato.

Tale condizione non può essere imposta al mutuatario oltre una durata massima fissata con decreto del Conseil d’État (Consiglio di Stato). Alla scadenza del termine previsto dal contratto di credito, il vantaggio personalizzato viene acquisito dal mutuatario fino alla scadenza del credito.

Se, prima della scadenza di tale termine, la predetta condizione di accredito da parte del mutuatario viene meno, il creditore può cessare, per le scadenze restanti fino alla scadenza del credito, il vantaggio personalizzato di cui al primo comma e applicare le condizioni, di tasso o di altro tipo, indicate al paragrafo 10º dell’articolo L. 313-25. (...)»

17.      L’articolo R. 313-21-1, introdotto nel predetto codice dal décret no 2017-1099 du 14 juin 2017 fixant la durée pendant laquelle le prêteur peut imposer à l’emprunteur la domiciliation de ses salaires ou revenus assimilés sur un compte de paiement (decreto n. 2017-1099 del 14 giugno 2017 che stabilisce il periodo durante il quale il creditore può imporre al mutuatario l’accredito degli stipendi o redditi assimilati su un conto di pagamento), dispone quanto segue:

«La durata massima del periodo di accredito degli stipendi o redditi assimilati di cui all’articolo L. 313-25-1 è fissata a dieci anni a decorrere dalla conclusione del contratto di credito o, eventualmente, dalla modifica del contratto di credito iniziale.

In nessun caso tale durata può eccedere quella del contratto di credito».

III. Procedimento principale e questioni pregiudiziali

18.      Con la legge n. 2016-1691, del 9 dicembre 2016, sulla trasparenza, la lotta alla corruzione e la modernizzazione della vita economica, il Parlamento francese ha autorizzato il governo di tale Stato membro ad adottare con ordinanza le misure previste ai sensi di legge al fine di prevedere, nel rispetto dell’articolo L. 312-1-2 del codice monetario e finanziario (7), le condizioni alle quali la sottoscrizione, da parte di un consumatore, di un contratto di credito immobiliare, nonché il livello del tasso d’interesse dello stesso, possono essere abbinati all’apertura di un conto di deposito e all’accredito del proprio reddito.

19.      Da tale delega deriva l’emanazione dell’ordinanza no 2017‑1090 del 1° giugno 2017 relativa alle offerte di prestito immobiliare condizionate all’accredito degli stipendi o redditi assimilati del mutuatario su un conto di pagamento.

20.      Tale ordinanza ha introdotto un nuovo articolo L. 313-25-1 nel codice del consumo, il quale dispone, in sostanza, che il creditore può condizionare l’offerta di prestito all’accredito, da parte del mutuatario, dei suoi stipendi o redditi assimilati su un conto di pagamento, purché, in contropartita, il creditore conceda al mutuatario il beneficio di un vantaggio personalizzato. Inoltre, la condizione dell’accredito bancario non può essere imposta al mutuatario oltre una durata massima, al termine della quale il vantaggio personalizzato viene acquisito dal mutuatario fino alla scadenza del credito.

21.      In risposta ad una domanda di chiarimenti della Corte (8), il giudice del rinvio ha precisato che la nozione di «conto di pagamento» ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo non riguarda solamente i conti di pagamento destinati esclusivamente al rimborso di un credito ipotecario, o, più in generale, un credito immobiliare, ma riguarda altresì i conti utilizzati dai mutuatari per eseguire operazioni di pagamento ordinarie quali il versamento, il trasferimento e il prelievo di fondi.

22.      Il decreto 14 giugno 2017, n. 2017-1099, adottato sulla base dell’ordinanza indicata al paragrafo 19 delle presenti conclusioni, ha introdotto un nuovo articolo R-313-21-1 nel codice del consumo, applicabile alle offerte di credito effettuate dal 1º gennaio 2018, ai sensi del quale la durata della condizione dell’accredito bancario non può essere superiore a dieci anni, o alla durata del credito, se essa è inferiore a dieci anni.

23.      Dinanzi al Conseil d’État (Consiglio di Stato), l’AFUB chiede l’annullamento di tale decreto per eccesso di potere.

24.      In merito, l’AFUB sostiene, in primo luogo, che l’ordinanza n. 2017‑1090, del 1° giugno 2017, in applicazione della quale è stato adottato il decreto impugnato, disattenda l’obiettivo di agevolare la mobilità bancaria perseguito dalle direttive 2007/64, 2015/2366, 2014/92 e 2014/17. Infatti, la stessa autorizza gli enti creditizi ad accompagnare la domiciliazione bancaria con vantaggi tali che la rinuncia a questi ultimi avrebbe per il mutuatario un costo proibitivo, ostacolando la mobilità bancaria. Dall’altro lato, l’AFUB sostiene che il decreto impugnato disattenda l’obiettivo medesimo fissando a dieci anni la durata massima del periodo nel quale gli enti creditizi possono condizionare la concessione dei vantaggi di cui trattasi all’accredito degli stipendi o redditi assimilati dei mutuatari.

25.      Il Ministro dell’Economia e delle Finanze ritiene che tali motivi siano infondati.

26.      Esaminando la domanda di annullamento del decreto, di cui l’ordinanza n. 2017-1090, del 1° giugno 2017, costituisce la base giuridica, il Conseil d’État (Consiglio di Stato) si interroga sulla compatibilità delle disposizioni contenute in questi due atti con le citate direttive (9).

27.      Più precisamente, tale giudice ritiene che, per rispondere ai motivi dedotti dall’AFUB occorre stabilire, in primo luogo, se le disposizioni dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17/UE, tenuto conto in particolare della finalità che le stesse attribuiscono al conto di pagamento o di risparmio di cui autorizzano l’apertura o la tenuta, o le disposizioni dell’articolo 12, paragrafo 3 della medesima direttiva permettano, da un lato, che il creditore imponga al mutuatario, come contropartita di un vantaggio personalizzato, l’accredito di tutti i suoi redditi salariali o assimilati su un conto di pagamento per un periodo la cui durata è stabilita dal contratto di mutuo, a prescindere dall’importo, dalle scadenze e dalla durata del mutuo stesso, e, dall’altro, che la durata così fissata possa raggiungere i dieci anni o, qualora sia inferiore, la durata del contratto stesso.

28.      Tale risposta implica che venga stabilito, in secondo luogo, se, da una parte, l’articolo 45 della direttiva 2007/64, applicabile nel periodo rilevante e oggi ripreso all’articolo 55 della direttiva 2015/2366, e gli articoli da 9 a 14 della direttiva 2014/92, relativi all’agevolazione della mobilità bancaria e alle spese per la chiusura di un conto di pagamento, ostino a che la chiusura di un conto che era stato aperto dal mutuatario presso il creditore affinché vi venissero accreditati i suoi redditi in cambio di un vantaggio personalizzato nell’ambito di un contratto di credito implichi, qualora essa avvenga prima della scadenza del periodo fissato nel contratto stesso, la perdita del vantaggio di cui trattasi, anche quando sia trascorso più di un anno dall’apertura del conto e, dall’altra, se le medesime disposizioni ostino a che tale periodo possa protrarsi fino a dieci anni o per tutta la durata del credito.

29.      In tale contesto, con decisione del 5 dicembre 2018, pervenuta in cancelleria l’11 dicembre 2018, il Conseil d’État (Consiglio di Stato) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1)      [S]e le disposizioni di cui all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva [2014/17], tenuto conto in particolare della finalità che le stesse attribuiscono al conto di pagamento o di risparmio di cui autorizzano l’apertura o la tenuta, o le disposizioni di cui all’articolo 12, paragrafo 3, permettano, da un lato, che il creditore imponga al mutuatario, come contropartita di un vantaggio personalizzato, l’accredito di tutti i suoi redditi salariali o assimilati su un conto di pagamento per un periodo la cui durata è stabilita dal contratto di credito, a prescindere dall’importo, dalle scadenze e dalla durata del credito, e dall’altro, che la durata così fissata possa raggiungere i dieci anni o, qualora sia inferiore, la durata del contratto stesso;

2)      [S]e l’articolo 45 della direttiva [2007/64], applicabile nel periodo rilevante e oggi ripreso all’articolo 55 della direttiva [2015/2366], e gli articoli da 9 a 14 della direttiva [2014/92], relativi all’agevolazione della mobilità bancaria e alle spese per la chiusura di un conto di pagamento, ostino a che la chiusura di un conto che il mutuatario aveva aperto presso il creditore affinché vi venissero accreditati i suoi redditi in cambio di un vantaggio personalizzato nell’ambito di un contratto di credito implichi, qualora essa avvenga prima della scadenza del periodo fissato nel contratto stesso, la perdita del vantaggio di cui trattasi, anche qualora sia trascorso più di un anno dall’apertura del conto e, d’altra parte, se le medesime disposizioni ostino a che tale periodo possa protrarsi fino a dieci anni o per tutta la durata del credito».

30.      Hanno presentato osservazioni scritte dinanzi alla Corte il governo francese, il governo ceco e la Commissione europea. Il governo francese e la Commissione sono comparsi all’udienza di discussione tenutasi il 18 dicembre 2019.

IV.    Analisi

A.      Sull’interpretazione dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), e paragrafo 3, della direttiva 2014/17 (prima questione)

31.      Con la prima questione pregiudiziale, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17, o l’articolo 12, paragrafo 3, della medesima direttiva, autorizzino una normativa nazionale come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che consente che il creditore imponga al mutuatario, come contropartita di un vantaggio personalizzato, l’accredito di tutti i suoi redditi salariali o assimilati su un conto di pagamento per un periodo la cui durata è stabilita dal contratto di credito, a prescindere dall’importo, dalle scadenze e dalla durata del credito, e che permette che la durata così fissata possa raggiungere i dieci anni o, qualora sia inferiore, la durata del contratto stesso.

32.      La direttiva 2014/17 definisce un quadro comune per alcuni aspetti delle disposizioni legislative degli Stati membri concernenti contratti concernenti i crediti ai consumatori garantiti da un’ipoteca o altrimenti relativi a beni immobili residenziali (10), e ha l’obiettivo di garantire un elevato livello di protezione dei consumatori che sottoscrivano contratti di credito relativi a beni immobili (11).

33.      In tale contesto, l’articolo 12, paragrafo 1, della direttiva 2014/17 dispone che gli Stati membri consentono le pratiche di commercializzazione aggregata, ma vietano le pratiche di commercializzazione abbinata (12).

34.      Benché le pratiche di commercializzazione abbinata siano vietate, l’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), e paragrafo 3, della direttiva 2014/17, le autorizza comunque, a determinate condizioni. Con la prima questione pregiudiziale, il giudice del rinvio chiede se una normativa quale quella di cui trattasi nel procedimento principale possa rientrare in una di queste due eccezioni.

35.      A tal proposito, osservo, anzitutto, che la direttiva 2014/17 si applica alle situazioni regolate dalla normativa concernente i crediti immobiliari, quale la normativa di cui si discute nel procedimento principale. Infatti, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, lettera b), di tale direttiva, la stessa si applica ai contratti di credito finalizzati all’acquisto o alla conservazione di diritti di proprietà su un terreno o su una costruzione edificata o progettata.

36.      Rilevo, poi, che la questione pregiudiziale si fonda sulla premessa secondo cui la normativa nazionale di cui al procedimento principale consente una pratica di commercializzazione abbinata, dato che le eccezioni previste all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), e paragrafo 3, della direttiva 2014/17 riguardano soltanto le pratiche di commercializzazione abbinata.

37.      Orbene, il governo francese sostiene che la normativa di cui si discute rientra nelle pratiche di commercializzazione aggregata ai sensi della direttiva 2014/17, e non nelle pratiche di commercializzazione abbinata e, pertanto, che tale normativa nazionale è legittima in forza dell’articolo 12, paragrafo 1, di tale direttiva. Detto governo afferma che il creditore ha l’obbligo di proporre al consumatore, contestualmente, crediti immobiliari con clausola di accredito bancario, in cambio di un vantaggio personalizzato che può essere costituito, ad esempio, da un tasso d’interesse preferenziale, dalla riduzione delle spese connesse alla gestione del conto di pagamento o delle spese relative alle carte di pagamento, e crediti immobiliari senza clausola di accredito bancario. In altri termini, il credito immobiliare e il conto di pagamento potrebbero essere acquistati separatamente (13).

38.      Interrogato sul punto, il Conseil d’État (Consiglio di Stato) ha rilevato, in risposta alla richiesta di chiarimenti della Corte (14), che la questione se la possibilità, prevista all’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, di subordinare il credito alla condizione dell’accredito dei redditi su un conto aperto presso il creditore debba essere interpretata nel senso che consente una pratica di commercializzazione abbinata o una pratica di commercializzazione aggregata ai sensi della direttiva 2014/17, è una questione «che spetterà al Conseil d’État (Consiglio di Stato) risolvere, successivamente alla risposta della Corte in merito alla questione pregiudiziale» e che «si tratta di una questione difficile, nella misura in cui finora non è mai stata trattata dalla giurisprudenza, neppure da quella della Corte di giustizia relativa all’ambito delle definizioni di pratica di commercializzazione abbinata e di pratica di commercializzazione aggregata ai sensi del diritto dell’Unione, ma anche, cosa che spetta al giudice nazionale, alla luce della realtà concreta delle pratiche osservate».

39.      Risulta quindi che il Conseil d’État (Consiglio di Stato) nutra dubbi sull’ambito di applicazione della normativa di cui trattasi nel procedimento principale (15).

40.      A tal riguardo, sottolineo l’incidenza della portata della normativa di cui trattasi nel procedimento principale sulla risposta che occorre fornire alla questione pregiudiziale.

41.      Infatti, anche supponendo che il giudice del rinvio ritenga che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi della direttiva 2014/17, tale normativa sarà legittima, in forza di tale direttiva, solo se soddisfa le condizioni che quest’ultima prevede o al suo articolo 12, paragrafo 2, lettera a), o al suo articolo 12, paragrafo 3. In una tale situazione, occorre necessariamente verificare l’applicabilità di queste due disposizioni al procedimento principale. Per contro, qualora il giudice del rinvio ritenga che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale riguardi una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 27, di detta direttiva, tale normativa sarà allora autorizzata in quanto tale in forza dell’articolo 12, paragrafo 1, della medesima direttiva (16), il quale, lo ricordo, consente le pratiche di commercializzazione aggregata (17).

42.      Esaminerò nel prosieguo l’applicabilità delle eccezioni contenute all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17 (sezione 1) e all’articolo 12, paragrafo 3, della medesima direttiva (sezione 2), sul presupposto che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, di detta direttiva (18).

1.      Sullapplicabilità dellarticolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17

43.      L’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17, per quanto mi consta, non è stato ancora oggetto di una valutazione da parte della Corte (19).

44.      Tale disposizione dispone che gli Stati membri possano prevedere che i creditori possano chiedere al consumatore l’apertura o la tenuta di un conto di pagamento o di risparmio, il cui unico fine sia l’accumulo di capitale per rimborsare il credito in capitale o interessi, raccogliere risorse per ottenere il credito o fornire ulteriore garanzia per il creditore nell’eventualità di un inadempimento.

45.      Nel caso di specie, occorre di conseguenza verificare se il conto di pagamento di cui all’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo preveda uno di questi tre fini alternativi e, eventualmente, se esso sia anche il suo unico fine ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.

46.      Come illustrerò, ritengo che non sia così: da un lato, nutro dubbi sulla conformità dell’obiettivo del conto di pagamento, previsto all’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, ai fini del conto autorizzati dall’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17 (sezione a). Dall’altro lato, risulta, in ogni caso, dal fascicolo, che il conto di pagamento, previsto all’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, ha funzioni diverse da quelle autorizzate dall’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), di detta direttiva, il che osta, a mio avviso, all’applicabilità di tale disposizione (sezione b).

a)      Sul fine del conto di pagamento di cui trattasi nel procedimento principale

47.      Per quanto riguarda il fine del conto di pagamento ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, alla luce del fascicolo di cui dispone la Corte, ritengo che le parti interessate abbiano pareri divergenti.

48.      Infatti, constato, anzitutto, che il governo francese ha rilevato, in subordine (20), in udienza, che la normativa nazionale, consentendo di imporre al consumatore una clausola di accredito dei suoi redditi su un conto di pagamento aperto presso il creditore, non fa altro che autorizzare il creditore a chiedere l’apertura di un conto il cui unico fine è di ottenere ulteriori garanzie nell’eventualità di un inadempimento. La normativa di cui trattasi nel procedimento principale prevedrebbe in altri termini l’ultimo dei tre fini previsti all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.

49.      Ricordo, poi, che il giudice del rinvio ha precisato che la nozione di «conto di pagamento» ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo non riguarda solamente i conti di pagamento destinati esclusivamente al rimborso di un credito immobiliare, ma riguarda altresì i conti utilizzati dai mutuatari per eseguire operazioni di pagamento ordinarie quali il versamento, il trasferimento e il prelievo di fondi (21).

50.      Tale precisazione, fornita dal giudice del rinvio, lascia quindi intendere che il conto di pagamento, ai sensi dell’articolo L. 313-25-1, del codice del consumo, mira a conseguire diversi obiettivi, di cui solo uno è previsto all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17, ossia l’accumulo di capitale per rimborsare il credito.

51.      Infine, rilevo che la Commissione ha sottolineato che l’obiettivo dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, e del condizionamento dell’offerta all’accredito dei redditi del mutuatario, è quello di tutelare il mutuatario dalle clausole abusive di accredito di redditi in materia di credito immobiliare secondo la raccomandazione della Commission des clauses abusives (Commissione sulle clausole abusive, Francia), che ha ritenuto che siffatte clausole possano apparire sproporzionate, qualora tale obbligo non sia accompagnato da alcun vantaggio personalizzato.

52.      Con tale osservazione, la Commissione sembra quindi suggerire che il conto di pagamento ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo mirerebbe ad un fine diverso da quelli menzionati all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17 (22).

53.      Ciò premesso, mi chiedo, in ogni caso, come sia possibile che il conto di pagamento, ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, possa prevedere uno dei fini previsti all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17, pur potendo essere utilizzato dai mutuatari per eseguire operazioni di pagamento, compreso il prelievo di fondi, come precisato dal giudice del rinvio. Infatti, poiché i mutuatari dispongono pienamente del conto di pagamento, vale a dire senza particolari restrizioni, l’accredito dei loro redditi su tale conto non fornisce alcuna garanzia per i creditori quanto al rimborso del credito connesso a tale conto.

54.      Tale osservazione mi porta necessariamente a ritenere che il conto abbia un unico fine ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.

b)      Sul requisito dell«unico fine» ai sensi dellarticolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17

55.      La circostanza che i mutuatari possano utilizzare il conto di pagamento, ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo, per eseguire operazioni di pagamento, osta all’applicabilità dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17, che richiede che tale conto abbia uno degli obiettivi menzionati in tale disposizione come unico fine?

56.      Un’interpretazione letterale, teleologica e complessiva dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17 mi induce a ritenere, al pari della Commissione, che sia così.

57.      Infatti, anzitutto, la formulazione dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), di tale direttiva richiede che il conto abbia come unico fine uno dei tre obiettivi menzionati in tale disposizione.

58.      A tale riguardo, risulta chiaramente dai termini con cui sono formulati i primi due fini che il conto di pagamento può essere utilizzato solo per accumulare o a raccogliere risorse, il che esclude il prelievo di fondi e l’esecuzione di operazioni. L’ultimo fine menzionato all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17 implica un’esclusione analoga, in quanto esso riguarda la «garanzia (...) nell’eventualità di un inadempimento» per il creditore. Per definizione, si presume che un conto che funge da garanzia nell’eventualità di un inadempimento non possa essere utilizzato dai mutuatari per altri fini.

59.      Inoltre, come ho esposto al paragrafo 53 delle presenti conclusioni, l’utilizzo del conto di pagamento per eseguire operazioni di pagamento rischia di compromettere i fini del conto di pagamento previsti all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17, che giustificano l’eccezione al divieto di pratica di commercializzazione abbinata.

60.      Infatti, come risulta dai considerando 24 e 25 della direttiva 2014/17, la pratica di commercializzazione abbinata può ostacolare la mobilità dei consumatori e la loro capacità di operare scelte informate. Questa è la ragione per cui tale direttiva vieta le pratiche di commercializzazione abbinata in maniera generale e le consente solo in talune situazioni ben definite, nelle quali il legislatore europeo ha ritenuto che un siffatto rischio sia escluso. Orbene, consentire altri usi del conto di pagamento, quali quelli previsti dalla normativa di cui trattasi nel procedimento principale, determina un potenziale pregiudizio all’obiettivo dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.

61.      Non posso pertanto condividere la posizione del governo francese, che ha rilevato, all’udienza, che il fatto di escludere taluni usi del conto, quali quelli previsti dalla normativa di cui trattasi nel procedimento principale, equivarrebbe a restringere senza motivo per il creditore l’uso, da parte del consumatore, del proprio conto di pagamento, in violazione dei propri interessi.

62.      Sottolineo, a tal riguardo, che dall’interpretazione da me proposta consegue in pratica che i creditori sono tenuti a limitare i redditi da accreditare sul conto di pagamento a una parte dei redditi corrispondente agli importi necessari per il rimborso del credito, per la concessione del credito o per fornire al creditore una garanzia ulteriore nell’eventualità di un inadempimento. Tale restrizione promuove la mobilità bancaria dei consumatori, poiché consente loro di collocare il resto dei loro redditi presso istituti di credito diversi da quello del creditore del credito immobiliare.  

63.      Infine, l’interpretazione da me proposta è corroborata da un’interpretazione complessiva dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.

64.      Infatti, ricordo, da un lato, che l’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), di tale direttiva costituisce un’eccezione al divieto della pratica di commercializzazione abbinata previsto all’articolo 12, paragrafo 1, di detta direttiva e che, pertanto, deve essere interpretato restrittivamente (23).

65.      Dall’altro lato, l’interpretazione da me proposta è corroborata dalla modalità secondo cui la direttiva 2014/17 si coordina con la direttiva 2014/92 sulla comparabilità delle spese relative al conto di pagamento, sul trasferimento del conto di pagamento e sull’accesso al conto di pagamento con caratteristiche di base.

66.      Infatti, come rilevato dalla Commissione in udienza, nella misura in cui un conto di pagamento può essere utilizzato per il prelievo di fondi, tale conto è soggetto alle norme della direttiva 2014/92 relative al trasferimento del conto. Per contro, un conto esclusivamente destinato al rimborso del credito è esplicitamente escluso dall’ambito di applicazione di tale normativa (24), dato che, a mio avviso, tale conto può essere autorizzato in quanto pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.

67.      Da quanto precede risulta che l’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17 deve essere interpretato nel senso che esso non autorizza una normativa nazionale quale quella di cui trattasi nel procedimento principale, nella misura in cui tale normativa consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, della medesima direttiva, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare nel procedimento principale.

2.      Sullapplicabilità dellarticolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/17

68.      L’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/17 richiede, da parte sua, che il creditore possa dimostrare alla pertinente autorità competente che la pratica di commercializzazione abbinata comporta un chiaro vantaggio per i consumatori. Inoltre, la disposizione stabilisce la modalità secondo cui verificare tale circostanza: in occasione di tale valutazione, occorre tenere debitamente conto della disponibilità e dei prezzi di prodotti analoghi offerti sul mercato.

69.      Al riguardo, rilevo che, secondo costante giurisprudenza della Corte, per la trasposizione di una direttiva nel diritto interno non è necessario che le disposizioni di questa vengano riprese in modo formale e testuale in una norma di legge espressa e specifica e può essere sufficiente un quadro giuridico generale, purché esso garantisca effettivamente la piena applicazione della direttiva in modo sufficientemente chiaro e preciso. Difatti, ciascuno Stato membro ha l’obbligo di attuare le direttive in modo tale che siano soddisfatti appieno i requisiti di chiarezza e di certezza delle situazioni giuridiche imposti dal legislatore comunitario, nell’interesse dei soggetti interessati stabiliti negli Stati membri. A tal fine le disposizioni di una direttiva devono essere attuate con efficacia cogente incontestabile, nonché con la specificità, la precisione e la chiarezza necessarie(25).

70.      Per quanto riguarda la normativa di cui trattasi nel procedimento principale, rilevo che da essa non risulta che occorra valutare il vantaggio personalizzato tenendo conto della disponibilità e dei prezzi di prodotti analoghi offerti sul mercato. Peraltro, dalle osservazioni del governo francese risulta che la clausola di accredito bancario contenuta nel contratto di credito immobiliare è il risultato della libera trattativa tra il creditore e il consumatore.

71.      Da questo punto di vista, ritengo, come osservato dalla Commissione in udienza, che tale normativa non garantisca, con la specificità, la precisione e la chiarezza necessarie, che il vantaggio personalizzato comporti un chiaro vantaggio per il consumatore rispetto al prezzo degli altri prodotti offerti sul mercato (26). Ciò è tanto più vero in quanto l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/17 costituisce un’eccezione al divieto di pratiche di commercializzazione abbinata e deve quindi essere interpretato restrittivamente (27).

72.      Ne consegue che l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/17 deve essere interpretato nel senso che esso non autorizza una normativa nazionale quale quella di cui trattasi nel procedimento principale, nella misura in cui tale normativa consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, della medesima direttiva, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare nel procedimento principale.

B.      Sull’interpretazione dell’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64, dell’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva 2015/2366, e dell’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92 (seconda questione)

73.      Con la seconda questione pregiudiziale, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se, da un lato, l’articolo 45 della direttiva 2007/64 e l’articolo 55 della direttiva 2015/2366, che ha sostituito tale prima disposizione a partire dal 13 gennaio 2018 e, dall’altro, gli articoli da 9 a 14 della direttiva 2014/92, ostino a una normativa nazionale ai sensi della quale la chiusura di un conto, che era stato aperto dal mutuatario presso il creditore affinché vi venissero accreditati i suoi redditi, in cambio di un vantaggio personalizzato, nell’ambito di un contratto di credito, implichi, qualora essa avvenga prima della scadenza del periodo fissato nel contratto stesso, la perdita del vantaggio di cui trattasi, anche quando sia trascorso più di un anno dall’apertura del conto e, dall’altra, se le medesime disposizioni ostino a che tale periodo possa protrarsi fino a dieci anni o per tutta la durata del credito.

74.      Il giudice del rinvio non ha precisato quali aspetti delle disposizioni summenzionate l’abbiano indotto a interrogarsi sull’interpretazione di queste ultime.

75.      Tuttavia, quando si osserva la formulazione della questione pregiudiziale, si constata, da un lato, che si precisa che le disposizioni del diritto dell’Unione di cui trattasi riguardano «spese per la chiusura di un conto di pagamento» e che è indicato, dall’altro, che la normativa nazionale interessata consente, a determinate condizioni, la perdita di un vantaggio personalizzato in caso di chiusura di un conto.

76.      Intendo pertanto la questione pregiudiziale nel senso che il Conseil d’État (Consiglio di Stato) chiede, in sostanza, se una siffatta perdita del vantaggio personalizzato costituisca una spesa per la chiusura di un conto di pagamento ai sensi delle direttive 2007/64, 2015/2366 e 2014/92 e, eventualmente, se le modalità di tale perdita soddisfino le condizioni previste al riguardo da tali direttive.

77.      Per tale ragione, anche se la questione pregiudiziale, come formulata, verte sull’articolo 45 della direttiva 2007/64 e sull’articolo 55 della direttiva 2015/2366 nel suo complesso, nonché su tutte le disposizioni previste agli articoli da 9 a 14 della direttiva 2014/92, la intendo nel senso che essa verte, in realtà, sul paragrafo 2 dell’articolo 45 della direttiva 2007/64, sostituito dal paragrafo 2 dell’articolo 55 della direttiva 2015/2366, nonché sull’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92, che riguardano le spese per la chiusura di un conto di pagamento.

78.      Occorre quindi verificare se tali disposizioni ostino ad una normativa come quella alla quale si riferisce la questione pregiudiziale.

79.      A tale riguardo, osservo che, a differenza della prima questione pregiudiziale, che si fonda sulla premessa secondo la quale la normativa di cui trattasi nel procedimento principale consente una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi della direttiva 2014/17(28), la seconda questione pregiudiziale non indica con la medesima chiarezza se anche tale questione si fondi su tale premessa. Tuttavia, alla luce della formazione della seconda questione, mi sembra che la normativa interessata riguardi una pratica di commercializzazione aggregata ai sensi della direttiva 2014/17(29). Sotto tale profilo, quini, analizzerò la seconda questione pregiudiziale(30).

80.      Per quanto riguarda, in primo luogo, la direttiva 2007/64 che armonizza i servizi di pagamento nel mercato interno, ritengo che essa sia applicabile nel caso di specie (31).

81.      L’articolo 45 della direttiva 2007/64 fa parte del capo 3 di tale direttiva, intitolato «Contratti quadro», applicabile alle operazioni di pagamento rientranti in un contratto quadro (32).

82.      In tale contesto, l’articolo 45, intitolato «recesso», dispone, al paragrafo 1, che i contratti quadro possono essere sciolti in qualsiasi momento dall’utente dei servizi di pagamento, salvo qualora sia stato convenuto contrattualmente un periodo di preavviso che non può essere superiore a un mese. Il paragrafo 2 aggiunge che il recesso da tali contratti, conclusi per una durata superiore ai 12 mesi o per una durata indefinita, non comporta spese per l’utente dei servizi di pagamento dopo la scadenza di 12 mesi. Tale disposizione mira ad agevolare la mobilità dei clienti (33).

83.      Nel caso di specie, occorre constatare che la normativa di cui trattasi nella causa principale, qualora consenta una pratica di commercializzazione aggregata ai sensi della direttiva 2014/17, stabilisce le condizioni di un vantaggio personalizzato relativo alla concessione di un credito.

84.      Pertanto, la perdita del vantaggio è il risultato dell’applicazione di una clausola del contratto di credito concordata tra le parti, che subordina la concessione di tale vantaggio all’accredito, da parte del creditore, dei propri stipendi e dei propri redditi.

85.      Come sostenuto a tal riguardo dai governi francese e ceco, nonché dalla Commissione, la perdita di tale vantaggio è solo la conseguenza della cessazione dell’accredito dei redditi, e non rappresenta quindi una spesa per il recesso da un contratto quadro ai sensi dell’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64.

86.      Le osservazioni sopra esposte valgono anche per quanto riguarda l’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva 2015/2366, il cui ambito di applicazione, per quanto riguarda il procedimento principale, è identico a quello della direttiva 2007/64 (34); tale disposizione è sostanzialmente identica a quella dell’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64, salvo che il periodo di cui sopra è stato ridotto da dodici a sei mesi.

87.      Per quanto riguarda, in secondo luogo, la direttiva 2014/92, essa si aggiunge alle direttive 2007/64 e 2015/2366 in quanto stabilisce, tra le altre, le norme riguardanti il trasferimento del conto di pagamento all’interno di uno Stato membro e le norme per agevolare l’apertura di un conto di pagamento transfrontaliero da parte dei consumatori (35).

88.      A tal riguardo, ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92, gli Stati membri assicurano che eventuali spese addebitate al consumatore dal prestatore di servizi di pagamento trasferente per la chiusura del conto di pagamento detenuto presso di esso siano fissate conformemente all’articolo 45, paragrafo 2 della direttiva 2007/64 e all’articolo 55, paragrafo 2 della direttiva 2015/2366 (36).

89.      Quanto alla direttiva 2014/92, essa è applicabile a una normativa quale quella di cui trattasi nel procedimento principale in forza del suo articolo 1, paragrafo 6, interpretato alla luce del considerando 12 (37).

90.      Ciò premesso, alla luce delle osservazioni sopra esposte a proposito dell’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva 2014/92 e dell’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64, è giocoforza constatare che la perdita del vantaggio non rappresenta una spesa per la chiusura del conto di pagamento ai sensi della direttiva 2014/92.

91.      Da quanto precede risulta che l’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva 2007/64, l’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva 2015/2366, nonché l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92 non ostano a una normativa come quella alla quale fa riferimento la questione pregiudiziale.

V.      Conclusione

92.      Alla luce delle suesposte considerazioni, propongo alla Corte di rispondere alle questioni sollevate dal Conseil d’État (Consiglio di Stato) nei seguenti termini:

1)      L’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 febbraio 2014, in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali e recante modifica delle direttive 2008/48/CE e 2013/36/UE e del regolamento (UE) n. 1093/2010, deve essere interpretato nel senso che esso non autorizza una normativa nazionale che consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, di tale direttiva, secondo la quale il creditore può imporre al mutuatario, in cambio di un vantaggio personalizzato, l’accredito di tutti i suoi redditi salariali o assimilati su un conto di pagamento per un periodo la cui durata è stabilita dal contratto di credito, nella misura in cui il mutuatario può utilizzare tale conto per eseguire operazioni di pagamento ordinarie quali il versamento, il trasferimento e il prelievo di fondi.

L’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/17 deve essere interpretato nel senso che esso non autorizza una normativa nazionale che consenta una pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, di tale direttiva, nella misura in cui tale normativa non garantisce, da un lato, che la pratica di commercializzazione abbinata comporti un chiaro vantaggio per il consumatore né, dall’altro, che tale valutazione sia effettuata tenendo debitamente conto della disponibilità e del prezzo dei prodotti in questione offerti sul mercato.

2)      L’articolo 45, paragrafo 2, della direttiva n. 2007/64/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 novembre 2007, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, recante modifica delle direttive 97/7/CE, 2002/65/CE, 2005/60/CE e 2006/48/CE, che abroga la direttiva 97/5/CE, l’articolo 55, paragrafo 2, della direttiva (UE) 2015/2366 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2015, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, che modifica le direttive 2002/65/CE, 2009/110/CE e 2013/36/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010, e che abroga la direttiva 2007/64/CE, nonché l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva n. 2014/92/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 luglio 2014, sulla comparabilità delle spese relative ai conti di pagamento, sul cambiamento del conto di pagamento e sull’accesso a un conto di pagamento accompagnato da prestazioni di base, devono essere interpretati nel senso che non ostano ad una normativa nazionale, secondo la quale la chiusura di un conto aperto dal mutuatario presso il creditore per l’accredito dei propri redditi in cambio di un vantaggio personalizzato nell’ambito di un contratto di credito implichi, qualora essa avvenga prima della scadenza del periodo fissato nel contratto stesso, la perdita del vantaggio di cui trattasi, anche quando sia trascorso più di un anno dall’apertura del conto, e secondo la quale tale periodo possa protrarsi fino a dieci anni o per tutta la durata del credito.


1      Lingua originale: il francese.


2      Direttiva 2014/17/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 febbraio 2014, in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali e recante modifica delle direttive 2008/48/CE e 2013/36/UE e del regolamento (UE) n. 1093/2010 (GU 2014, L 60, pag. 34, rettificata da GU 2015, L 246, pag. 11 e GU 2017, L 166, pag. 82).


3      Direttiva 2007/64/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 novembre 2007, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, recante modifica delle direttive 97/7/CE, 2002/65/CE, 2005/60/CE e 2006/48/CE, che abroga la direttiva 97/5/ CE (GU 2007, L 319, pag. 1, rettificata da GU 2009, L187, pag. 5).


4      Direttiva (UE) 2015/2366 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2015, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, che modifica le direttive 2002/65/CE, 2009/110/CE e 2013/36/UE e il regolamento (UE) n. 1093/2010, e abroga la direttiva 2007/64/CE (GU 2015, L 337, pag. 35, rettificata da GU 2018, L 102, pag. 97).


5      Direttiva n. 2014/92/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 luglio 2014, sulla comparabilità delle spese relative ai conti di pagamento, sul cambiamento del conto di pagamento e sull’accesso a un conto di pagamento accompagnato da prestazioni di base (GU 2014, L 257, pag. 214).


6      Ai sensi dell’articolo 114 della direttiva 2015/2366, i riferimenti alla direttiva 2007/64 si intendono fatti alla direttiva 2015/2366. Pertanto, l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/92 rinvia, a partire dal 13 gennaio 2018, all’articolo 55, paragrafi 2, 4 e 6 della direttiva 2015/2366, che ha sostituito l’articolo 45, paragrafi 2, 4 e 6 della direttiva 2007/64.


7      L. 312-1-2 del codice monetario e finanziario, citato al paragrafo 14 delle presenti conclusioni, contiene, in sostanza, un divieto di pratica di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, della direttiva 2014/17, e un’autorizzazione alla pratica di commercializzazione aggregata ai sensi dell’articolo 4, punto 27, della medesima direttiva. V., a tal riguardo, nota 15 delle presenti conclusioni.


8      Risposta del 23 ottobre 2019 alla richiesta di chiarimenti della Corte del 26 settembre 2019.


9      Il giudice del rinvio ha precisato, nella propria risposta alla richiesta di chiarimenti della Corte (v. nota 8 delle presenti conclusioni) che l’ordinanza n. 2017-1090, del 1° giugno 2017, è stata abrogata dal paragrafo XV dell’articolo 206 della loi no 2019-486, du 22 mai 2019, relative à la croissance et à la transformation des entreprises (legge n. 2019-486, del 22 maggio 2019, sulla crescita e la trasformazione delle imprese), ma che ciò non toglie che il decreto di cui trattasi nel procedimento principale sia stato applicato, ragion per cui le questioni sottoposte alla Corte mantengono rilevanza.


10      Articolo 1 della direttiva 2014/17.


11      Considerando 15 della direttiva 2014/17.


12      Le definizioni di «pratica di commercializzazione abbinata» e di «pratica di commercializzazione aggregata» sono contenute all’articolo 4, rispettivamente, punti 26 e 27 della direttiva 2014/17; v. tali definizioni al paragrafo 8 delle presenti conclusioni.


13       Benché la determinazione della portata della normativa di cui si discute nel procedimento principale sia di competenza del giudice nazionale (v., in particolare, sentenze del 26 settembre 2000, Mayeur C‑175/99, EU:C:2000:505, paragrafo 22; del 1º giugno 2006, innoventif C‑453/04, EU:C:2006:361, paragrafo 29, nonché dell’8 luglio 2010, Sjöberg et Gerdin C‑447/08 e C‑448/08, EU:C:2010:415, paragrafo 54), confesso tuttavia che, alla luce del fascicolo di cui dispone la Corte, a prima vista, la posizione del governo francese appare convincente. In particolare, dalla formulazione stessa dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo risulta che gli istituti di credito possano subordinare l’offerta di credito all’accredito, da parte del mutuatario, dei propri stipendi o redditi assimilati su un conto di pagamento in cambio di un vantaggio personalizzato.  A tal proposito, rilevo che, nella misura in cui l’accredito dei redditi e, quindi, il conto di pagamento, non è una condizione per ottenere il credito in quanto tale, ma solo per ottenere un vantaggio personalizzato, si tratta, a mio avviso, di una pratica di commercializzazione aggregata ai sensi dell’articolo 4, punto 27, della direttiva 2014/17. Infatti, in tal caso, il credito rappresenta il contratto di credito, mentre il conto di pagamento rappresenta l’altro prodotto finanziario ai sensi dell’articolo 4, punto 27, della direttiva 2014/17, e in cambio dell’accredito dei redditi, il contratto di credito viene offerto «ad altre condizioni» ai sensi di tale disposizione, ossia sotto forma di vantaggio personalizzato.


14      V. nota 8 delle presenti conclusioni.


15      In tale contesto, vorrei sottolineare, in primo luogo, che, dalla risposta alla richiesta di chiarimenti della Corte (v. nota 8 delle presenti conclusioni) consegue che il giudice nazionale nutre dubbi su tale punto, nonostante il fatto che il contesto giuridico nazionale su cui si basa l’ordinanza impugnata, ovvero l’articolo 67 della legge n. 2016-1691, del 9 dicembre 2016, sulla trasparenza, la lotta alla corruzione e la modernizzazione della vita economica, impone il rispetto dell’articolo L. 312-1-2 del codice monetario e finanziario che, secondo il Conseil d’État (Consiglio di Stato) autorizza le pratiche di commercializzazione aggregata ai sensi dell’articolo 4, punto 27, della direttiva 2014/17 e vieta le pratiche di commercializzazione abbinata ai sensi dell’articolo 4, punto 26, di tale direttiva. A tal riguardo, rilevo, in secondo luogo, che i dubbi del giudice del rinvio relativi all’ambito di applicazione della normativa nazionale di cui trattasi nel procedimento principale sembrano derivare, segnatamente, dal fatto che è possibile che gli istituti di credito subordinino, in pratica, la concessione del credito ad una clausola di accredito bancaria e, pertanto, all’ottenimento di un conto di pagamento, il che costituisce una pratica di commercializzazione abbinata. Infatti, nella sua risposta alla richiesta di chiarimenti della Corte, il Conseil d’État (Consiglio di Stato), riferendosi ad una relazione del gennaio 2019  sull’accredito dei redditi redatta dalla Presidente del comité consultatif du secteur financier (Comitato consultivo per il settore finanziario, Francia) su richiesta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, cita due parti interessate con opinioni in tal senso: i rappresentanti degli intermediari ritengono che «in realtà, la contropartita non possa considerarsi tale, poiché i casi finora osservati si sono concretizzati nell’indicazione della tabella dei tassi standard come tabella “con accredito”, e nell’aggiunta di una nuova tabella molto meno evidente indicata come “senza accredito”  o in un costo extra decisamente punitivo».  Parimenti, i rappresentanti dei clienti di privati sostengono che «l’apertura di un conto bancario, nonché la sottoscrizione di prodotti diversi (pacchetti, assicurazioni automobilistiche e abitative) è spesso una condizione preliminare per la concessione di un credito immobiliare». Aggiungo che, per contro, gli istituti di credito indicano che il cliente può sempre scegliere di non accreditare i propri redditi e quindi di non beneficiare del vantaggio personalizzato. A mio avviso, occorre tuttavia distinguere la questione dell’eventuale inosservanza della normativa di cui trattasi nel procedimento principale da parte degli istituti di credito da quella della compatibilità di tale normativa, in quanto tale, con il diritto dell’Unione.


16      Osservo tuttavia che la Commissione ha sottolineato in udienza che il considerando 24 della direttiva 2014/17 contiene una precisazione rispetto all’ambito di applicazione dell’autorizzazione prevista all’articolo 12, paragrafo 1, della direttiva 2014/17 delle pratiche di commercializzazione aggregata. Tale considerando precisa che non è opportuno limitare la commercializzazione aggregata di prodotti potenzialmente vantaggiosa per i consumatori, ma che tuttavia gli Stati membri dovrebbero continuare a controllare attentamente i mercati dei servizi finanziari al dettaglio per garantire che le pratiche di vendita aggregata non distorcano la scelta del consumatore e la concorrenza nel mercato. Di conseguenza, l’autorizzazione di tali vendite dovrebbe sempre avvenire nell’interesse del consumatore e della libera concorrenza e il legislatore dovrebbe, in tale contesto, prevenire situazioni contrarie ai propri interessi.


17      Poiché la questione pregiudiziale sarebbe pertanto priva di rilevanza, sottolineo, per completezza, che la questione sollevata è comunque ricevibile. Infatti, tenuto conto, in particolare, del fatto che la qualificazione della normativa di cui trattasi nel procedimento principale come pratica di commercializzazione abbinata non può essere esclusa, occorre considerare che la risposta alla questione sollevata è utile al giudice del rinvio per risolvere la controversia di cui al procedimento principale e, pertanto, che la questione è ricevibile. V., in tal senso, in particolare, sentenze del 27 ottobre 1993, Enderby (C‑127/92, EU:C:1993:859, punti 11 e 12); del 7 dicembre 2010, VEBIC (C‑439/08, EU:C:2010:739, punti da 44 a 48), nonché del 2 maggio 2019, A-Fonds (C‑598/17, EU:C:2019:352, punti da 34 a 40).


18      Conformemente alla definizione di pratica commerciale abbinata di cui all’articolo 4, punto 26, della direttiva 2014/17, ciò implica che il contratto di credito non sia proposto al consumatore separatamente dal conto di pagamento e, quindi, che l’obbligo di accreditare i redditi su tale conto sia una condizione per ottenere il credito stesso.


19      Osservo che la disposizione di cui all’articolo 12 della direttiva 2014/17 non faceva parte della proposta di direttiva presentata dalla Commissione (COM (2011) 142 definitivo), ma che è stata inserita in occasione della prima lettura da parte del Parlamento europeo.


20      Ricordo che il governo francese sostiene, in via principale, che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale consente una pratica di commercializzazione abbinata (v. paragrafo 37 delle presenti conclusioni).


21      V. paragrafo 21 delle presenti conclusioni.


22      Al riguardo, osservo altresì che, dalla relazione del gennaio 2019 sull’accredito dei redditi, redatta dalla presidente del Comitato consultivo del settore finanziario, su richiesta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, cui il giudice del rinvio fa riferimento nella sua risposta alla richiesta di chiarimenti, risulta che «[i]n particolare, l’accredito dei redditi può costituire un ulteriore garanzia utile in sede di esame della domanda di credito». Tale osservazione non consente di trarre conclusioni sulla questione se la normativa di cui trattasi preveda uno dei fini menzionati all’articolo 12, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2014/17.


23      V., in tal senso, in particolare, sentenza del 10 settembre 2014, Kušionová (C‑34/13,EU:C:2014:2189, punto 77).


24      Articolo 1, paragrafo 6, della direttiva 2014/92, letto in combinato disposto con il considerando 12 di tale direttiva.


25      V., in tal senso, in particolare, sentenza del 4 giugno 2009, SALIX Grundstücks-Vermietungsgesellschaft (C‑102/08, EU:C:2009:345, punti da 40 a 42, nonché giurisprudenza ivi citata). Sottolineo che tale giurisprudenza si applica anche quando si tratta della trasposizione di una deroga facoltativa, quale l’articolo 12, paragrafo 3, della direttiva 2014/17. V. in tal senso, in particolare, sentenza del 21 ottobre 2010, Accardo e a. (C‑227/09, EU:C:2010:624, punto 55).


26      Il fatto che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale richieda che l’offerta deve consentire di identificare il vantaggio personalizzato, indicandone le condizioni, di tasso o di altro tipo, alle quali essa è effettuata, e che sarebbero applicate dal creditore qualora venisse meno il requisito dell’accredito da parte del mutuatario (L. 313-25 del codice del consumo) non pregiudica tale conclusione.


27      V., al riguardo, la nota 22 delle presenti conclusioni.


28      V. paragrafo 36 delle presenti conclusioni.


29      Infatti, poiché la chiusura di un conto aperto dal mutuatario presso il creditore affinché vi vengano accreditati i suoi redditi in cambio di un vantaggio comporta solo la perdita di tale vantaggio, si tratta, a mio parere, di una pratica di commercializzazione aggregata ai sensi della direttiva 2014/17, v. nota 13 delle presenti conclusioni.


30      Peraltro, poiché dalla mia risposta alla prima questione pregiudiziale discende che la normativa di cui trattasi nel procedimento principale è vietata in forza della direttiva 2014/17, dal momento che tale normativa consente pratica di commercializzazione abbinata ai sensi di detta direttiva, è superfluo esaminare anche la compatibilità di siffatta normativa con le disposizioni alle quali si riferisce la seconda questione pregiudiziale.


31      Ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva 2007/64, essa si applica ai «servizi di pagamento» prestati nell’Unione europea. La nozione di «servizi di pagamento» è definita all’articolo 4, punto 3, della medesima direttiva, come relativa alle «attività commerciali elencate nell’allegato». Il punto 1 dell’allegato menziona «[i] servizi che permettono di depositare il contante su un conto di pagamento nonché tutte le operazioni richieste per la gestione di un conto di pagamento».


32      Articolo 40 della direttiva 2007/64. Il contratto quadro è definito all’articolo 4, punto 12, della medesima direttiva, come un contratto di servizi di pagamento che disciplina la futura esecuzione delle operazioni di pagamento individuali e successive e che può comportare l’obbligo di aprire un conto di pagamento e le relative condizioni.


33      V. considerando 29 della direttiva 2007/64.


34      V. articolo 2, paragrafo 1, della direttiva 2015/2366, letto in combinato disposto con l’articolo 4, punto 3, e l’allegato di tale direttiva.


35      V. considerando 2 della direttiva 2014/92 e articolo 1 di tale direttiva.


36      V. nota 6 delle presenti conclusioni.


37      Infatti, ricordo che la nozione di «conto di pagamento» ai sensi dell’articolo L. 313-25-1 del codice del consumo include anche i conti utilizzati dai mutuatari per eseguire operazioni di pagamento ordinarie. A questo proposito, il considerando 12 della direttiva 2014/92, citato al paragrafo 10 delle presenti conclusioni, chiarisce l’ambito di applicazione della direttiva di cui all’articolo 1, paragrafo 6. In sostanza, da tale chiarimento consegue che la direttiva si applica ad un conto di pagamento destinato esclusivamente al rimborso di un credito ipotecario, mentre tale conto viene utilizzato anche per effettuare operazioni di pagamento ordinarie.