Language of document : ECLI:EU:C:2020:751

Edizione provvisoria

SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione)

24 settembre 2020 (*)

«Impugnazione – Concorrenza – Intese – Mercato europeo dei cavi elettrici sotterranei e sottomarini – Ripartizione del mercato nell’ambito di progetti – Infrazione unica e continuata – Successione di entità giuridiche – Imputabilità del comportamento illecito – Principio della parità di trattamento – Snaturamento di elementi di prova – Regolamento (CE) n. 1/2003 – Articolo 20 – Poteri di ispezione della Commissione europea in materia di intese – Potere di copiare dati senza esame preliminare e di esaminarli successivamente nei locali della Commissione – Ammende»

Nella causa C‑601/18 P,

avente ad oggetto l’impugnazione, ai sensi dell’articolo 56 dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea, proposta il 24 settembre 2018,

Prysmian SpA, con sede in Milano (Italia),

Prysmian Cavi e Sistemi Srl, con sede in Milano,

rappresentate inizialmente da C. Tesauro e L. Armati, avvocati, successivamente da C. Firth e C. Griesenbach, solicitor,

ricorrenti,

procedimento in cui le altre parti sono:

Commissione europea, rappresentata da F. Castilla Contreras, C. Sjödin, T. Vecchi e P. Rossi, in qualità di agenti,

convenuta in primo grado,

The Goldman Sachs Group Inc., con sede in New York (Stati Uniti), rappresentata da J. Koponen, advokat, e A. Mangiaracina, avvocatessa,

Pirelli & C. SpA, con sede in Milano, rappresentata da G. Rizza e M. Siragusa, avvocati,

intervenienti in primo grado,

LA CORTE (Seconda Sezione),

composta da A. Arabadjiev, presidente di sezione, P.G. Xuereb (relatore) e T. von Danwitz, giudici,

avvocato generale: J. Kokott

cancelliere: M. Longar, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 23 ottobre 2019,

vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1        Con la loro impugnazione, Prysmian SpA e Prysmian Cavi e Sistemi Srl chiedono l’annullamento della sentenza del Tribunale dell’Unione europea del 12 luglio 2018, Prysmian e Prysmian Cavi e Sistemi/Commissione (T‑475/14; in prosieguo: la «sentenza impugnata», EU:T:2018:448), con cui quest’ultimo ha respinto il loro ricorso diretto ad ottenere, da un lato, l’annullamento della decisione C(2014) 2139 final della Commissione, del 2 aprile 2014, relativa a un procedimento a norma dell’articolo 101 [TFUE] e dell’articolo 53 dell’Accordo SEE (caso AT.39610 – Cavi elettrici) (in prosieguo: la «decisione controversa»), nella parte che le riguarda e, dall’altro, la riduzione dell’importo delle ammende loro inflitte nella decisione controversa.

 Contesto normativo

2        L’articolo 20, intitolato «Poteri della Commissione in materia di [ispezioni]», del regolamento (CE) n. 1/2003 del Consiglio, del 16 dicembre 2002, concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli [101 e 102 TFUE] (GU 2003, L 1, pag. 1), prevede quanto segue:

«1.      Per l’assolvimento dei compiti affidatile dal presente regolamento, la Commissione può procedere a tutt[e] [le ispezioni] necessari[e] presso le imprese e associazioni di imprese.

2.      Gli agenti e le altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione a procedere [a un’ispezione] dispongono dei seguenti poteri:

a)      accedere a tutti i locali, terreni e mezzi di trasporto di imprese e associazioni di imprese;

b)      controllare i libri e qualsiasi altro documento connesso all’azienda, su qualsiasi forma di supporto;

c)      fare o ottenere sotto qualsiasi forma copie o estratti dei suddetti libri o documenti;

d)      apporre sigilli a tutti i locali e libri o documenti aziendali per la durata [dell’ispezione] e nella misura necessaria al loro espletamento;

e)      chiedere a qualsiasi rappresentante o membro del personale dell’impresa o dell’associazione di imprese spiegazioni su fatti o documenti relativi all’oggetto e allo scopo [dell’ispezione] e verbalizzarne le risposte.

(...)

4.      Le imprese e le associazioni di imprese sono obbligate a sottoporsi [alle ispezioni] ordinat[e] dalla Commissione mediante decisione. La decisione precisa l’oggetto e lo scopo [dell’ispezione], ne fissa la data di inizio ed indica le sanzioni previste dagli articoli 23 e 24, nonché il diritto di presentare ricorso dinanzi alla Corte di giustizia avverso la decisione. La Commissione adotta tali decisioni dopo aver sentito l’autorità garante della concorrenza dello Stato membro nel cui territorio dev[e] essere effettuat[a] [l’ispezione].

(...)».

3        L’articolo 21 di tale regolamento, intitolato «[Ispezione] in altri locali», enuncia quanto segue:

«1.      Se vi sono motivi ragionevoli di sospettare che libri o altri documenti connessi all’azienda e all’oggetto [dell’ispezione], che possono essere pertinenti per provare un’infrazione grave all’articolo [101] o dell’articolo [102 TFUE], sono conservati in altri locali, terreni e mezzi di trasporto, compreso il domicilio di amministratori, direttori e altri membri del personale delle imprese o associazioni di imprese interessate, la Commissione può, mediante decisione, ordinare che si[a] effettuat[a] [un’ispezione] in siffatti locali, terreni e mezzi di trasporto.

(...)

4.      Gli agenti e le altre persone che li accompagnano autorizzati dalla Commissione ad effettuare [un’ispezione] ordinat[a] in conformità del paragrafo 1 dispongono dei poteri previsti all’articolo 20, paragrafo 2, lettere a), b) e c). (…)».

4        Ai sensi dell’articolo 23, paragrafi 2 e 3, di detto regolamento:

«2.      La Commissione può, mediante decisione, infliggere ammende alle imprese ed alle associazioni di imprese quando, intenzionalmente o per negligenza:

a) commettono un’infrazione alle disposizioni dell’articolo [101] o dell’articolo [102 TFUE] (…)

(...)

3.      Per determinare l’ammontare dell’ammenda occorre tener conto, oltre che della gravità dell’infrazione, anche della sua durata».

 Fatti e decisione controversa

5        I fatti della controversia, descritti ai punti da 1 a 20, da 39 a 44 e 131 della sentenza impugnata, possono, ai fini del presente procedimento, essere riassunti come segue.

6        Le ricorrenti, Prysmian SpA e Prysmian Cavi e Sistemi Srl (in prosieguo: «PrysmianCS»), sono due società italiane che, insieme, costituiscono, il gruppo Prysmian. La seconda di esse, detenuta al 100% dalla prima, è un leader a livello mondiale nel settore dei cavi elettrici sottomarini e sotterranei.

7        Tra il 18 febbraio 1999 e il 28 luglio 2005, Pirelli & C. SpA (in prosieguo: «Pirelli»), già Pirelli SpA, una società italiana, era la società madre di Pirelli Cavi e Sistemi SpA (in prosieguo: «PirelliCS»), poi di Pirelli Cavi e Sistemi Energia SpA (in prosieguo: «PirelliCSE»), attive nel settore dei cavi elettrici sottomarini e sotterranei. Il 28 luglio 2005 Pirelli ha ceduto quest’ultima società a una controllata di The Goldman Sachs Group, Inc. (in prosieguo: «Goldman Sachs»), una società americana. In seguito a tale cessione, PirelliCSE è divenuta Prysmian Cavi e Sistemi Energia Srl (in prosieguo: «PrysmianCSE»), poi PrysmianCS.

8        Con lettera del 17 ottobre 2008, ABB AB, una società stabilita in Svezia, ha fornito alla Commissione europea, nell’ambito di una domanda di immunità, ai sensi della comunicazione della Commissione relativa all’immunità dalle ammende e alla riduzione del loro importo nei casi di cartelli tra imprese (GU 2006, C 298, pag. 17), una serie di dichiarazioni e di documenti relativi a pratiche commerciali restrittive nel suddetto settore.

9        La Commissione ha quindi effettuato un’indagine.

10      Mercoledì 28 gennaio 2009, gli ispettori della Commissione (in prosieguo: gli «ispettori»), accompagnati da un rappresentante dell’autorità italiana garante della concorrenza, si sono recati nei locali delle ricorrenti a Milano (Italia) al fine di effettuare un’ispezione ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 4, del regolamento n. 1/2003 (in prosieguo: «l’ispezione in questione»), sulla base di una decisione del 9 gennaio 2009 che ingiungeva a Prysmian nonché alle imprese da essa direttamente o indirettamente controllate di sottoporsi a siffatta ispezione (in prosieguo: la «decisione di ispezione»). Ai sensi dell’articolo 1, secondo comma, di tale decisione, «[l’ispezione in questione poteva] essere svolt[a] in qualsiasi locale dell’impresa o delle sue controllate, in particolare nei locali situati in Viale Sarca 222, 20126 Milano». Dopo aver notificato tale decisione alle ricorrenti e aver consegnato loro una nota esplicativa relativa alle ispezioni, gli ispettori hanno controllato i computer di cinque dipendenti, in presenza dei rappresentanti e degli avvocati delle ricorrenti.

11      Il secondo giorno dell’ispezione in questione, ossia giovedì 29 gennaio 2009, gli ispettori hanno informato le ricorrenti che quest’ultima avrebbe richiesto tempi più lunghi dei tre giorni inizialmente previsti. Le ricorrenti hanno dichiarato la propria disponibilità a consentire l’accesso ai loro locali durante il fine settimana, oppure a che fossero apposti dei sigilli al fine di proseguire l’ispezione in questione la settimana successiva. Tuttavia, il terzo giorno di ispezione, vale a dire il 30 gennaio 2009, gli ispettori hanno deciso di estrarre una copia-immagine dei dischi rigidi dei computer di tre dei cinque dipendenti inizialmente oggetto di esame (in prosieguo, i «computer in questione»), al fine di esaminarne il contenuto presso gli uffici della Commissione a Bruxelles (Belgio).

12      Le ricorrenti hanno fatto osservare che il metodo di controllo proposto dagli ispettori era illegittimo. Dopo essere state informate dagli ispettori che qualsiasi opposizione alla procedura di controllo proposta sarebbe stata considerata un atteggiamento «non collaborativo», le ricorrenti si sono conformate a tale procedura, pur riservandosi il diritto di contestarne la legittimità in sede giudiziale.

13      Gli ispettori hanno successivamente estratto alcune copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione. Le copie-immagine dei dischi rigidi di due computer sono state salvate su un supporto informatico per la registrazione di dati. La copia-immagine del disco rigido del terzo computer è stata salvata su un computer della Commissione. Tale computer e il supporto informatico per la registrazione di dati in questione sono stati inseriti in buste sigillate che gli ispettori hanno portato a Bruxelles.

14      Il 26 febbraio 2009 le buste sigillate menzionate al punto precedente sono state aperte in presenza degli avvocati delle ricorrenti negli uffici della Commissione. Gli ispettori hanno esaminato le copie‑immagine contenute in tali buste e hanno stampato su carta i documenti che hanno ritenuto rilevanti per l’indagine. Agli avvocati delle ricorrenti sono stati consegnati una seconda copia cartacea e un elenco di detti documenti. Tali operazioni sono proseguite il 27 febbraio 2009 e si sono concluse il 2 marzo 2009. L’ufficio nel quale esse si sono svolte è stato posto sotto sigilli alla fine di ogni giornata di lavoro, alla presenza degli avvocati delle ricorrenti, per essere riaperto il giorno dopo, sempre alla loro presenza. Al termine di tali operazioni, la Commissione, alla presenza dei rappresentanti delle ricorrenti, ha cancellato le copie‑immagine dei dischi rigidi che essa aveva realizzato.

15      Con atto introduttivo depositato nella cancelleria del Tribunale il 7 aprile 2009 e iscritto a ruolo con il numero T‑140/09, le ricorrenti hanno proposto un ricorso diretto segnatamente ad ottenere che il Tribunale annullasse la decisione di ispezione e dichiarasse illegittima la decisione della Commissione di estrarre una copia-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione per controllarli successivamente nei suoi uffici a Bruxelles.

16      Con sentenza del 14 novembre 2012, Prysmian e Prysmian Cavi e Sistemi Energia/Commissione (T‑140/09, non pubblicata, EU:T:2012:597), il Tribunale ha parzialmente annullato la decisione di ispezione, nella parte in cui riguardava cavi elettrici diversi dai cavi elettrici sottomarini e sotterranei ad alta tensione nonché il materiale connesso a tali altri cavi, e ha respinto il ricorso per il resto.

17      In tale contesto, all’articolo 1 della decisione controversa, la Commissione ha constatato che le ricorrenti e altre 24 società, incluse Nexans France SAS e Silec Cable SAS, due società francesi, avevano partecipato a un’intesa (in prosieguo: l’«intesa»), costitutiva di un’infrazione unica e continuata all’articolo 101 TFUE e all’articolo 53 dell’accordo sullo Spazio economico europeo, del 2 maggio 1992 (GU 1994, L 1, pag. 3; in prosieguo: l’«accordo SEE»), nel settore dei cavi elettrici ad alta (altissima) tensione sotterranei e/o sottomarini (in prosieguo: l’«infrazione di cui trattasi»).

18      In tale decisione, la Commissione ha affermato che l’intesa rivestiva due configurazioni principali che costituivano un insieme articolato, ossia:

–        una configurazione che raggruppava le imprese europee, generalmente denominate «membri R», le imprese giapponesi, designate come «membri A», e le imprese sudcoreane, designate come «membri K», e che consentiva di realizzare l’obiettivo di assegnazione di territori e clienti tra i produttori europei, giapponesi e sudcoreani (in prosieguo: la «configurazione A/R»). Tale assegnazione veniva effettuata in base a un accordo sul «territorio domestico», in virtù del quale i produttori giapponesi e sudcoreani si astenevano dall’entrare in concorrenza per progetti da realizzare nel «territorio domestico» dei produttori europei, mentre questi ultimi si impegnavano a restare al di fuori dei mercati del Giappone e della Corea del Sud. Venivano inoltre assegnati progetti nei «territori di esportazione», vale a dire il resto del mondo, ad eccezione, in particolare, degli Stati Uniti;

–        una configurazione che implicava l’assegnazione di territori e clienti da parte dei produttori europei per progetti da realizzare all’interno del territorio «domestico» europeo o attribuiti a produttori europei (in prosieguo: la «configurazione europea»).

19      Secondo la decisione controversa, PrysmianCS ha partecipato all’intesa dal 18 febbraio 1999 al 28 gennaio 2009. La responsabilità di Pirelli è stata ravvisata, in sostanza, a causa dell’esercizio, nella sua qualità di società madre, di un’influenza determinante su PirelliCSE fino al 28 luglio 2005. Prysmian è stata riconosciuta responsabile dell’infrazione di cui trattasi in quanto società madre di PrysmianCS per il periodo compreso tra il 29 luglio 2005 e il 28 gennaio 2009. Inoltre, la Commissione ha ritenuto Goldman Sachs responsabile dell’infrazione di cui trattasi per questo medesimo periodo, alla luce dei suoi legami con Prysmian e, indirettamente, con PrysmianCSE.

20      Ai fini del calcolo dell’importo delle ammende, la Commissione ha applicato l’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 1/2003 e la metodologia illustrata negli orientamenti per il calcolo delle ammende inflitte in applicazione dell’articolo 23, paragrafo 2, lettera a), del regolamento n. 1/2003 (GU 2006, C 210, pag. 2).

21      In primo luogo, per quanto riguarda l’importo di base di dette ammende, la Commissione ha determinato il valore delle vendite da prendere in considerazione. Essa ha poi fissato la percentuale di tale valore delle vendite che rispecchiava la gravità dell’infrazione di cui trattasi. A questo proposito, essa ha ritenuto che tale infrazione, per sua natura, costituisse una delle più gravi restrizioni della concorrenza, il che giustificava l’applicazione di un coefficiente di gravità del 15%. Tale istituzione ha inoltre applicato una maggiorazione di detto coefficiente fino a concorrenza del 2% per tutti i destinatari della decisione controversa a causa della quota di mercato aggregata nonché della portata geografica quasi mondiale dell’intesa, che copriva segnatamente l’intero territorio dello Spazio economico europeo (SEE).

22      Inoltre, la Commissione ha ritenuto che il comportamento delle imprese europee fosse più dannoso per la concorrenza di quello delle altre imprese, in quanto, oltre alla loro partecipazione alla configurazione A/R, le imprese europee si erano spartite i progetti vertenti su cavi nell’ambito della configurazione europea. Per tale ragione, la Commissione ha fissato la percentuale del valore delle vendite da prendere in considerazione a titolo della gravità dell’infrazione nella misura del 19% per le imprese europee e del 17% per le altre imprese. L’importo di base così determinato ammontava, per quanto riguarda PrysmianCS, a EUR 104 613 000.

23      In secondo luogo, per quanto attiene agli adeguamenti dell’importo di base delle ammende, la Commissione non ha constatato né circostanze aggravanti né circostanze attenuanti riguardo alle ricorrenti.

24      Ai sensi dell’articolo 2, lettere f) e g), della decisione controversa, la Commissione ha inflitto, da un lato, un’ammenda di importo di EUR 67 310 000 a PrysmianCS, in solido con Pirelli, per quanto riguarda il periodo dal 18 febbraio 1999 al 28 luglio 2005, e, dall’altro, un’ammenda di un importo pari a EUR 37 303 000 a PrysmianCS, in solido con Prysmian e Goldman Sachs, per il periodo compreso tra il 29 luglio 2005 e il 28 gennaio 2009.

 Procedimento dinanzi al Tribunale e sentenza impugnata

25      Con atto introduttivo depositato nella cancelleria del Tribunale il 17 giugno 2014, le ricorrenti hanno proposto un ricorso diretto ad ottenere l’annullamento della decisione controversa, nella parte che le riguardava, e la riduzione dell’importo delle ammende loro inflitte.

26      Con due ordinanze del 25 giugno 2015, il Tribunale ha autorizzato l’intervento di Pirelli e di Goldman Sachs in tale causa, la prima a sostegno delle conclusioni della Commissione e la seconda a sostegno delle conclusioni delle ricorrenti.

27      A sostegno delle loro conclusioni dirette all’annullamento della decisione controversa, le ricorrenti hanno dedotto nove motivi dinanzi al Tribunale, tra i quali, in particolare, il primo, vertente sull’illegittimità dell’ispezione in questione, il quarto, sull’erronea imputazione a PrysmianCS di una responsabilità per il periodo anteriore al 27 novembre 2001, il sesto, sull’insufficienza di prove dell’esistenza di una violazione dell’articolo 101 TFUE, il settimo, sull’erronea determinazione della durata dell’infrazione di cui trattasi e l’ottavo, nella sua seconda parte, sulla violazione del principio della parità di trattamento relativamente al calcolo delle ammende inflitte. A sostegno delle loro conclusioni volte alla riduzione dell’importo delle ammende loro inflitte, le ricorrenti hanno fatto valere, oltre agli errori della Commissione oggetto della domanda di annullamento della decisione controversa, la durata eccessiva del procedimento amministrativo.

28      Con la sentenza impugnata il Tribunale ha respinto il ricorso nella sua interezza.

29      Per quanto riguarda il primo motivo delle ricorrenti, il Tribunale ha ritenuto che, in primo luogo, e contrariamente a quanto avevano sostenuto le ricorrenti, dall’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) e c), del regolamento n. 1/2003 non emergesse che il potere della Commissione di fare o ottenere copie o estratti dei libri e dei documenti aziendali di un’impresa sottoposta a ispezione si limitasse ai libri e ai documenti aziendali che essa aveva già controllato. Una siffatta interpretazione avrebbe del resto potuto compromettere l’effetto utile dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), di detto regolamento, in quanto, in determinate circostanze, il controllo dei libri e dei documenti aziendali dell’impresa sottoposta a ispezione può richiedere la previa realizzazione di copie di detti libri o documenti aziendali o essere semplificato da tale realizzazione, come nel caso di specie. Secondo il Tribunale, dato che la realizzazione delle copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione si inseriva nel contesto dell’applicazione del software d’indagine informatica – utilizzato dalla Commissione per poter effettuare una ricerca con parole chiave nei dati contenuti in tali computer, il cui oggetto consisteva nel ricercare le informazioni rilevanti per l’indagine – la realizzazione di tali copie rientrava nei poteri previsti all’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) e c), del regolamento n. 1/2003.

30      In secondo luogo, il Tribunale ha constatato che, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, gli ispettori non avevano inserito direttamente nel fascicolo istruttorio i documenti contenuti nelle copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione senza aver previamente verificato la loro rilevanza alla luce dell’oggetto dell’ispezione.

31      In terzo luogo, il Tribunale ha dichiarato che l’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003 non stabilisce che il controllo dei libri e documenti aziendali delle imprese sottoposte a ispezione si effettua esclusivamente nei locali di queste ultime qualora, come nel caso di specie, non sia stato possibile portare a termine detta ispezione nel periodo di tempo inizialmente previsto. Esso obbligherebbe unicamente la Commissione, in sede di controllo dei documenti nei propri locali, a rispettare, nei confronti delle imprese sottoposte a ispezione, le stesse garanzie che tale istituzione è tenuta a osservare nel caso di un controllo in loco, cosa che sarebbe avvenuta nel caso di specie.

32      In quarto luogo, la Commissione non avrebbe neppure violato la portata della decisione di ispezione, dato che quest’ultima non escludeva la possibilità per la Commissione di proseguire l’ispezione nei suoi locali, a Bruxelles, e dato che le ricorrenti non avevano fatto valere che la durata dell’ispezione in questione avesse superato un termine ragionevole.

33      Per quanto riguarda il quarto motivo delle ricorrenti, il Tribunale ha dichiarato che la Commissione aveva correttamente affermato che la responsabilità derivante dal comportamento illecito di PirelliCS fino al 27 novembre 2001 era stata trasmessa a PirelliCSE in forza del principio di continuità economica e che tale responsabilità era quindi a carico di PrysmianCS. Per quanto riguarda l’argomento delle ricorrenti basato sulla violazione del principio della parità di trattamento, il Tribunale ha ritenuto che quest’ultimo dovesse conciliarsi con il principio della legalità, in base al quale nessuno può far valere a proprio vantaggio un illecito commesso a favore di altri. Secondo il Tribunale, ne conseguiva che, anche a voler supporre che la Commissione avesse tenuto un eventuale comportamento illegittimo nel non ravvisare la responsabilità di Nexans France e di Silec Cable, in virtù del principio di continuità economica, un simile eventuale comportamento illegittimo, sul quale il Tribunale non sarebbe stato chiamato a pronunciarsi nell’ambito del ricorso proposto dalle ricorrenti, non avrebbe potuto in alcun caso indurlo a constatare una discriminazione e, quindi, un illecito nei confronti di queste ultime.

34      Con riferimento al sesto motivo delle ricorrenti, il Tribunale ha dichiarato che queste ultime non avevano dimostrato che la Commissione non avesse validamente provato l’esistenza di una violazione dell’articolo 101 TFUE.

35      Per quanto riguarda il settimo motivo delle ricorrenti, il Tribunale ha deciso che la Commissione non aveva commesso errori affermando che l’inizio dell’infrazione in questione era stato determinato da una riunione svoltasi il 18 febbraio 1999.

36      Quanto alla seconda parte dell’ottavo motivo delle ricorrenti, il Tribunale ha dichiarato che il fatto che, come sostenuto dalle ricorrenti, la partecipazione delle imprese giapponesi all’infrazione di cui trattasi fosse stata simile a quella delle imprese europee quanto alla partecipazione nella configurazione europea di cartello, quand’anche dimostrato, non era tale da rimettere in discussione la conclusione della Commissione secondo cui la ripartizione dei progetti all’interno del SEE costituiva un elemento supplementare che meritava di essere sanzionato con una maggiorazione del coefficiente di gravità. Inoltre, l’argomento delle ricorrenti secondo cui la Commissione era incorsa in un errore di valutazione al riguardo sarebbe irrilevante quanto all’esistenza di una violazione del principio della parità di trattamento nei confronti delle ricorrenti. Infatti, benché un simile argomento, anche supponendolo fondato, sia idoneo a giustificare l’aumento dell’ammenda inflitta alle imprese giapponesi, il principio della parità di trattamento non può fondare alcun diritto all’applicazione non discriminatoria di un trattamento illegittimo.

37      Infine, il Tribunale ha respinto la domanda delle ricorrenti di ridurre l’importo delle ammende loro inflitte.

 Conclusioni delle parti dinanzi alla Corte

38      Le ricorrenti chiedono che la Corte voglia:

–        annullare la sentenza impugnata;

–        accogliere le loro conclusioni formulate in primo grado, e

–        condannare la Commissione alle spese.

39      La Commissione chiede che la Corte voglia:

–        respingere l’impugnazione e

–        condannare le ricorrenti alle spese.

40      Pirelli chiede che la Corte voglia:

–        respingere il secondo motivo delle ricorrenti;

–        confermare la sentenza impugnata nella parte in cui respinge il quarto motivo dedotto dalle ricorrenti in primo grado, e

–        condannare le ricorrenti alle spese da essa sostenute.

 Sull’impugnazione

41      A sostegno della loro impugnazione, le ricorrenti deducono cinque motivi. Il primo motivo verte sulla violazione dell’articolo 20, paragrafo 2, del regolamento n. 1/2003. Il secondo motivo verte su una violazione dei principi della responsabilità personale, della certezza del diritto e della parità di trattamento nonché dell’obbligo di motivazione. Il terzo motivo verte su un errore manifesto commesso dal Tribunale, per aver qualificato l’infrazione di cui trattasi come infrazione unica e continuata. Il quarto motivo verte su errori di diritto commessi nella valutazione della delimitazione della durata dell’infrazione. Il quinto motivo verte su una violazione del principio della parità di trattamento per quanto riguarda la fissazione del coefficiente di gravità.

 Sul primo motivo

 Argomenti delle parti

42      Con il loro primo motivo, che riguarda i punti da 50 a 53, 58, 60 e da 62 a 68 della sentenza impugnata, le ricorrenti fanno valere che quest’ultima è viziata da errori di diritto relativi all’interpretazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) e c), del regolamento n. 1/2003, in quanto il Tribunale ha confermato che la Commissione era legittimata, da un lato, a realizzare copie-immagine di dischi rigidi dei computer in questione senza aver prima proceduto a un esame della natura dei documenti che si trovavano in tali dischi rigidi nonché della loro rilevanza per l’ispezione di cui trattasi e, dall’altro, a proseguire quest’ultima nei suoi locali, a Bruxelles.

43      Per quanto riguarda la realizzazione di copie-immagine di dischi rigidi, dalla formulazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera c), del regolamento n. 1/2003 emergerebbe che la Commissione, quando accede ai locali di un’impresa, dovrebbe anzitutto controllare i documenti aziendali per valutarne la rilevanza ai fini dell’indagine e solo dopo aver effettuato un simile controllo potrebbe fare copia dei «suddetti libri o documenti», vale a dire i documenti che essa ha controllato.

44      Inoltre, il regolamento n. 1/2003 preciserebbe che la Commissione può controllare e copiare soltanto libri e documenti aziendali. Sebbene i computer dei dirigenti di un’impresa possano essere qualificati come «aziendali», non tutti i file, i dati e i software in essi contenuti lo sarebbero necessariamente. Pertanto, realizzando una copia-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione, la Commissione avrebbe inevitabilmente copiato anche file e dati personali e avrebbe quindi commesso una violazione flagrante dell’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) e c), del regolamento n. 1/2003.

45      La nota esplicativa relativa alle ispezioni, menzionata al punto 10 della presente sentenza, non costituirebbe una base giuridica sufficiente per giustificare una simile pratica. Conformemente al principio di legalità, qualsiasi procedura che implichi la copia di insiemi di dati dovrebbe essere disciplinata da un atto proveniente dal legislatore dell’Unione o, quantomeno, adottato dalla Commissione in forza di poteri espressamente delegati da detto legislatore.

46      Lo stesso varrebbe per quanto riguarda il luogo in cui la Commissione è autorizzata a procedere al suo controllo. La portata geografica dei poteri di indagine conferitile dall’articolo 20 del regolamento n. 1/2003 sarebbe chiaramente limitata ai locali delle imprese interessate, come dimostrerebbe il tenore letterale dell’articolo 20, paragrafo 1, di tale regolamento. Inoltre, dall’articolo 21 di detto regolamento emergerebbe che solo in via eccezionale la Commissione può esercitare i suoi poteri di ispezione in altri locali, qualora un atto di diritto dell’Unione lo autorizzi espressamente. Nel caso di specie, l’articolo 20, paragrafo 1, del medesimo regolamento e la decisione di ispezione, che ne avrebbe ripreso il contenuto, avrebbero quindi vietato alla Commissione di proseguire l’ispezione di cui trattasi nei suoi locali, a Bruxelles. Di conseguenza, l’interpretazione dell’articolo 20 del regolamento n. 1/2003 adottata dal Tribunale sarebbe contraria alla portata di tale regolamento nonché ai principi di legalità e di certezza del diritto.

47      Il fatto che l’esame dei documenti nei locali della Commissione a Bruxelles avrebbe beneficiato delle medesime garanzie che devono essere rispettate da tale istituzione all’atto di un controllo in loco non metterebbe in discussione l’esistenza di una violazione del regolamento n. 1/2003 commessa dalla stessa per aver proseguito l’ispezione di cui trattasi nei suoi locali, a Bruxelles.

48      La Commissione sostiene che il primo motivo è irricevibile, in quanto costituisce soltanto una mera ripetizione degli argomenti già dedotti nel procedimento di primo grado e mira a indurre la Corte a riesaminare gli argomenti che le ricorrenti hanno presentato dinanzi al Tribunale. In subordine, la Commissione fa valere che tale motivo è inoperante, o quantomeno infondato, poiché si basa su una lettura parziale della sentenza impugnata, che non tiene conto delle affermazioni principali del Tribunale di cui ai punti 50 e 56 di tale sentenza.

 Giudizio della Corte

49      Per quanto riguarda la ricevibilità del primo motivo, occorre rilevare che, con tale motivo, le ricorrenti contestano l’interpretazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) e c), del regolamento n. 1/2003 da parte del Tribunale. Orbene, dalla giurisprudenza della Corte risulta che, qualora un ricorrente contesti l’interpretazione o l’applicazione del diritto dell’Unione effettuata dal Tribunale, i punti di diritto esaminati in primo grado possono essere di nuovo discussi durante il procedimento di impugnazione. Infatti, se un ricorrente non potesse in tal modo basare la sua impugnazione su motivi e argomenti già utilizzati dinanzi al Tribunale, detto procedimento di impugnazione sarebbe privato di una parte di significato (sentenza del 16 gennaio 2019, Commissione/United Parcel Service, C‑265/17 P, EU:C:2019:23, punto 15 e giurisprudenza ivi citata). Ne consegue che il primo motivo è ricevibile.

50      Nel merito, occorre anzitutto rilevare che, effettivamente, le ricorrenti non contestano le affermazioni del Tribunale contenute ai punti 50 e 56 della sentenza impugnata. Secondo tali affermazioni, da un lato, la realizzazione di una copia-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione, nell’ambito dell’uso del software di indagine informatica della Commissione, costituiva, in sostanza, una tappa intermedia destinata a consentire agli ispettori di ricercare documenti rilevanti per l’ispezione di cui trattasi. Dall’altro lato, da tali constatazioni risulta che, nel caso di specie, la Commissione non aveva inserito direttamente nel fascicolo istruttorio i documenti contenuti in tali copie-immagine senza aver prima verificato la loro pertinenza rispetto all’oggetto di tale ispezione. Tuttavia, il fatto che le ricorrenti non abbiano contestato queste medesime affermazioni del Tribunale non significa, contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, che il primo motivo sia inoperante per quanto riguarda gli argomenti delle ricorrenti diretti avverso la motivazione della sentenza impugnata secondo cui la Commissione era legittimata a realizzare copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione. Tali affermazioni non sono infatti sufficienti, di per sé, a stabilire che la Commissione avesse il potere di effettuare simili copie.

51      È quindi necessario esaminare se il Tribunale abbia commesso un errore di diritto nel ritenere che l’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) o c), del regolamento n. 1/2003 conferisca alla Commissione il potere di estrarre siffatte copie-immagine e di proseguire l’ispezione nei suoi locali, a Bruxelles.

52      In primo luogo, per quanto riguarda la preparazione delle copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione, occorre rilevare che tanto dalla formulazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera c), del regolamento n. 1/2003 quanto dal suo contesto emerge che il legislatore dell’Unione, autorizzando la Commissione, con tale disposizione, a «fare o ottenere» sotto qualsiasi forma copie o estratti dei libri nonché degli altri documenti connessi all’azienda menzionati all’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), di tale regolamento, ha preso in considerazione gli elementi di prova che la Commissione è legittimata a procurarsi al fine di inserirli nel fascicolo e di servirsene, se del caso, nell’ambito di un procedimento diretto a sanzionare infrazioni al diritto della concorrenza dell’Unione. Deve quindi trattarsi di documenti coperti dall’oggetto dell’ispezione, il che presuppone che la Commissione abbia previamente verificato la loro pertinenza (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 58).

53      Ne consegue che il Tribunale non poteva fondarsi sull’articolo 20, paragrafo 2, lettera c), del regolamento n. 1/2003 per dichiarare che la Commissione era legittimata a effettuare copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione.

54      Tuttavia, l’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003, anch’esso richiamato dal Tribunale, e che autorizza la Commissione a controllare i libri e qualsiasi altro documento aziendale, a prescindere dal loro supporto, dell’impresa o dell’associazione di imprese interessata dall’ispezione, fornisce una base giuridica per la realizzazione di siffatte copie (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 60).

55      Infatti, occorre, in primo luogo, rilevare che, limitandosi a tal riguardo ad autorizzare la Commissione a procedere a un siffatto controllo, senza specificare più dettagliatamente le facoltà così concesse alla Commissione, il legislatore dell’Unione ha conferito un certo margine di discrezionalità a tale istituzione per quanto riguarda le modalità concrete del controllo al quale essa può procedere.

56      La Commissione può quindi, a seconda delle circostanze, decidere di effettuare il controllo dei dati contenuti nel supporto di dati digitali dell’impresa sottoposta a ispezione sulla base non già dell’originale, bensì di una copia di tali dati. Infatti, sia nell’ipotesi in cui essa esamini i dati originali sia in quella in cui ne analizzi la copia, la Commissione controlla gli stessi e identici dati.

57      Pertanto, il diritto della Commissione a realizzare una copia-immagine di un disco rigido di un computer, quale fase intermedia nell’ambito dell’esame dei dati contenuti su tale supporto, non costituisce una prerogativa supplementare concessa alla Commissione, ma, come correttamente rilevato dal Tribunale al punto 53 della sentenza impugnata, fa parte del potere di controllo che l’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003 mette a disposizione di tale istituzione.

58      In secondo luogo, se è pur vero che, in base a costante giurisprudenza, i poteri di accertamento di cui dispone la Commissione in materia di concorrenza sono ben delimitati (v., in tal senso, sentenza del 18 giugno 2015, Deutsche Bahn e a./Commissione, C‑583/13 P, EU:C:2015:404, punto 31 e giurisprudenza ivi citata), ciò non significa tuttavia che le disposizioni che conferiscono i poteri di accertamento a detta istituzione debbano essere interpretate restrittivamente, anche se si deve, in tale prospettiva, garantire che detti poteri non violino i diritti delle imprese interessate. Orbene, tali diritti sono garantiti quando, come nel caso di specie, la Commissione copia sì dati senza un esame preliminare, ma verifica poi, nel rigoroso rispetto dei diritti della difesa dell’impresa interessata, che tali dati siano pertinenti per l’oggetto dell’ispezione, prima di inserire nel fascicolo i documenti ritenuti pertinenti al riguardo e di cancellare gli altri dati copiati.

59      Di conseguenza, il diritto della Commissione di procedere alla realizzazione di tali copie non pregiudica né le garanzie procedurali previste dal regolamento n. 1/2003 né gli altri diritti dell’impresa che è oggetto di ispezione, a condizione che la Commissione, dopo aver completato il suo esame, inserisca nel fascicolo soltanto documenti che sono pertinenti tenuto conto dell’oggetto dell’ispezione. Come constatato dal Tribunale al punto 56 della sentenza impugnata, è quanto si è verificato nel caso di specie.

60      In terzo luogo, come emerge dalle affermazioni in fatto del Tribunale al punto 49 della sentenza impugnata, la Commissione utilizza un software di indagine informatica che necessita di una fase preliminare, denominata «indicizzazione», la quale richiede generalmente un lasso di tempo considerevole. Lo stesso vale per quanto riguarda la fase successiva di tale processo di trattamento dell’informazione, nel corso della quale la Commissione procede all’esame di tali dati, come dimostrano del resto i fatti di specie. È quindi nell’interesse non solo della Commissione, ma anche dell’impresa di cui trattasi, che tale istituzione si fondi, per effettuare il proprio controllo, su una copia di tali dati, in modo che l’impresa possa continuare a utilizzare i dati originali, nonché i supporti che li contengono, non appena tale copia sia stata realizzata e che, di conseguenza, l’ingerenza nel funzionamento di tale impresa causata dall’ispezione della Commissione si riduca.

61      In tali circostanze, gli argomenti delle ricorrenti riguardanti la preparazione delle copie-immagine dei dischi duri dei computer in questione e fondati sulla formulazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera c), del regolamento n. 1/2003 e sull’economia generale dell’articolo 20, paragrafo 2, di tale regolamento devono essere respinti.

62      In secondo luogo, per quanto riguarda la decisione della Commissione di proseguire l’esame delle copie-immagine dei dischi rigidi dei computer di cui trattasi nei suoi locali, a Bruxelles, occorre rilevare che, effettivamente, sia dalla formulazione sia dall’economia dell’articolo 20 del regolamento n. 1/2003 emerge che un’ispezione deve avere inizio e dovrebbe, in linea di principio, proseguire, come enuncia l’articolo 20, paragrafo 1, di tale regolamento, «presso le imprese e associazioni di imprese», e che è per tale motivo che, da un lato, l’articolo 20, paragrafo 2, lettera a), di detto regolamento autorizza la Commissione ad «accedere a tutti i locali, terreni e mezzi di trasporto» di queste ultime, e, dall’altro, l’articolo 20, paragrafo 3, del medesimo regolamento obbliga la Commissione ad avvisare in tempo utile, prima dell’ispezione, l’autorità garante della concorrenza dello Stato membro «nel cui territorio ess[a] dev[e] essere compiut[a]». È anche per tale ragione che, nel caso di specie, la decisione di ispezione obbligava Prysmian a sottoporsi a un’ispezione «in tutti i [suoi] locali» e nei locali delle sue controllate.

63      Tuttavia, come correttamente rilevato dal Tribunale al punto 58 della sentenza impugnata, l’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003 non stabilisce, come sostengono le ricorrenti, che il controllo dei libri e dei documenti aziendali delle imprese sottoposte a ispezione sia effettuato esclusivamente nei loro locali, in qualsiasi circostanza (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 78).

64      Lo stesso vale per quanto riguarda la decisione di ispezione, che si è limitata a stabilire che l’ispezione di cui trattasi poteva avvenire in tutti i locali delle ricorrenti.

65      La prosecuzione di un siffatto controllo nei locali della Commissione non costituisce infatti, in quanto tale, e rispetto a un controllo effettuato nei locali propri delle imprese sottoposte a ispezione, una compressione ulteriore dei diritti di queste ultime, che richiederebbe che una siffatta possibilità, per la Commissione, sia espressamente prevista, senza che possa essere implicitamente desunta dai poteri conferiti a tale istituzione dall’articolo 20, paragrafi 1 e 2, del regolamento n. 1/2003. Il fatto che, in determinati casi, la possibilità di proseguire il controllo nei locali della Commissione non sia indispensabile per consentire alla Commissione il controllo stesso non significa che una siffatta possibilità sia esclusa in ogni circostanza (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 80).

66      Infatti, motivi legittimi possono indurre la Commissione, anche nell’interesse delle imprese di cui trattasi, a decidere di proseguire, nei suoi locali a Bruxelles, l’ispezione dei dati da essa raccolti in seno all’impresa interessata. A tal riguardo occorre ricordare, come risulta dal punto 60 della presente sentenza, che il tempo necessario per il trattamento di dati elettronici può rivelarsi considerevole. Orbene, obbligare la Commissione ad effettuare il trattamento di tali dati esclusivamente nei luoghi dell’impresa sottoposta a ispezione, quando si tratta di dati particolarmente voluminosi, potrebbe avere la conseguenza di prolungare considerevolmente la permanenza degli ispettori nei luoghi di tale impresa, ciò che potrebbe nuocere all’efficacia dell’ispezione e aumentare inutilmente l’ingerenza nel funzionamento di detta impresa a motivo dell’ispezione (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 81).

67      Inoltre, si deve rammentare che, come risulta dal punto 60 della sentenza impugnata, le ricorrenti non contestano alla Commissione di aver agito, al momento del controllo delle copie-immagine dei dischi rigidi dei computer in questione effettuato nei suoi locali a Bruxelles, in modo diverso rispetto a come avrebbe agito se tale controllo si fosse svolto nei locali delle ricorrenti. Infatti, le ricorrenti non negano che il controllo effettuato dalla Commissione nei suoi locali a Bruxelles si sia svolto nel rigoroso rispetto dei loro diritti della difesa, in quanto la Commissione ha garantito, durante tutta la durata dell’ispezione in questione, la protezione dei dati di cui trattasi e ha inserito nel fascicolo solo i documenti della cui pertinenza ai fini di tale ispezione si era prima assicurata.

68      L’interpretazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003 secondo la quale la Commissione può, se del caso, proseguire nei suoi locali a Bruxelles il controllo da essa validamente avviato nei locali dell’impresa o dell’associazione di imprese oggetto dell’ispezione non è rimessa in discussione dall’argomento delle ricorrenti secondo cui soltanto in via eccezionale l’articolo 21 di tale regolamento consente alla Commissione di esercitare i suoi poteri di ispezione «in altri locali». Infatti, il suddetto articolo 21 riguarda una situazione completamente diversa da quella prevista dall’articolo 20 di tale regolamento, vale a dire la possibilità, per la Commissione, di effettuare ispezioni in locali diversi dai locali professionali dell’impresa interessata, quali il domicilio o i mezzi di trasporto dei membri del personale di quest’ultima, qualora esistano motivi ragionevoli di sospettare che vi siano conservati libri o altri documenti connessi all’azienda, correlati al settore oggetto dell’ispezione, che potrebbero essere pertinenti per dimostrare una violazione grave dell’articolo 101 TFUE o 102 TFUE (v., in tal senso, sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 85).

69      L’interpretazione dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003 di cui al punto precedente non è rimessa in discussione neppure dall’argomento delle ricorrenti secondo cui una simile interpretazione darebbe alla Commissione la possibilità di procedere a ispezioni a distanza o di ingiungere alle imprese interessate di trasmetterle copie di interi dischi rigidi, purché conceda le garanzie appropriate. Infatti, la possibilità per la Commissione di proseguire nei suoi locali a Bruxelles il controllo da essa avviato nei locali dell’impresa sottoposta a ispezione non ha alcuna incidenza sulla questione se tale istituzione sia legittimata, sul fondamento dell’articolo 20, paragrafo 2, lettere b) e c), del regolamento n. 1/2003, a procedere a misure di indagine così come prospettate dalle ricorrenti. Occorre rilevare al riguardo che il fatto che la Commissione prosegua un’ispezione nei propri locali significa che si tratta della continuazione di un’unica e medesima ispezione, avviata nei locali di tale impresa, e non di un nuovo controllo, presso un terzo (v., in tal senso, sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 84).

70      Si deve tuttavia precisare che la Commissione può avvalersi della possibilità, sulla base dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003, di proseguire, nei propri locali a Bruxelles, il controllo dei libri e degli altri documenti aziendali dell’impresa oggetto di ispezione solo qualora possa legittimamente ritenere che lo giustifichi l’interesse dell’efficacia dell’ispezione o che serva ad evitare un’ingerenza eccessiva nel funzionamento dell’impresa interessata (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 87).

71      Nel caso di specie, come emerge dalla descrizione dei fatti constatati dal Tribunale, rammentata in sostanza ai punti da 10 a 14 della presente sentenza, gli ispettori hanno passato in tutto tre giorni nei locali della ricorrente, ossia dal 28 al 30 gennaio 2009. Essi hanno realizzato copie-immagine dei dischi rigidi dei computer di cui trattasi e le hanno salvate su un supporto informatico per la registrazione di dati nonché su un computer della Commissione. Tale supporto e detto computer sono stati inseriti in buste sigillate e portati negli uffici della Commissione a Bruxelles. Successivamente, l’esame dei dati portati a Bruxelles, in presenza dei rappresentanti delle ricorrenti, è durato tre giorni lavorativi, vale a dire dal 26 febbraio al 2 marzo 2009, il che significa che, nel momento in cui la Commissione ha deciso di proseguire l’ispezione di cui trattasi nei propri locali a Bruxelles, restava da esaminare un volume particolarmente importante di dati digitali.

72      In tali circostanze, si deve considerare che la Commissione non è incorsa in alcuna illegittimità decidendo di proseguire l’ispezione di cui trattasi nei suoi locali a Bruxelles. Infatti, alla luce degli elementi di fatto constatati dal Tribunale, la Commissione poteva legittimamente ritenere che fosse giustificato proseguire tale ispezione nei suoi locali a Bruxelles, evitando così di prolungare la permanenza degli ispettori nei locali delle ricorrenti, nell’interesse dell’efficacia dell’ispezione e per evitare un’ingerenza eccessiva nel funzionamento di tali imprese (v., per analogia, sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 89).

73      Infine, come emerge dal punto 65 della presente sentenza, la possibilità, per la Commissione, di proseguire il controllo dei libri e degli altri documenti aziendali di un’impresa, sulla base dell’articolo 20, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1/2003, nei suoi locali a Bruxelles è subordinata alla constatazione che una siffatta prosecuzione non comporti alcuna violazione dei diritti della difesa e non costituisca una compressione supplementare dei diritti delle imprese interessate, rispetto a quella intrinseca alla realizzazione di un’ispezione nei locali di queste ultime. Ebbene, una siffatta compressione dovrebbe essere constatata se la prosecuzione di tale controllo nei locali della Commissione a Bruxelles comportasse costi supplementari per l’impresa sottoposta a ispezione sorti per il solo fatto di tale prosecuzione. Ne consegue che, quando quest’ultima può dar luogo a tali costi supplementari, la Commissione può procedervi solo a condizione di accettare di rimborsare tali costi se l’impresa interessata gliene presenta richiesta debitamente motivata (sentenza del 16 luglio 2020, Nexans France e Nexans/Commissione, C‑606/18 P, EU:C:2020:571, punto 90).

74      Alla luce di quanto precede, il primo motivo deve essere respinto in quanto infondato.

 Sul secondo motivo

75      Con il loro secondo motivo, che riguarda i punti da 130 a 140 e da 144 a 148 della sentenza impugnata ed è suddiviso in tre parti, le ricorrenti addebitano al Tribunale di essere incorso in errori di diritto per aver confermato la fondatezza della decisione controversa che ha ritenuto PrysmianCS responsabile dell’infrazione di cui trattasi per tutta la durata di quest’ultima, ossia dal 18 febbraio 1999 al 27 gennaio 2009, nonostante il fatto che detta società sarebbe stata creata soltanto il 27 novembre 2001.

 Sulla prima parte

–       Argomenti delle parti

76      Con la prima parte del secondo motivo, le ricorrenti fanno valere che il Tribunale ha violato i principi della responsabilità personale e della certezza del diritto.

77      Dalla giurisprudenza della Corte risulterebbe che, in linea di principio, spetta alla persona fisica o giuridica che dirigeva l’impresa che ha partecipato all’infrazione al diritto della concorrenza dell’Unione al momento in cui quest’ultima è stata commessa rispondere di quest’ultima, anche se, alla data di adozione della decisione che constata l’infrazione, la gestione di tale impresa sia stata posta sotto la responsabilità di un’altra persona fisica o giuridica. Solo circostanze eccezionali potrebbero giustificare deroghe a tale principio generale, in favore dell’effetto utile e dell’effetto dissuasivo delle norme dell’Unione in materia di concorrenza. In tali casi, la responsabilità potrebbe essere imputata a quest’altra persona fisica o giuridica, conformemente al principio di continuità economica. Dalla giurisprudenza della Corte risulterebbe altresì che tali circostanze sussisterebbero qualora la persona fisica o giuridica che ha commesso l’infrazione abbia cessato di esistere, giuridicamente o economicamente, e sussista un legame strutturale tra il gestore iniziale e il nuovo gestore, il quale applichi, di conseguenza, le stesse direttive commerciali.

78      Nel caso di specie, il Tribunale avrebbe quindi anzitutto dovuto individuare, dal punto di vista del diritto nazionale societario pertinente, il gestore iniziale di PrysmianCS, ossia Pirelli, che avrebbe assorbito PirelliCS. Tuttavia, il Tribunale avrebbe omesso di procedere a un simile esame e avrebbe applicato il principio di continuità economica quale semplice alternativa al principio della responsabilità personale delle entità giuridiche, come dimostrerebbe il fatto che esso abbia escluso, in quanto privo di conseguenze, la possibilità che la Commissione sia incorsa in un errore di diritto nel considerare PirelliCSE successore legale di PirelliCS. Questo costituirebbe un errore manifesto di diritto, che avrebbe avuto l’effetto di riconoscere alla Commissione, contrariamente al principio della certezza del diritto, un potere discrezionale assoluto, che le consentirebbe di determinare l’entità giuridica alla quale può essere inflitta un’ammenda nell’ambito di un trasferimento di attivi infragruppo.

79      La Commissione sostiene che il secondo motivo è irricevibile, in quanto le ricorrenti si limitano a ribadire dinanzi alla Corte argomenti da esse già sollevati dinanzi al Tribunale. Le ricorrenti chiederebbero infatti alla Corte di riesaminare gli elementi di prova che sarebbero già stati esaminati dal Tribunale.

80      In subordine, il secondo motivo sarebbe infondato.

81      Pirelli sostiene che il principio di continuità economica trova applicazione non soltanto quando il gestore iniziale, che ha commesso l’infrazione, ha cessato di esistere, ma anche quando quest’ultimo non esercita più alcuna attività economica nel mercato pertinente. Nel caso di specie, e a seguito della scissione intervenuta nel 2001, PirelliCS sarebbe divenuta una società di comodo e PirelliCSE sarebbe divenuta il suo unico successore economico e giuridico. Il fatto che la società madre originaria, Pirelli, esistesse ancora al momento dell’adozione della decisione controversa non modificherebbe in alcun modo detta analisi. Pirelli aggiunge che, in ogni caso, essa non si sarebbe sottratta alla sua responsabilità per l’infrazione di cui trattasi, ma che sarebbe stata ritenuta responsabile di quest’ultima in solido con PrysmianCS, per il periodo compreso tra il 18 febbraio 1999 e il 28 luglio 2005.

82      Secondo Pirelli, la prima parte del secondo motivo è quindi inoperante e, in ogni caso, infondata.

–       Giudizio della Corte

83      Conformemente alla giurisprudenza della Corte richiamata al punto 49 della presente sentenza, dato che la prima parte del secondo motivo critica un punto di diritto esaminato dal Tribunale, il motivo, in tale parte, contrariamente a quanto fatto valere dalla Commissione, deve essere considerato ricevibile, in quanto un simile punto di diritto può essere oggetto di una nuova discussione in sede d’impugnazione.

84      Occorre tuttavia rilevare che l’argomentazione dedotta dalle ricorrenti a sostegno della prima parte del loro secondo motivo si basa su un’interpretazione erronea della giurisprudenza della Corte in materia.

85      Quest’ultima ha, certamente, avuto occasione di precisare, con riferimento alla questione relativa all’individuazione delle circostanze in presenza delle quali un’entità che non sia l’autrice di un’infrazione al diritto della concorrenza dell’Unione possa nondimeno essere sanzionata per quest’ultima, che rientra in detta ipotesi la situazione in cui l’entità che abbia commesso l’infrazione abbia cessato di esistere giuridicamente o economicamente, atteso che una sanzione inflitta ad un’impresa che non eserciti più attività economiche rischia di essere priva di effetto dissuasivo. Se, invece, l’entità che ha commesso l’infrazione continua sia ad esistere giuridicamente sia a esercitare attività economiche, la Commissione è, in linea di principio, tenuta a infliggere l’ammenda in questione a tale entità (v., in tal senso, sentenza del 29 marzo 2011, ThyssenKrupp Nirosta/Commissione, C‑352/09 P, EU:C:2011:191, punti 144 e 145).

86      Orbene, dalla giurisprudenza della Corte risulta altresì che, qualora un’entità che ha commesso un’infrazione al diritto della concorrenza dell’Unione sia oggetto di una modifica di natura giuridica o organizzativa, tale modifica non ha necessariamente l’effetto di creare una nuova entità esente dalla responsabilità per comportamenti illeciti imputabili all’entità che l’ha preceduta giuridicamente, sempre che, perlomeno sotto l’aspetto economico, vi sia identità fra le due entità. Infatti, se le imprese potessero sottrarsi a sanzioni per il semplice fatto che la loro identità sia stata modificata a seguito di ristrutturazioni, cessioni o altre modifiche di natura giuridica o organizzativa, lo scopo di reprimere comportamenti contrari al diritto della concorrenza dell’Unione e di prevenirne il ripetersi mediante sanzioni dissuasive sarebbe compromesso (v., in tal senso, sentenza del 18 dicembre 2014, Commissione/Parker Hannifin Manufacturing e Parker-Hannifin, C‑434/13 P, EU:C:2014:2456, punto 40 e giurisprudenza ivi citata).

87      La Corte ha così affermato che, qualora due entità costituiscano una stessa entità economica, il fatto che l’entità che ha commesso l’infrazione esista ancora non impedisce, di per sé, che venga sanzionata l’entità a cui essa ha trasferito le sue attività economiche, in particolare qualora tali entità siano state sotto il controllo dello stesso soggetto e, considerati gli stretti legami che li uniscono sul piano economico e organizzativo, abbiano applicato in sostanza le stesse direttive commerciali (v., in tal senso, sentenza del 18 dicembre 2014, Commissione/Parker Hannifin Manufacturing e Parker-Hannifin, C‑434/13 P, EU:C:2014:2456, punto 41 e giurisprudenza ivi citata).

88      È sulla base di tale giurisprudenza e degli elementi di fatto sottoposti alla sua valutazione insindacabile che il Tribunale ha confermato, ai punti da 130 a 133 della sentenza impugnata, che PirelliCSE doveva essere considerata l’entità succeduta economicamente a PirelliCS a partire dal 27 novembre 2001 e che la Commissione aveva correttamente ritenuto, in forza del principio di continuità economica, che la responsabilità per la partecipazione di PirelliCS all’infrazione di cui trattasi fosse stata trasmessa a PirelliCSE.

89      Orbene, le ricorrenti non contestano che le condizioni di cui al punto 87 della presente sentenza fossero soddisfatte nel caso di specie.

90      In tali circostanze, il Tribunale non è incorso in errori nel dichiarare che la Commissione era legittimata a considerare PirelliCSE il successore economico di PirelliCS.

91      Inoltre, il Tribunale ha correttamente dichiarato, al punto 140 della sentenza impugnata, che, anche a voler ritenere che la Commissione sia incorsa in errore considerando PirelliCSE il successore legale di PirelliCS, ciò sarebbe irrilevante ai fini di imputare alla prima di tali società la responsabilità per la partecipazione diretta all’infrazione prima del 27 novembre 2001, dal momento che, in ogni caso, la Commissione aveva affermato, a giusto titolo, che PirelliCSE era il successore economico di PirelliCS.

92      Inoltre, per quanto riguarda l’argomento delle ricorrenti relativo all’effetto utile e all’effetto dissuasivo delle norme dell’Unione in materia di concorrenza, occorre ricordare che, nella decisione controversa, la Commissione ha altresì ravvisato la responsabilità di Pirelli per l’infrazione di cui trattasi, nella sua qualità di società madre di Pirelli CS e di PirelliCSE, nel periodo dal 18 febbraio 1999 al 28 luglio 2005.

93      Alla luce di quanto precede, la prima parte del secondo motivo deve essere respinta in quanto infondata.

 Sulla seconda parte

–       Argomenti delle parti

94      Con la seconda parte del secondo motivo, le ricorrenti addebitano al Tribunale di essere incorso in un errore di diritto nell’ambito dell’applicazione del principio della parità di trattamento nel caso di specie. Nexans France e Silec Cable si sarebbero trovate in situazioni analoghe a quella di PrysmianCS, essendo state create a seguito di ristrutturazioni interne, per rilevare un’attività esistente che coinvolgeva dipendenti e attivi che sarebbero stati interessati dalle pratiche collusive legate all’intesa, al fine di essere cedute a terzi. Orbene, il principio di continuità economica sarebbe stato applicato soltanto nei confronti di PrysmianCS.

95      Dalla giurisprudenza della Corte risulterebbe che la Commissione, quando adotta, per un’intesa, un metodo specifico ai fini della determinazione della responsabilità delle società madri per le infrazioni commesse dalle loro controllate, dovrebbe, salvo circostanze particolari, applicare gli stessi criteri metodologici nei confronti di tutte le società madri in esame. Tale giurisprudenza troverebbe applicazione anche quando la Commissione decide di ritenere responsabile uno dei destinatari della sua decisione sulla base del principio di continuità economica, senza tuttavia assoggettare al medesimo trattamento altri destinatari di tale decisione. Infatti, sebbene la Commissione goda di un certo potere discrezionale per quanto riguarda l’applicazione di tale principio per imputare la responsabilità alle società madri, essa non sarebbe tuttavia tenuta ad applicarlo.

96      Per contro, qualora tale istituzione decida di applicare detto principio, essa sarebbe tenuta a farlo nei confronti delle altre imprese coinvolte nell’intesa che si trovavano in situazioni analoghe. Nel caso di specie, il Tribunale avrebbe quindi commesso un errore ritenendo che la decisione della Commissione di non applicare il principio di continuità economica a destinatari della decisione controversa diversi da PrysmianCS non fosse illegittima.

97      Pertanto, il riferimento fatto dal Tribunale, ai punti 145 e 146 della sentenza impugnata, alla giurisprudenza della Corte secondo cui l’osservanza del principio della parità di trattamento deve conciliarsi col rispetto del principio della legalità, il che implica che nessuno può far valere a proprio vantaggio un illecito commesso a favore di altri, sarebbe privo di pertinenza.

98      La Commissione sostiene che il secondo motivo è irricevibile per le ragioni già esposte al punto 79 della presente sentenza e, in subordine, infondato.

99      Pirelli sostiene che la seconda parte di tale motivo è infondata.

–       Giudizio della Corte

100    Conformemente alla giurisprudenza della Corte ricordata al punto 49 della presente sentenza, dato che la seconda parte del secondo motivo verte su un punto di diritto esaminato dal Tribunale, il motivo, in tale parte, contrariamente a quanto fatto valere dalla Commissione, deve essere considerato ricevibile, in quanto un simile punto di diritto può essere oggetto di una nuova discussione in sede d’impugnazione.

101    Si deve rammentare che il principio di parità di trattamento costituisce un principio generale del diritto dell’Unione, sancito dagli articoli 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Secondo costante giurisprudenza della Corte, tale principio impone che situazioni analoghe non siano trattate in maniera diversa e che situazioni diverse non siano trattate in maniera uguale, salvo obiettiva necessità (v., segnatamente, sentenza del 12 novembre 2014, Guardian Industries e Guardian Europe/Commissione, C‑580/12 P, EU:C:2014:2363, punto 51).

102    Nel caso di specie, le ricorrenti fanno valere che il Tribunale ha violato tale principio confermando la decisione della Commissione di considerare PrysmianCS responsabile dell’infrazione di cui trattasi per un periodo precedente alla sua costituzione, basandosi sul principio di continuità economica, laddove la Commissione non ha applicato tale principio nei confronti di Nexans France e di Silec Cable, due imprese che si trovavano, secondo le ricorrenti, in una situazione analoga a quella di PrysmianCS.

103    A sostegno di tale parte di motivo, le ricorrenti adducono, sostanzialmente, due argomenti.

104    Da un lato, le ricorrenti invocano la giurisprudenza della Corte derivante segnatamente dalla sentenza del 18 luglio 2013, Dow Chemical e a./Commissione (C‑499/11 P, EU:C:2013:482), nell’ambito della quale essa ha dichiarato, al punto 50 di tale sentenza, che la Commissione, quando adotta, nei confronti di un’intesa, un metodo specifico per la determinazione della responsabilità delle società madri interessate per le infrazioni delle loro controllate, deve, salvo circostanze particolari, fondarsi sui medesimi criteri nel caso di tutte le società madri in esame.

105    Per quanto riguarda tale argomento, occorre ricordare che la causa che ha dato luogo a tale sentenza riguardava una situazione in cui dalla decisione della Commissione risultava che quest’ultima aveva scelto, quanto all’imputazione a una società madre della responsabilità di un’infrazione commessa da una controllata, un metodo specifico per determinare la responsabilità delle società madri in esame, metodo che essa doveva, di conseguenza, applicare a tutte le imprese interessate da tale infrazione (v., in tal senso, sentenza del 19 luglio 2012, Alliance One International e Standard Commercial Tobacco/Commissione, C‑628/10 P e C‑14/11 P, EU:C:2012:479, punti 50, 53 e 59). Orbene, anche a voler supporre che tale giurisprudenza possa essere trasposta all’imputazione della responsabilità di un’infrazione sulla base del principio di continuità economica, occorre constatare che le ricorrenti non hanno dimostrato che la Commissione abbia scelto di applicare un metodo riguardante l’applicazione di tale principio che si discosti dalle regole generali. Pertanto, dalla decisione controversa non risulta che avrebbe dovuto essere seguito un metodo specifico per tutte le imprese coinvolte nell’infrazione di cui trattasi.

106    Ne consegue che le ricorrenti non possono validamente basarsi sulla giurisprudenza menzionata al punto 104 della presente sentenza per dimostrare che il principio di uguaglianza sia stato violato nel caso di specie.

107    Dall’altro lato, le ricorrenti fanno valere che, poiché la Commissione aveva scelto di fondarsi sul principio di continuità economica per affermare la responsabilità di PrysmianCS per il periodo precedente alla sua costituzione, essa avrebbe dovuto applicare lo stesso metodo a Nexans France e a Silec Cable. Pertanto, le ricorrenti effettivamente sostengono, come giustamente fatto valere da Pirelli, che la decisione controversa è viziata da illegittimità quanto a queste due società.

108    Orbene, come correttamente rilevato dal Tribunale al punto 146 della sentenza impugnata, dalla giurisprudenza della Corte risulta che l’osservanza del principio della parità di trattamento deve conciliarsi con il rispetto della legalità, secondo cui nessuno può invocare a proprio vantaggio un illecito commesso a favore di altri (sentenza del 16 giugno 2016, Evonik Degussa e AlzChem/Commissione, C‑155/14 P, EU:C:2016:446, punto 58 e giurisprudenza ivi citata).

109    Le ricorrenti non possono quindi fondarsi su un’eventuale illegittimità commessa dalla Commissione nei confronti di Nexans France e di Silec Cable per rimettere in discussione la sentenza impugnata su tale punto.

110    Alla luce di quanto precede, la seconda parte del secondo motivo deve essere respinta in quanto infondata.

 Sulla terza parte

–       Argomenti delle parti

111    Con la terza parte del secondo motivo, le ricorrenti fanno valere che il Tribunale ha violato l’obbligo di motivazione ad esso incombente in forza dell’articolo 296 TFUE omettendo di pronunciarsi sulla loro censura vertente sul carattere eccezionale del principio di continuità economica e fondando il suo rigetto delle parti prima e seconda del quarto motivo, dedotto in primo grado dalle ricorrenti, su motivazioni contraddittorie.

112    La Commissione sostiene che il secondo motivo è irricevibile per le ragioni già esposte al punto 79 della presente sentenza e, in subordine, infondato. La terza parte sarebbe del resto inoperante in quanto non fornirebbe alcuna base autonoma che consenta di annullare la sentenza impugnata.

–       Giudizio della Corte

113    Poiché il motivo, in tale parte, verte su un vizio di motivazione della sentenza impugnata e, pertanto, sulla violazione di un obbligo giuridico posto a carico del giudice dell’Unione, esso deve essere, contrariamente a quanto sostiene la Commissione, considerato ricevibile.

114    Nel merito, occorre rilevare, da un lato, che il Tribunale, dopo aver accertato che l’approccio seguito dalla Commissione nella decisione controversa riguardo all’applicazione del principio di continuità economica era conforme alla giurisprudenza della Corte, non era tenuto a rispondere specificamente all’argomento delle ricorrenti relativo al carattere asseritamente eccezionale di una simile applicazione. Dall’altro lato, le ricorrenti non hanno precisato in che modo la motivazione fornita dal Tribunale al riguardo sarebbe stata intrinsecamente contraddittoria o illogica.

115    Alla luce di quanto precede, occorre respingere la terza parte del secondo motivo e, di conseguenza, tale motivo nel suo insieme, in quanto infondati.

 Sul terzo motivo

 Argomenti delle parti

116    Con il loro terzo motivo, che riguarda i punti da 169 a 186 della sentenza impugnata, le ricorrenti fanno valere che il Tribunale ha commesso un errore manifesto quanto alla qualificazione dell’infrazione di cui trattasi come infrazione unica e continuata. Il Tribunale, infatti, avrebbe confermato che la Commissione aveva prodotto elementi precisi sufficienti a dimostrare l’esistenza dei tre elementi costitutivi dell’intesa, senza tuttavia pronunciarsi sul principale argomento addotto dalle ricorrenti in primo grado, secondo cui la Commissione non aveva dimostrato che si trattasse, nel caso di specie, di un’infrazione unica e continuata all’articolo 101 TFUE e all’articolo 53 dell’accordo SEE.

117    Dalla giurisprudenza della Corte risulterebbe che devono essere soddisfatte tre condizioni per imputare ad un’impresa la responsabilità della sua partecipazione a un’infrazione unica e continuata, vale a dire l’esistenza di un piano generale avente un obiettivo anticoncorrenziale comune, il contributo dell’impresa a tale piano e la sua conoscenza del contributo anticoncorrenziale degli altri partecipanti. Orbene, il Tribunale avrebbe erroneamente confermato la decisione controversa senza valutare se l’esistenza di un accordo sul «territorio domestico», quand’anche dimostrato, fosse sufficiente per stabilire un nesso tra gli elementi di prova raccolti riguardanti situazioni e accordi molto disparati, al fine di dimostrare in modo giuridicamente adeguato l’esistenza di un’infrazione unica e continuata. A tal riguardo, l’elenco degli elementi di prova, sintetizzato ai punti 172 e 173 della sentenza impugnata, non dimostrerebbe affatto l’esistenza di un nesso tra le due configurazioni dell’intesa e l’asserito accordo nel «territorio domestico».

118    Il Tribunale avrebbe in particolare snaturato gli elementi di prova relativi all’accordo sul «territorio domestico» nonché l’argomento delle ricorrenti secondo cui tale nozione era inoperante e priva di senso, in quanto i produttori asiatici di cavi elettrici non mostravano alcun interesse a entrare nei mercati dei produttori europei e viceversa.

119    Al punto 180 della sentenza impugnata, il Tribunale avrebbe considerato che un accordo che mira a proteggere i produttori europei, nel loro territorio dell’Unione, da una concorrenza reale o potenziale proveniente da altri produttori stranieri sarebbe idoneo a restringere la concorrenza, a meno che non esistano barriere insormontabili all’entrata nel mercato europeo che escludano qualsiasi concorrenza potenziale da parte di tali produttori stranieri. Orbene, con tali considerazioni, il Tribunale non avrebbe risposto all’argomento addotto dalle ricorrenti nel loro atto introduttivo del giudizio, secondo cui la Commissione avrebbe esteso l’ambito di applicazione della cooperazione all’esportazione a tutto il territorio dell’Unione mediante un accordo sul «territorio domestico», quando invece l’applicazione di un tale accordo non sarebbe mai stata oggetto di discussioni alle riunioni tenutesi nell’ambito della configurazione A/R dell’intesa, e ciò in particolare per il fatto che non sarebbe stato interessante, da un punto di vista strategico, per i produttori asiatici, partecipare alle gare d’appalto riguardanti progetti da realizzare nel territorio dell’Unione.

120    Contrariamente a quanto indicato dal Tribunale al punto 183 della sentenza impugnata, le ricorrenti non avrebbero fatto valere che la partecipazione dei produttori giapponesi e sudcoreani al mercato nel SEE era «tecnicamente impossibile», ma che, in generale, nessuna ragione di ordine economico avrebbe giustificato un investimento così importante. Pertanto, il Tribunale avrebbe snaturato le spiegazioni fornite dalle ricorrenti al riguardo.

121    La Commissione sostiene che il terzo motivo è irricevibile. Infatti, con tale motivo, le ricorrenti ribadirebbero argomenti già dedotti nel procedimento di primo grado e mirerebbero a indurre la Corte a riesaminare tali argomenti. Inoltre, le ricorrenti non avrebbero rispettato l’obbligo loro imposto dall’articolo 169, paragrafo 2, del regolamento di procedura della Corte, in quanto esse non avrebbero messo in evidenza i passaggi specifici della sentenza impugnata che dimostrerebbero in modo giuridicamente adeguato che il Tribunale ha snaturato elementi di prova.

122    In subordine, la Commissione fa valere che tale motivo è infondato, dato che il Tribunale non si sarebbe limitato ad avallare la qualificazione dell’infrazione di cui trattasi accolta dalla Commissione, ma avrebbe esaminato i numerosi elementi di prova inseriti nel fascicolo e, in particolare, gli scambi sull’attribuzione dei progetti europei, che dimostravano che essi facevano parte di un’infrazione unica e continuata riguardante le due configurazioni dell’intesa.

 Giudizio della Corte

123    Per quanto riguarda la ricevibilità del terzo motivo, occorre constatare, da un lato, che, contrariamente a quanto sostiene la Commissione, i passaggi specifici della sentenza impugnata cui fa riferimento il terzo motivo delle ricorrenti risultano con sufficiente chiarezza dall’impugnazione.

124    Dall’altro lato, occorre rilevare che, a sostegno di tale motivo, le ricorrenti deducono due argomenti distinti. Con il primo, esse fanno valere che il Tribunale ha omesso di pronunciarsi sulla questione se la Commissione avesse dimostrato o meno che l’infrazione di cui trattasi costituiva un’infrazione unica e continuata all’articolo 101 TFUE e all’articolo 53 dell’accordo SEE. Quanto al secondo argomento, esso verte sul fatto che il Tribunale avrebbe snaturato elementi di prova relativi all’accordo sul «territorio domestico».

125    Conformemente alla giurisprudenza della Corte ricordata al punto 49 della presente sentenza, mentre il primo di tali argomenti riguarda un punto di diritto esaminato dal Tribunale, che può essere di nuovo discusso nell’ambito di un’impugnazione, il secondo argomento deve essere trattato in maniera diversa.

126    A tal proposito, occorre ricordare che, conformemente agli articoli 256, paragrafo 1, secondo comma, TFUE e all’articolo 58, primo comma, dello Statuto della Corte di giustizia dell’Unione europea, l’impugnazione deve limitarsi ai motivi di diritto. Il Tribunale è competente in via esclusiva ad accertare e valutare i fatti rilevanti, nonché a vagliare gli elementi di prova. La valutazione di tali fatti e di tali elementi di prova non costituisce dunque, salvo il caso di loro snaturamento, una questione di diritto assoggettata, in quanto tale, al controllo della Corte nell’ambito di un’impugnazione (sentenza del 26 settembre 2018, Philips e Philips France/Commissione, C‑98/17 P, non pubblicata, EU:C:2018:774, punto 40 e giurisprudenza ivi citata).

127    È vero che le ricorrenti addebitano al Tribunale di aver snaturato elementi di prova relativi all’accordo sul «territorio domestico». Tuttavia, occorre rilevare che le ricorrenti non hanno individuato gli elementi di prova che sarebbero stati in tal modo snaturati né hanno, a fortiori, dimostrato che un siffatto snaturamento possa essere addebitato al Tribunale. Infatti, per quanto riguarda l’unico elemento di prova specifico menzionato in tale contesto, le ricorrenti si limitano a sostenere che esso confermerebbe la loro posizione.

128    Ne consegue che l’argomento delle ricorrenti relativo alla valutazione degli elementi di prova riguardanti l’accordo sul «territorio domestico» deve essere considerato irricevibile.

129    Per quanto riguarda l’argomento relativo a un asserito snaturamento di uno dei loro argomenti che dovrebbe essere dedotto dal punto 183 della sentenza impugnata, quest’ultimo si basa su una lettura parziale di tale sentenza. In tale punto di detta sentenza, infatti, il Tribunale ha ritenuto che, contrariamente a quanto avevano fatto valere le ricorrenti, la partecipazione dei produttori asiatici in progetti nel SEE «non era né tecnicamente impossibile né economicamente sconveniente». Anche supponendo che il Tribunale abbia commesso un errore nel ritenere che le ricorrenti si fossero basate sull’impossibilità tecnica di un ingresso in tale mercato da parte dei produttori asiatici, resta il fatto che tale giudice ha anche fatto riferimento all’argomento delle ricorrenti secondo cui l’assenza di tali produttori del SEE era dovuta a considerazioni di ordine economico. In tali circostanze, le ricorrenti non hanno dimostrato che l’asserito errore del Tribunale sarebbe idoneo a rimettere in discussione la conclusione alla quale quest’ultimo è pervenuto.

130    Nel merito, occorre ricordare che, secondo la giurisprudenza della Corte, per dimostrare che un’impresa ha partecipato a un’infrazione unica al diritto dell’Unione in materia di concorrenza, si deve dimostrare che tale impresa intendesse contribuire con il proprio comportamento agli obiettivi comuni perseguiti da tutti i partecipanti e che fosse a conoscenza dei comportamenti illeciti previsti o attuati da altre imprese nel perseguire i medesimi obiettivi, oppure che potesse ragionevolmente prevederli ed era pronta ad accettarne il rischio (v., in tal senso, sentenza del 26 settembre 2018, Infineon Technologies/Commissione, C‑99/17 P, EU:C:2018:773, punto 172 e giurisprudenza ivi citata).

131    In risposta a un quesito della Corte in udienza, che invitava le ricorrenti a precisare in quale punto del loro ricorso in primo grado esse avrebbero fatto valere che la Commissione non aveva dimostrato che l’infrazione di cui trattasi soddisfacesse le condizioni che sono necessarie, secondo la giurisprudenza richiamata al punto precedente, al fine di qualificarla come infrazione unica e continuata, esse hanno citato il punto 110 di tale ricorso. Orbene, tale punto non fa riferimento né alle condizioni citate né alla suddetta giurisprudenza. Ne consegue che, dinanzi al Tribunale, le ricorrenti non hanno addotto, in modo sufficientemente chiaro, l’argomento secondo cui la Commissione non aveva dimostrato che l’infrazione di cui trattasi soddisfacesse tutte le condizioni necessarie per essere qualificata come infrazione unica e continuata.

132    Inoltre, occorre rilevare che, nell’ambito del sesto motivo dedotto in primo grado, le ricorrenti hanno fatto valere che la Commissione non aveva dimostrato in modo giuridicamente adeguato l’esistenza dell’accordo nel «territorio domestico» il quale, secondo tale istituzione, costituiva l’elemento chiave dell’intesa, e che, di conseguenza, quest’ultima non aveva dimostrato che le ricorrenti avessero partecipato a un’infrazione unica e continuata all’articolo 101 TFUE riguardante l’intero territorio del SEE.

133    Orbene, al punto 174 della sentenza impugnata, il Tribunale ha statuito, sulla base delle valutazioni in fatto che figurano ai punti da 170 a 173 di tale sentenza, che la Commissione aveva dimostrato in modo giuridicamente adeguato l’esistenza di detto accordo. Occorre ricordare a tal riguardo che, nella parte in cui l’argomentazione delle ricorrenti è diretta a rimettere in discussione tale valutazione, essa deve essere respinta in quanto irricevibile, così come risulta dalla giurisprudenza della Corte di cui al punto 126 della presente sentenza.

134    Dalle considerazioni che precedono risulta che occorre respingere il terzo motivo in quanto in parte irricevibile e in parte infondato.

 Sul quarto motivo

135    Con il loro quarto motivo, che riguarda i punti da 199 a 217 della sentenza impugnata e che contiene quattro parti, le ricorrenti sostengono che l’affermazione del Tribunale, secondo cui la Commissione non era incorsa in errore nel ritenere che il punto di partenza dell’infrazione di cui trattasi corrispondesse a una riunione svoltasi il 18 febbraio 1999, è viziata da errori di diritto.

 Sulla prima parte

–       Argomenti delle parti

136    Con la prima parte di tale motivo, le ricorrenti contestano al Tribunale di aver statuito ultra petita e di aver violato i loro diritti della difesa per aver fondato la propria affermazione su una motivazione riguardante il Super Tensione Cables Export Agreement (accordo per l’esportazione di cavi ad alta tensione; in prosieguo: l’«accordo STEA»), relativo ai cavi elettrici sotterranei, la Sub-marina Cable Export Association (Associazione per l’esportazione di cavi sottomarini; in prosieguo: la «SMEA») e l’asserita intesa non scritta tra i produttori europei, giapponesi e sudcoreani con la quale questi tre gruppi di produttori si impegnavano a non farsi concorrenza nei lori rispettivi «territori domestici» e che avrebbe accompagnato i suddetti accordi (in prosieguo: l’«intesa non scritta»).

137    Il ricorso proposto dalle ricorrenti dinanzi al Tribunale avrebbe riguardato soltanto l’asserita violazione del diritto della concorrenza dell’Unione, commessa tra il 1999 e il 2009, che era stata constatata nella decisione controversa. Qualificando l’accordo STEA, la SMEA e l’intesa non scritta, che sarebbero cessati nel 1997, come accordi anticoncorrenziali, il Tribunale si sarebbe quindi pronunciato su questioni che non facevano parte dell’oggetto della controversia, come circoscritto nell’atto introduttivo del ricorso. Inoltre, né l’accordo STEA, né la SMEA, né l’intesa non scritta sarebbero mai stati ritenuti contrari all’articolo 101 TFUE nell’ambito del procedimento amministrativo sfociato nella decisione controversa. Le ricorrenti non avrebbero quindi mai avuto la possibilità di contestare formalmente tale accertamento di illegittimità formulato nei loro confronti. A fortiori, le ricorrenti non sarebbero state in grado di esercitare effettivamente i loro diritti della difesa al riguardo nel corso del procedimento dinanzi al Tribunale.

138    La Commissione sostiene che il quarto motivo è irricevibile, poiché, con tale motivo, le ricorrenti ripeterebbero argomenti già discussi nel corso del procedimento di primo grado e mirerebbero a indurre la Corte a riesaminarli.

139    In subordine, tale motivo sarebbe inoperante, in quanto sarebbe fondato sull’interpretazione asseritamente erronea dell’accordo STEA e della SMEA, sebbene questi ultimi siano stati menzionati nella decisione controversa solo per descrivere il contesto in cui l’intesa era iniziata. Ne conseguirebbe che, anche supponendo che il quarto motivo debba essere accolto, ciò non costituirebbe una ragione sufficiente per dichiarare che il Tribunale ha commesso un errore confermando la data di inizio dell’infrazione di cui trattasi presa in considerazione dalla Commissione. Secondo la Commissione, il quarto motivo è, in ogni caso, infondato.

–       Giudizio della Corte

140    Con la prima parte del quarto motivo, le ricorrenti contestano al Tribunale di aver statuito ultra petita e di aver violato i loro diritti della difesa. Contrariamente a quanto sostenuto dalla Commissione, tale parte riguarda quindi un punto di diritto relativo alle considerazioni del Tribunale, che può essere discusso nell’ambito di un’impugnazione, e deve pertanto essere dichiarata ricevibile.

141    Nel merito, occorre rilevare, in primo luogo, che dalla sentenza impugnata risulta che è nell’ambito dell’esame della questione se la Commissione avesse correttamente fissato l’inizio dell’infrazione di cui trattasi alla data del 18 febbraio 1999 che il Tribunale ha preso in considerazione, al punto 201 della sentenza impugnata, le constatazioni effettuate dalla Commissione al punto 64 della decisione controversa e riguardanti l’accordo STEA, la SMEA nonché l’intesa non scritta e che ha rilevato, al punto 202 di tale sentenza, che l’intesa riproduceva lo schema descritto da tale istituzione per quanto riguarda i suddetti accordi che l’avevano preceduta. È nell’ambito del medesimo esame che il Tribunale ha aggiunto, al punto 203 della sentenza impugnata, che la Commissione aveva fornito prove, che le ricorrenti non contestavano validamente mediante elementi concreti, dalle quali emergeva, da un lato, che i produttori di cavi elettrici che avevano concluso tali accordi erano consapevoli della loro illiceità e, dall’altro, che essi avevano previsto una futura riorganizzazione di tali accordi.

142    Orbene, all’esito di tale esame, il Tribunale non ha affatto statuito ultra petita. Infatti, la decisione che il Tribunale ha adottato all’esito di tale esame – vale a dire respingere la contestazione, da parte delle ricorrenti, della fissazione dell’inizio dell’infrazione di cui trattasi alla data del 18 febbraio 1999 – era conforme alla domanda che gli era stata sottoposta a tal fine dalla Commissione.

143    In secondo luogo, occorre constatare che il Tribunale non ha neppure violato i diritti della difesa delle ricorrenti al riguardo. Da un lato, come giustamente rilevato dalla Commissione, gli elementi di cui al punto 64 della decisione controversa si trovavano già nella comunicazione degli addebiti che le ricorrenti hanno avuto la possibilità di contestare nell’ambito del procedimento amministrativo dinanzi alla Commissione. Dall’altro lato, dal punto 506 della decisione controversa, al quale il Tribunale ha fatto riferimento al punto 199 della sentenza impugnata, risulta che, per valutare le prove relative alla riunione del 18 febbraio 1999, la Commissione aveva preso in considerazione il comportamento delle parti interessate prima di tale data che, secondo tale istituzione, dimostrava che le imprese di cui trattasi intendevano reintrodurre gli accordi precedenti. Orbene, tale osservazione poteva essere intesa solo come un riferimento agli accordi descritti al punto 64 della decisione controversa. In tali circostanze, le ricorrenti dovevano attendersi che il Tribunale avrebbe preso in considerazione anche tale contesto.

144    Alla luce di quanto precede, la prima parte del quarto motivo deve essere respinta in quanto infondata.

 Sulle parti seconda e terza

–       Argomenti delle parti

145    Con la seconda parte del quarto motivo, le ricorrenti fanno valere che il Tribunale ha snaturato elementi di prova prodotti dinanzi ad esso e ha applicato un criterio giuridico erroneo nell’ambito della sua analisi, il che lo ha indotto a qualificare, erroneamente, l’accordo STEA, la SMEA e l’intesa non scritta come «accordi anticoncorrenziali» che incidono sul commercio tra Stati membri. Il Tribunale si sarebbe infatti fondato a tal riguardo, erroneamente, sulle constatazioni di cui al punto 64 della decisione controversa, senza verificare se queste ultime fossero suffragate da elementi di prova. Inoltre, sarebbe manifestamente errato affermare che le ricorrenti non avevano mai contraddetto né contestato gli accertamenti effettuati dalla Commissione al punto 64 della decisione controversa.

146    Con la terza parte del quarto motivo, le ricorrenti sostengono che l’erronea qualificazione dell’accordo STEA e della SMEA nonché dell’intesa non scritta come «accordi anticoncorrenziali», erronea qualificazione oggetto della seconda parte di tale motivo, ha completamente falsato l’analisi, da parte del Tribunale, del contesto in cui l’infrazione di cui trattasi era iniziata e ha irrimediabilmente inciso sulla conferma da parte di quest’ultimo della conclusione della Commissione, nella decisione controversa, secondo la quale la presunta intesa era iniziata il 18 febbraio 1999.

147    Infatti, dato che la maggior parte degli elementi di prova sui quali la Commissione avrebbe fondato tale conclusione, e dei quali il Tribunale avrebbe tenuto conto ai punti da 200 a 206 della sentenza impugnata, avrebbero riguardato gli accordi relativi ai «territori di esportazione», tali elementi di prova non avrebbero dovuto essere presi in considerazione per stabilire la data di inizio di un’infrazione che implicava un accordo sul «territorio domestico» produttivo di effetti nel SEE.

148    Tale erronea interpretazione del contesto di fatto avrebbe inoltre indotto il Tribunale a procedere ad un’analisi falsata delle note della riunione del 18 febbraio 1999, vale a dire del primo documento contenente riferimenti minimi e discutibili alla regola del «territorio domestico». Orbene, tali note suggerirebbero chiaramente che i partecipanti a tale riunione non avevano convenuto le principali caratteristiche degli accordi futuri.

149    Dal punto 210 della sentenza impugnata risulterebbe che il Tribunale ha interpretato tali appunti come una semplice conferma di discussioni precedenti. Orbene, tale punto della sentenza impugnata conterrebbe, per questo motivo, due affermazioni erronee. Da un lato, nessun elemento di prova collegherebbe il presunto accordo sul «territorio domestico» all’accordo STEA e alla SMEA. Dall’altro, la discussione descritta al punto 204 della sentenza impugnata, che, secondo il Tribunale, confermerebbe l’esistenza di un tale accordo, avrebbe in realtà riguardato la ripartizione dei progetti nei «territori d’esportazione».

150    Il Tribunale avrebbe inoltre commesso un errore metodologico fondamentale escludendo, al punto 213 della sentenza impugnata, la necessità di valutare una a una le discussioni che hanno avuto luogo in occasione di riunioni successive al 18 febbraio 1999, contrariamente a quanto esso stesso avrebbe indicato al medesimo punto di tale sentenza.

151    Inoltre, il Tribunale avrebbe snaturato gli argomenti delle ricorrenti considerando, al punto 213 della sentenza impugnata, che, contrariamente a quanto esse facevano valere, il valore probatorio degli appunti della riunione del 18 febbraio 1999 non sarebbe stato sminuito dal fatto che essi erano stati interpretati diversi anni dopo «dal loro autore, sulla base, a loro avviso, di “lontani ricordi”». In realtà, le ricorrenti avrebbero fatto valere che tali note non erano state spiegate alla Commissione dal loro autore, bensì da altri dipendenti dell’impresa in questione, senza alcun aiuto di tale autore.

152    Il Tribunale avrebbe quindi sistematicamente snaturato gli elementi di prova sottoposti alla sua valutazione, facendo riferimento senza distinzione ad elementi di fatto e ad eventi privi di rapporto tra loro, i cui effetti sul commercio tra Stati membri non sarebbero stati dimostrati.

–       Giudizio della Corte

153    Con queste due parti del quarto motivo, che occorre esaminare congiuntamente, le ricorrenti criticano la valutazione, da parte del Tribunale, degli elementi di prova invocati dalla Commissione a sostegno della sua affermazione secondo cui la riunione svoltasi il 18 febbraio 1999 segnava l’inizio dell’infrazione di cui trattasi.

154    Occorre rilevare al riguardo che il Tribunale ha esaminato tali elementi di prova ai punti da 199 a 214 della sentenza impugnata. In tale contesto, il Tribunale ha anzitutto esaminato, ai punti da 199 a 206 di tale sentenza, il contesto della riunione del 18 febbraio 1999. Il Tribunale ha poi esaminato, ai punti da 207 a 214, gli elementi di prova riguardanti più specificamente tale riunione.

155    A tal riguardo, occorre ricordare che, come risulta dal punto 126 della presente sentenza, la valutazione degli elementi di prova effettuata dal Tribunale non costituisce, salvo il caso del loro snaturamento, una questione di diritto soggetta, come tale, al controllo della Corte nell’ambito di un’impugnazione.

156    Benché le ricorrenti menzionino uno snaturamento sistematico degli elementi di prova da parte del Tribunale al riguardo, esse fanno riferimento, per quanto riguarda le considerazioni del Tribunale contenute ai punti da 207 a 214 della sentenza impugnata, ad uno solo di tali punti, vale a dire il punto 210 di tale sentenza, in cui il Tribunale ha dichiarato che le note della riunione del 18 febbraio 1999 «conferma[vano]» che, al momento in cui dette note sono state adottate, le imprese presenti a tale riunione avevano concordato il principio stesso di ripartizione dei mercati interessati.

157    Le ricorrenti sostengono, da un lato, che la formulazione di tale punto dimostra che il Tribunale ha interpretato le note della riunione del 18 febbraio 1999 come una semplice conferma di discussioni precedenti. Orbene, oltre al fatto che tale argomento non trova alcun fondamento nella motivazione di cui al punto 210 della sentenza impugnata, esso non è, in ogni caso, idoneo a dimostrare che il Tribunale abbia snaturato elementi di prova.

158    Per quanto riguarda, dall’altro lato, l’argomento delle ricorrenti secondo cui dette note suggerirebbero chiaramente che le imprese che avevano partecipato alla riunione del 18 febbraio 1999 non avevano concordato le principali caratteristiche dei futuri accordi, è sufficiente ricordare che il Tribunale ha ritenuto – pur riconoscendo, al punto 208 della sentenza impugnata, che taluni aspetti discussi in occasione di tale riunione non erano sfociati in un accordo – che dagli appunti di tale riunione risultasse che le imprese che vi avevano partecipato avevano convenuto il principio stesso di ripartizione dei mercati interessati. Poiché le ricorrenti non hanno rimesso in discussione tale valutazione, detto argomento è inoperante.

159    Per quanto riguarda il punto 213 della sentenza impugnata, anche supponendo che le note della riunione del 18 febbraio 1999 non siano state spiegate alla Commissione «dal loro autore», tale circostanza non funge, in ogni caso, da fondamento per la conclusione alla quale il Tribunale è giunto al riguardo, cosicché un siffatto argomento, quand’anche fondato, dovrebbe essere dichiarato inoperante.

160    Infine, per quanto riguarda l’errore metodologico asseritamente commesso dal Tribunale, vale a dire il fatto che quest’ultimo non abbia preso in considerazione le discussioni svoltesi durante le riunioni successive al 18 febbraio 1999, contrariamente a quanto esso stesso avrebbe indicato al punto 213 della sentenza impugnata, è sufficiente rilevare che, allo stesso punto, il Tribunale ha rilevato che, per giungere alla conclusione secondo cui l’infrazione di cui trattasi aveva avuto inizio alla data della riunione del 18 febbraio 1999, la Commissione aveva altresì preso in considerazione il comportamento delle imprese interessate successivo a tale riunione.

161    Dato che i motivi esposti ai punti da 207 a 214 della sentenza impugnata costituiscono, di per sé, un fondamento valido e sufficiente per la decisione del Tribunale secondo cui la Commissione era legittimata a ritenere che l’infrazione di cui trattasi fosse iniziata alla data della riunione del 18 febbraio 1999, eventuali errori commessi dal Tribunale nell’ambito della sua valutazione del contesto dell’intesa, ai punti da 199 a 206 della sentenza impugnata, quand’anche fondati, non possono rimettere in discussione tale decisione, di modo che gli argomenti dedotti a tal proposito dalle ricorrenti devono essere respinti in quanto inoperanti.

162    Alla luce di quanto precede, occorre respingere le parti seconda e terza del quarto motivo, in quanto in parte irricevibili e in parte infondate.

 Sulla quarta parte

–       Argomenti delle parti

163    Con la quarta parte del quarto motivo, le ricorrenti fanno valere, in sostanza, che gli errori oggetto delle altre parti di tale motivo, e in particolare il riferimento fatto dal Tribunale a elementi di fatto e di prova irrilevanti per la sua decisione di fissare la data di inizio dell’infrazione di cui trattasi a quella della riunione del 18 febbraio 1999, conducono a una motivazione incoerente, in violazione dell’obbligo che incombe al Tribunale di motivare la sua decisione ai sensi dell’articolo 296 TFUE.

–       Giudizio della Corte

164    Per quanto riguarda tale parte, è sufficiente rilevare che le ricorrenti non hanno affatto precisato le asserite incoerenze alle quali esse fanno riferimento in tale contesto, cosicché il motivo deve essere, in tale parte, dichiarato irricevibile. In ogni caso, occorre rilevare che il Tribunale ha adeguatamente motivato la sua decisione.

165    Dalle considerazioni che precedono risulta che occorre respingere il quarto motivo in quanto in parte irricevibile e in parte infondato.

 Sul quinto motivo

 Argomenti delle parti

166    Con il quinto motivo, che riguarda i punti da 251 a 254 della sentenza impugnata, le ricorrenti contestano al Tribunale la violazione del principio della parità di trattamento nell’ambito della determinazione del coefficiente di gravità.

167    Le ricorrenti sostengono che, dinanzi al Tribunale, esse avevano fatto valere che i produttori asiatici erano coinvolti nella configurazione europea dell’intesa tanto quanto i produttori europei. La risposta del Tribunale, ai punti 251 e 253 della sentenza impugnata, secondo cui la tesi delle ricorrenti, quand’anche fosse dimostrata, non sarebbe tale da rimettere in discussione la conclusione della Commissione secondo cui la ripartizione dei progetti, all’interno del SEE, costituiva un elemento supplementare che meritava di essere sanzionato con una percentuale aggiuntiva a titolo della gravità dell’infrazione e che la configurazione europea dell’intesa aveva rafforzato il pregiudizio alla concorrenza causato nel SEE dalla configurazione A/R di tale intesa, sarebbe manifestamente contraddittoria.

168    Inoltre, come avrebbe riconosciuto la Commissione nella decisione controversa, la configurazione A/R dell’intesa sarebbe stata subordinata al piano globale dell’intesa e il fatto di aderire all’accordo sul «territorio domestico» sarebbe equivalso, per i produttori asiatici, ad astenersi dal presentare offerte ai progetti europei. Pertanto, anche se i produttori asiatici non avevano partecipato attivamente alla ripartizione di progetti nel SEE, essi vi avrebbero contribuito ad un grado paragonabile a quello dei produttori europei.

169    In tali circostanze, sarebbe stato illogico e discriminatorio aumentare il coefficiente di gravità del 2%, per quanto riguarda le ricorrenti, nonché gli altri produttori europei, a titolo della loro asserita partecipazione esclusiva alla configurazione europea. La fondatezza di tale argomento sarebbe confermata dalla sentenza del 6 luglio 2017, Toshiba/Commissione (C‑180/16 P, EU:C:2017:520), vertente su un’intesa che avrebbe presentato una struttura molto simile alla struttura di cui trattasi nel caso di specie.

170    La Commissione fa valere che il quinto motivo è irricevibile in quanto tenderebbe a ottenere una nuova valutazione degli elementi di prova presentati dinanzi al Tribunale. In via subordinata, tale motivo dovrebbe essere respinto in quanto infondato.

 Giudizio della Corte

171    Poiché il quinto motivo verte su una questione di diritto, esso deve essere considerato ricevibile.

172    Nel merito, occorre rilevare che le ricorrenti si limitano, al riguardo, a criticare il ragionamento del Tribunale di cui ai punti da 251 a 253 della sentenza impugnata. Orbene, ai punti 256 e 257 di quest’ultima, il Tribunale ha precisato, in sostanza, che, anche supponendo che la Commissione abbia commesso un errore riguardo alla partecipazione dei produttori asiatici alla configurazione europea dell’intesa, un errore del genere sarebbe tale da giustificare un coefficiente di gravità più elevato a carico dei produttori asiatici, ma non può fondare un diritto all’«applicazione non discriminatoria di un trattamento illegittimo».

173    Tale conclusione è scevra di errori di diritto. Infatti, dalla giurisprudenza della Corte richiamata al punto 108 della presente sentenza risulta che il rispetto del principio della parità di trattamento deve conciliarsi con il rispetto della legalità, secondo il quale nessuno può far valere, a proprio vantaggio, un illecito commesso a favore di altri.

174    Ne consegue che il quinto motivo deve essere respinto in quanto infondato.

175    Di conseguenza, poiché nessuno dei motivi dedotti dalle ricorrenti a sostegno della loro impugnazione può essere accolto, occorre respingere integralmente quest’ultima.

 Sulle spese

176    Ai sensi dell’articolo 138, paragrafo 1, del regolamento di procedura, applicabile al procedimento di impugnazione in forza dell’articolo 184, paragrafo 1, del medesimo regolamento, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda.

177    Poiché Prysmian e PrysmianCS sono rimaste soccombenti e la Commissione ne ha chiesto la condanna alle spese, occorre condannarle a farsi carico, oltre che delle proprie spese, di quelle sostenute dalla Commissione.

178    A norma dell’articolo 184, paragrafo 4, del regolamento di procedura, una parte interveniente in primo grado, che non abbia proposto essa stessa l’impugnazione, può essere condannata alle spese del procedimento di impugnazione solo se ha partecipato alla fase scritta od orale del procedimento dinanzi alla Corte. In tal caso, la Corte può decidere che le spese da essa sostenute restino a suo carico.

179    Poiché Pirelli ha partecipato al procedimento dinanzi alla Corte, si deve disporre che, nelle circostanze del caso di specie, essa si faccia carico delle proprie spese.

Per questi motivi, la Corte (Seconda Sezione) dichiara e statuisce:

1)      L’impugnazione è respinta.

2)      Prysmian SpA e Prysmian Cavi e Sistemi Srl sono condannate a farsi carico, oltre che delle proprie spese, di quelle sostenute dalla Commissione europea.

3)      Pirelli & C. SpA si fa carico delle proprie spese.

Firme


*      Lingua processuale: l’inglese.