Language of document : ECLI:EU:T:2022:281

Causa T151/20

Repubblica ceca

contro

Commissione europea

 Sentenza del Tribunale (Sesta Sezione) dell’11 maggio 2022

«Risorse proprie dell’Unione – Responsabilità finanziaria di uno Stato membro – Dazi all’importazione – Versamento alla Commissione degli importi corrispondenti a risorse proprie non recuperate – Ricorso fondato su un arricchimento senza causa dell’Unione – Obblighi di uno Stato membro in materia di risorse proprie – Obbligo di garanzia – Dispensa dalla messa a disposizione degli importi corrispondenti ai diritti accertati dichiarati irrecuperabili»

1.      Diritto dell’Unione europea – Principi – Principio del divieto di arricchimento senza causa dell’Unione – Mezzo di ricorso – Ricorso per risarcimento danni – Presupposto – Arricchimento senza base giuridica dell’Unione e correlativo impoverimento del ricorrente

(Artt. 268 e 340, comma 2, TFUE; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 47)

(v. punti 40, 41)

2.      Risorse proprie dell’Unione europea – Accertamento e messa a disposizione da parte degli Stati membri – Messa a disposizione con riserve – Ricorso fondato sull’arricchimento senza causa dell’Unione – Ricorso diretto contro una lettera della Commissione con cui si invita uno Stato membro a mettere risorse proprie a disposizione del bilancio dell’Unione – Oggetto del ricorso – Onere della prova

(Artt. 268 e 340, comma 2, TFUE; Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, art. 41; regolamento del Consiglio n. 1150/2000)

(v. punti 42‑48, 87, 88)

3.      Risorse proprie dell’Unione europea – Accertamento e messa a disposizione da parte degli Stati membri – Esenzione – Presupposti – Cause di forza maggiore o altri motivi non imputabili a uno Stato membro – Regolarità dell’iscrizione dei diritti accertati nella contabilità separata

[Regolamento del Consiglio n. 1150/2000, artt. 6, § 3, b), e 17, § 2]

(v. punti 82‑84)

4.      Risorse proprie dell’Unione europea – Tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea – Regolamento n. 515/97 – Mutua assistenza tra gli Stati membri e collaborazione tra questi ultimi e la Commissione per assicurare la corretta applicazione delle normative doganale e agricola – Missioni comunitarie di cooperazione e di indagine amministrative in paesi terzi – Informazioni ottenute dagli agenti degli Stati membri utilizzate come elementi di prova nell’ambito di azioni amministrative o giudiziarie avviate per inosservanza della normativa doganale – Ammissibilità

(Regolamento del Consiglio n. 515/97, artt. 1, 20, § 2, 21, § 2, e 45, § 1, 2 e 3)

(v. punti 113‑118)

5.      Unione doganale – Dichiarazioni in dogana – Procedura e controllo – Nascita di un’obbligazione doganale – Obbligo di costituzione di una garanzia – Margine discrezionale delle autorità doganali – Limiti – Principio di effettività – Portata

(Art. 325, § 1, TFUE; regolamento del Consiglio n. 2913/92, art. 74, § 1; regolamento della Commissione n. 2454/93, art. 248, § 1)

(v. punti 151‑153)

6.      Unione doganale – Dichiarazioni in dogana – Procedura e controllo – Nascita di un’obbligazione doganale – Indizi che possono condurre alla determinazione di un importo di dazi superiore a quello risultante dalla dichiarazione in dogana – Esistenza di un ragionevole sospetto di elusione della normativa doganale – Obbligo delle autorità doganali di costituire una garanzia

(Regolamento del Consiglio n. 2913/92, art. 74, § 1; regolamento della Commissione n. 2454/93, art. 248, § 1)

(v. punti 181‑187)

Sintesi

Il Tribunale accoglie parzialmente il ricorso della Repubblica ceca fondato su un arricchimento senza causa della Commissione nella parte in cui è diretto alla restituzione di un importo pari a circa EUR 726 000 che tale Stato membro ha dovuto versare a detta istituzione nel contesto della riscossione di dazi antidumping. Infatti, la cessazione dell’attività dell’importatore ha potuto, nelle circostanze del caso di specie, costituire una ragione non imputabile alla Repubblica ceca che poteva legittimamente dispensarla dal mettere tale importo a disposizione dell’Unione.

Nel novembre 2007, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) ha svolto una missione di indagine amministrativa in Laos, alla quale ha partecipato una rappresentante delle autorità doganali ceche. L’indagine riguardava verifiche relative all’importazione, in diversi paesi dell’Unione europea, di accendini tascabili provenienti dal Laos tra il 2004 e il 2007. Secondo la relazione di fine missione, la Baide lighter Industry (LAO) Co., Ltd (in prosieguo: la «società BAIDE») ha importato accendini tascabili originari della Cina, ma presentati in dogana come provenienti dal Laos, eludendo così il dazio antidumping applicabile agli accendini tascabili di origine cinese.

Sulla base delle conclusioni di tale relazione, che riguardava in particolare 28 casi di importazioni da parte della società BAIDE di accendini tascabili nella Repubblica ceca effettuate e immesse in libera pratica tra il 2005 e il 2007, gli uffici doganali cechi competenti hanno adottato misure per procedere alla rettifica e al recupero fiscale in questi casi. Con lettera del 20 gennaio 2015, la Commissione europea ha informato la Repubblica ceca, in risposta alla richiesta di quest’ultima di essere dispensata dall’obbligo di mettere a disposizione gli importi corrispondenti ai diritti accertati che erano irrecuperabili, che le condizioni previste all’articolo 17, paragrafo 2, del regolamento n. 1150/2000 (1) non erano soddisfatte in alcuno dei casi in questione. La Commissione ha invitato le autorità ceche ad adottare, entro un dato termine, le misure necessarie affinché fosse accreditato sul suo conto l’importo di 53 976 340 corone ceche (CZK).

Dopo aver proceduto al versamento del 75% di tale importo sul conto della Commissione (in prosieguo: la «somma controversa»), la Repubblica ceca ha proposto un ricorso dinanzi al Tribunale diretto a far condannare la Commissione a rimborsarle la somma controversa per arricchimento senza causa dell’Unione.

Il Tribunale ha accolto il ricorso nella parte in cui è diretto alla restituzione, da parte della Commissione, della somma di CZK 17 828 399,66 versata a titolo di risorse proprie dell’Unione europea. In tale contesto, esso si sofferma, in particolare, sui presupposti di un’azione fondata su un arricchimento senza causa, sulla collaborazione tra gli Stati membri e la Commissione nell’ambito di una missione di indagine in un paese terzo, nonché sull’obbligo di costituire una garanzia per la riscossione di risorse proprie.

Giudizio del Tribunale

Il Tribunale considera, anzitutto, che la Repubblica ceca non può dimostrare la fondatezza delle sue pretese, nell’ambito di un’azione fondata su un arricchimento senza causa della Commissione, limitandosi a confutare gli argomenti contenuti nella lettera del 20 gennaio 2015. Invece, essa doveva dimostrare, da un lato, che l’arricchimento della Commissione, a seguito della messa a disposizione della somma controversa, non trova la sua giustificazione negli obblighi ad essa incombenti in forza del diritto dell’Unione in materia di risorse proprie e, dall’altro, che il suo impoverimento è correlato all’arricchimento stesso. Gli obblighi della Repubblica ceca in materia di risorse proprie non derivano dalla lettera del 20 gennaio 2015, ma le incombono direttamente in forza della normativa applicabile in tale materia. Pertanto, la lettera in questione non può costituire l’ambito della controversia nel senso di limitare gli argomenti della Commissione diretti a contestare l’esistenza di un arricchimento senza causa a quelli contenuti in detta lettera.

Il Tribunale ritiene poi che non si possa pretendere che la Repubblica ceca, nell’ambito del suo ricorso fondato su un arricchimento senza causa, dimostri che, in occasione della procedura doganale, il complesso dell’iter di recupero del credito e delle operazioni relative alle risorse proprie si è svolto conformemente a tutte le norme, correttamente, in tempo utile e nel rispetto della tutela degli interessi finanziari dell’Unione, ma piuttosto che essa dimostri unicamente, oltre al proprio impoverimento e all’arricchimento correlato, che quest’ultimo era privo di qualsiasi giustificazione.

Inoltre, dopo aver rilevato che la collaborazione degli Stati membri con la Commissione costituisce una condizione essenziale per il rispetto dell’esecuzione della normativa doganale nell’Unione, il Tribunale constata che, a questo scopo, sono svolte missioni comunitarie di cooperazione e di indagine amministrative nei paesi terzi, alle quali partecipano agenti nominati dagli Stati membri (2) Le informazioni ottenute nell’ambito di siffatte missioni possono essere utilizzate per consentire il perseguimento di operazioni contrarie alla regolamentazione doganale, nonché nell’ambito di azioni giudiziarie o in procedimenti avviati successivamente. In particolare, esse possono essere invocate come elementi di prova dalle autorità competenti degli Stati membri (3).

In tali circostanze, la rappresentante dell’amministrazione doganale ceca che ha partecipato alla missione ispettiva era pienamente legittimata a chiedere all’OLAF gli elementi di prova allegati al verbale e a comunicarli alle autorità competenti della Repubblica ceca affinché esse utilizzassero gli stessi come elementi di prova nei confronti della società BAIDE nell’ambito del procedimento di riscossione dell’obbligazione doganale dovuta da detta società. Orbene, nel caso di specie, l’OLAF, che si era impegnato a comunicare alla Repubblica ceca gli elementi di prova raccolti in occasione della missione ispettiva sin dall’inizio del 2008, aveva tardato a comunicare la sua relazione, alla quale erano allegati detti elementi. In tale contesto, non si poteva addebitare alla Repubblica ceca di non essere stata in possesso, sin dal rientro dalla missione ispettiva, degli elementi di prova necessari all’accertamento dei dazi antidumping dovuti dalla società BAIDE in relazione ai 28 casi di importazioni controversi e di aver atteso la comunicazione della relazione dell’OLAF per accertare i diritti dovuti da tale società.

D’altro canto, per quanto riguarda l’obbligo di costituire una garanzia per il recupero di risorse proprie, il Tribunale rileva che, se le autorità doganali degli Stati membri ritengono che la verifica della dichiarazione in dogana possa dar luogo a un importo esigibile di dazi all’importazione più elevato di quello risultante dagli elementi della dichiarazione in dogana, il loro svincolo sarà autorizzato dopo la costituzione di una garanzia sufficiente a coprire la differenza di detti importi (4). Il margine discrezionale di cui dispongono quando decidono in merito alla necessità di esigere una siffatta garanzia è limitato dal principio di effettività (5), in forza del quale deve essere garantita una tutela effettiva degli interessi finanziari dell’Unione contro qualsiasi frode o qualsiasi altra attività illegale che possa arrecare pregiudizio a tali interessi. La portata del principio di effettività, in quanto applicabile all’obbligo specifico incombente sugli Stati membri di garantire la riscossione effettiva e integrale delle risorse proprie dell’Unione costituite dai dazi doganali, non può essere determinata in modo astratto e statico, in quanto dipende dalle caratteristiche della frode o dell’attività illegale di cui trattasi, le quali possono peraltro evolvere nel tempo.

A tale riguardo, il Tribunale considera che la Repubblica ceca era tenuta a costituire una garanzia per il recupero dei dazi antidumping che potevano essere dovuti dalla società BAIDE a partire dall’adozione del profilo di rischio, da cui emergeva, in particolare, che sussisteva un «ragionevole sospetto» di elusione della normativa doganale, ossia a partire dal 22 marzo 2006. Infatti, contrariamente a quanto sostenuto dalla Repubblica ceca, la costituzione di una garanzia per il recupero della somma controversa non richiedeva, al momento dello svincolo delle merci in questione, la certezza che la loro origine fosse diversa da quella dichiarata, ma soltanto la presenza di indizi che potessero condurre, al momento del controllo di tali merci, alla determinazione di un importo di dazi superiore a quello risultante dagli elementi della dichiarazione in dogana. In aggiunta, la mera circostanza che le autorità laotiane abbiano confermato l’autenticità dei certificati di origine allegati dalla società BAIDE in due dei 28 casi di importazione controverse non poteva, in ogni caso, essere sufficiente a fugare i dubbi che la stessa Repubblica ceca aveva nutrito sulla base delle informazioni comunicate dall’OLAF con riferimento all’insieme delle importazioni della società BAIDE effettuate dal Laos.

Infine, il Tribunale ritiene che la cessazione dell’attività della società BAIDE, precedente alla presentazione della relazione dell’OLAF, che consentiva effettivamente di accertare i dazi doganali dovuti dalla società BAIDE, è stata idonea a costituire un motivo non imputabile alla Repubblica ceca (6), che poteva legittimamente dispensarla dal mettere la somma controversa a disposizione dell’Unione. Tuttavia, poiché quest’ultima era tenuta a costituire una garanzia sulle somme da recuperare per i dazi antidumping dovuti dalla società BAIDE, a decorrere dal 22 marzo 2006, il Tribunale conclude dichiarando l’esistenza di un arricchimento senza causa dell’Unione per l’importo della somma controversa corrispondente ai dazi antidumping dovuti dalla società BAIDE sulle prime dodici importazioni di accendini tascabili, effettuate prima di tale data.


1      L’articolo 17, paragrafo 2, del regolamento (CE, Euratom) n. 1150/2000 del Consiglio, del 22 maggio 2000, recante applicazione della decisione 2007/436/CE, Euratom relativa al sistema delle risorse proprie della Comunità (GU 2000, L 130, pag. 1), dispone quanto segue: «Gli Stati membri sono dispensati dall’obbligo di mettere a disposizione della Commissione gli importi corrispondenti ai diritti accertati che risultano irrecuperabili: a) o per cause di forza maggiore; b) o per altri motivi che non sono loro imputabili. (…)».


2      Ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 515/97 del Consiglio, del 13 marzo 1997, relativo alla mutua assistenza tra le autorità amministrative degli Stati membri e alla collaborazione tra queste e la Commissione per assicurare la corretta applicazione delle normative doganale e agricola (GU 1997, L 82, pag. 1).


3      Ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 2, del regolamento n. 515/97.


4      V. l’articolo 74, paragrafo 1, prima frase, del regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio, del 12 ottobre 1992, che istituisce un codice doganale comunitario (GU 1992, L 302, pag. 1), in combinato disposto con l’articolo 248 del regolamento (CEE) n. 2454/93 della Commissione, del 2 luglio 1993, che fissa talune disposizioni d’applicazione del regolamento n. 2913/92 (GU 1993, L 253, pag. 1).


5      Il principio di effettività è sancito dall’articolo 325, paragrafo 1, TFUE.


6      Ai sensi dell’articolo 17, paragrafo 2, lettera b), del regolamento n. 1150/2000.